IL CICLO OLIMPICO

di Julius Evola

Secondo la linea di pensiero che noi seguiamo, ciò che nei vari popoli si è manifestato come vera «tradizione» non è qualcosa di relativo, di determinato da fattori esterni o semplicemente storici, ma rimanda sempre ad elementi di un sapere unico nella sua essenza, i quali presentano un carattere di «costanti».

Ora, l’insegnamento tradizionale nell’una o nell’altra forma ha sempre ed ovunque affermato l’esistenza di una razza delle origini portatrice di una spiritualità trascendente e, per questo, spesso considerata come «divina» o «simile a quella degli dei». Abbiamo definito come olimpica la sua struttura, con tale termine volendo poi significare una superiorità innata, «una natura che, immediatamente come tale, è supernatura». Una forza dall’alto in una tale razza è «presenza», ed essa la predestina al comando, alla funzione regale, la dimostra come la razza di «coloro che sono» e «che possono», talvolta come una razza solare.

Se l’età dell’oro, di cui tradizioni molteplici in un modo o nell’altro parlano, è un lontano ricordo del ciclo di tale razza, in pari tempo sia di essa, sia della sua funzione e della sua stessa sede fu formulata anche una concezione superstorica, per via del fatto, che ad un dato momento ciò che era stato manifesto divenne nascosto. A causa di una progressiva involuzione dell’umanità, parimenti ricordata da tradizioni molteplici, la funzione esercitata da tale razza si fece gradatamente invisibile e quel contatto diretto fra elemento storico ed elemento superstorico fu interrotto.  Questo è il senso, ad esempio, dell’insegnamento di Esiodo, che gli esseri dell’età primordiale non morirono, ma passarono in forma invisibile a guidare i mortali (1). Dal tema dell’età dell’oro si passa dunque a quello di un regno metafisico, col quale stanno in una certa misteriosa relazione oggettiva od ontologica tutti i dominatori dall’alto, sia quelli che possono considerarsi eredi reali della tradizione primordiale, sia quelli che ne riprodussero più o meno perfettamente e consapevolmente il tipo di regnum in una data terra e nel quadro di una data civiltà.  Così si definisce la nozione tradizionale di un invisibile «Re dei Re», «Signore universale» o «Re del Mondo», associata a simboli ben determinati alcuni dei quali derivano direttamente da analogie, mentre altri sono ricordi mitologizzati della terra o delle terre ove si svolse il ciclo primordiale olimpico.

Sono, anzitutto, simboli di centralità: il centro, il polo, la regione al centro del mondo, la pietra centrale o di fondamento, il magnete. Poi, simboli di stabilità: l’isola ferma in mezzo alle acque, la roccia, l’incrollabile pietra – e simboli di inviolabilità e di inaccessibilità: il castello, o terra, invisibile o introvabile, l’altezza montana selvaggia, una regione sotterranea. E ancora: la «Terra della Luce», la «Terra dei Viventi», la «Terra Santa». In più, tutte le varianti del simbolismo aureo, che, mentre comprende parimenti i concetti di solarità, di luce, di regalità, di immortalità e di incorruttibilità, sempre ha avuto un qualche rapporto con la tradizione primordiale e con l’era contrassegnata così spesso da tale metallo.  Altri simboli rimandano alla «Vita» in senso eminente (il «cibo perenne», l”«Albero della Vita»), ad una conoscenza trascendente, ad una forza invincibile, e il tutto appare variamente combinato nelle rappresentazioni fantastiche, simboliche o poetiche che nelle varie tradizioni hanno adombrato questo tema costante del regnum invisibile e del «centro supremo» del mondo, in se o nelle sue emanazioni e riproduzioni (2).

Sull’«Eroe» e sulla «Donna»

Come è noto, la dottrina dell’età dell’oro fa parte di quella delle quattro età, che ci dice dell’accennata progressiva involuzione spirituale verificatasi nel corso della storia, a partire da tempi remotissimi. Ma ognuna di tali età ha anche un significato morfologico, esprime una forma tipica e universale di civiltà. Dopo l*età dell’oro, abbiamo quella dell’argento, che corrisponde ad un tipo sacerdotale, più femminile che virile, di spiritualità: noi la chiamiamo spiritualità lunare, perché il simbolo dell’argento tradizionalmente stette sempre, rispetto a quello dell’oro, come la luna sta al sole, e una tale corrispondenza, qui, è particolarmente chiarificatrice: la luna è l’astro femminile che non ha più in sé, come il sole, il principio della propria luce.  Donde il passaggio a tutto ciò che è spiritualità condizionata da un atteggiamento di remissione, di abbandono, di rapimento amante o estatico. Abbiamo così la radice del fenomeno «religioso» in senso stretto, dalle sue varianti teistico-devozionali a quelle mistiche.

Ogni insorgere di una virilità selvaggia e materializzata contro tali forme spirituali definisce una età del bronzo. È la degradazione della casta guerriera, la sua rivolta contro chi rappresenta lo spirito in quanto questi non è più il capo olimpico ma solo un sacerdote; è lo scatenamento del principio ad essa proprio come orgoglio, violenza, guerra. Il mito corrispondente è la rivolta titanica o luciferica, il tentativo prometeico di usurpare il fuoco olimpico. L’età dei «giganti», o degli «esseri elementari», È una figurazione equivalente, che s’incontra in varie tradizioni e nei frammenti di esse conservatisi nelle leggende e nelle epopee di diversi popoli. L’ultima è l’età del ferro o, secondo  la corrispondente denominazione-espressione indù, l’età oscura. Vi rientra ogni civiltà sconsacrata, ogni civiltà che conosca ed esalti soltanto ciò che è umano e terrestre. Di contro a tali forme di decadenza si definisce l’idea di un ciclo possibile di restaurazione, chiamato da Esiodo ciclo eroico, o età degli eroi. Qui si deve prendere il termine «eroico» in un senso speciale, tecnico, distinto dall’usuale. Secondo Esiodo la «generazione degli eroi» fu creata da Zeus, cioè dal principio olimpico, con la possibilità di riconquistare lo stato primordiale e dar quindi vita ad un nuovo ciclo «aureo» (3). Ma a realizzare questa, che e appunto soltanto una possibilità non più uno stato di natura, si pone la doppia condizione di superare sia la spiritualità «lunare», sia la virilità materializzata, vale a dire sia il sacerdote, sia il mero guerriero o il titano. Questi tratti ricorrono nelle figure «eroiche» di quasi tutte le tradizioni. Cosi per esempio proprio in tali termini viene descritto, nella tradizione ellenico-achea, Eracle quale prototipo eroico: egli ha per perenne avversaria Hera, figura sovrana del culto panteistico-lunare; egli si guadagna l’immortalità olimpica massimamente per essere l’alleato di Zeus, del principio olimpico, contro i «giganti»: e secondo uno dei miti di tale ciclo, per suo mezzo l’elemento «titanico» (Prometeo) viene liberato e riconciliato con quello olimpico.

Va rilevato che se nel «titano» si concepisce chi non accetta la condizione umana e vuole rapire il fuoco divino, solo un tratto separa l’eroe dal titano. Onde già un Pindaro esortò a non «voler divenire degli dèi», e, nella mitologia ebraica, il simbolo della maledizione di Adamo valse come un monito analogo e stette ad indicare un pericolo fondamentale. Il tipo titanico – o, sotto un altro riguardo, il tipo guerriero – resta, in fondo, la materia prima dell’eroe. Per la soluzione positiva, cioè per la trasformazione olimpica come reintegrazione dello stato primordiale, si pone però una doppia condizione. Anzitutto la prova e la conferma della qualificazione virile – donde, nel simbolismo epico e cavalleresco, una serie di imprese, di avventure, di gesta, di combattimenti – ma tale, che essa non si trasformi in un limite, in hybris, in chiusura dell’Io, che essa non paralizzi la capacità di aprirsi ad una forza trascendente, solo in funzione della quale il fuoco può divenire luce, e liberarsi. D’altra parte, una tale liberazione non deve però significare cessazione della tensione interiore, per cui una prova ulteriore consiste nel riaffermare adeguatamente la qualità virile sul piano sovrasensibile, il che ha per conseguenza appunto la trasformazione olimpica, il conseguimento di quella dignità, che nelle tradizioni iniziatiche è stata sempre designata come «regale». Questo è il punto decisivo, che differenzia l’esperienza eroica da ogni evasione mistica e da ogni confusione panteistica, e fra i simbolismi che ad esso possono riferirsi qui vale soprattutto ricordare quello della donna. 

Nella tradizione indo-aria ogni dio – ogni potere trascendente – è congiunto ad una sua sposa e il termine shakti, sposa, vuol dire anche potenza. In Occidente, la Sapienza, Sophia, talvolta lo stesso Spirito Santo, ebbero come figurazione una donna regale, mentre come Hebe ci appare la gioventù perenne olimpica data in sposa ad Eracle. Nelle figurazioni egizie donne divine porgono ai re il loto, simbolo di rinascita, e la «chiave di vita». Come le ƒravashi iraniche, le walkyrie nordiche sono figurazioni di parti trascendentali dei guerrieri, sono le forze del loro destino e della loro vittoria. La tradizione romana conobbe una Venus Victrix.: col carattere di «generatrice» di una stirpe imperiale (Venus Genitrix), e, quella celtica, donne sovrannaturali che rapiscono gli eroi in isole misteriose, per renderli immortali col loro amore. Eva, secondo una etimologia, vuol dire la Vita, la Vivente. Senza proceder oltre nella serie di tali esempi, già da noi altrove sviluppata (4), constatiamo dunque che un simbolismo assai diffuso ha raffigurato nella «donna» una forza vivificante e trasfigurante, attraverso la quale può prodursi il superamento della condizione umana. Peraltro, quale è il fondamento della raffigurazione femminile di questa forza?  Ogni simbolismo si basa su precisi rapporti di analogia. Per cui, bisogna partire dalle possibili relazioni fra uomo e donna. Queste relazioni possono esser normali o anormali. Sono anormali quando la donna diviene la dominatrice dell’uomo. ll simbolismo della donna che si lega a questo secondo caso non riguarda il punto che ora trattiamo, per cui su di esso non ci fermeremo. Accenneremo solo che si tratta, a tale riguardo, di concezioni ginecocratiche (matriarcali) da considerarsi come residui del ciclo della civiltà «lunare», nelle quali si riflette il tema della dipendenza e della passività dell’uomo rispetto allo spirito concepito sotto specie femminile (Madre cosmica o Magna Mater, Madre della Vita, ecc.): tema caratteristico, appunto, di detto ciclo (5).

Non rientra però necessariamente in tale quadro l’idea più generale della donna quale amministratrice del sacrurn e come principio vivificante, come la portatrice di una «vita» che libera, anima e trasforma il semplice «essere» (6). Tale idea può anzi rientrare, e effettivamente spesso è rientrata, nel mondo della spiritualità da noi chiamata «eroica». In tale caso, ci si deve però riferire, come base dell’analogia e del simbolismo, ai rapporti normali fra uomo e donna, e ne risulta il concetto fondamentale di una situazione in cui il principio virile conserva la propria natura; lo spirito, di fronte ad esso, è la «donna»: quello è l’attivo, questo il passivo – anche di fronte alla forza che lo trasfigura e vivifica l”‘eroe mantiene il carattere che l’uomo ha come signore della sua donna. Di passata, rileviamo che, qui, siamo all’opposto del simbolismo nuziale prevalentemente usato nella mistica a orientamento religioso, soprattutto in quella cristiana, dove all’anima viene invece attribuita la parte femminile, quella della «sposa».

Ciò posto, ricordando i «segni» del centro, abbiamo simboli compositi: la Donna dell’Isola, la Donna dell’Albero, la Donna della Fontana, la Donna o Regina del Castello, la regina della Terra Solare, la Donna nascosta nella Pietra, ecc. In particolare, come Vedova, la donna esprime un periodo di tacitazione, cioè la tradizione, la forza o la potenza che non è più posseduta, che ha perduto il suo «uomo» e attende un nuovo signore o eroe (7): analogo e il significato della «Vergine» imprigionata che attende di essere liberata e sposata da un cavaliere predestinato. Su tale base, tutto ciò che nelle leggende epiche e in molti racconti cavallereschi si trova in fatto di avventure e di lotte eroiche intraprese nella fedeltà ad una «donna» e per la speranza di possederla, e quasi sempre suscettibile ad esser interpretato alla stregua di un simbolismo per le prove della qualità virile, che vengono imposte come una premessa per l’integrazione trascendente della personalità. E se in questa stessa letteratura noi troviamo anche donne, cui viene riferito un motivo di seduzione e di pericolo per l`eroe, esso non È: da intendersi solamente nel modo primitivo e diretto, ossia in termini di semplice seduzione carnale, ma anche riportandosi ad un piano più alto, in base al pericolo, che l’avventura «eroica» porti ad una caduta titanica. Allora la donna esprime la seduzione costituita dalla potenza e dalla conoscenza trascendente, quando il significato del suo possesso sia l’usurpazione prometeica e la colpa dell’orgoglio prevaricatore. Un altro opposto aspetto può aver relazione con ciò che qualcuno ha chiamato «la morte suggente che viene dalla donna» riferendosi alla perdita del principio più profondo della virilità (8).

Il tema Iperboreo

La localizzazione in una regione boreale o nordico-boreale, divenuta inabitabile, del centro o sede originaria della civiltà «olimpica» del ciclo aureo è un altro insegnamento tradizionale fondamentale, da noi altrove esposto con corrispondenti documentazioni (9). Una tradizione di origine iperborea nella sua forma originaria olimpica o in sue riemergenze di tipo «eroico», sta alla base di azioni civilizzatrici svolte da razze che nel periodo estendentesi tra la fine dell’età glaciale e il neolitico si irradiano nel continente eurasiatico. Alcune di queste razze debbono essere venute direttamente dal Nord: altre sembrano aver avuto per patria d’origine una terra atlantico-occidentale, dove si era costituita una specie di immagine del centro nordico. Tale è la ragione per cui vari simboli e ricordi concordanti si riferiscono ad una terra che talvolta è nordico-artica, talaltra occidentale.

Il centro iperboreo, fra le sue varie denominazioni, passate dunque ad applicarsi anche a quello atlantico, ebbe quella di Thule, di Isola Bianca o dello «Splendore» – lo shveta-dvipa indù, l’isola Leuké ellenica (10) – di «seme originario della razza aria» – airyanem-vaêjo – di Terra del Sole o «Terra di Apollo», di Avallon.

Ricordi concordanti in tutte le tradizioni indo-europee parlano della scomparsa di tale sede, divenuta in seguito mitica, in relazione ad un congelamento o ad un diluvio. Questa è la controparte reale, storica, delle varie allusioni a qualcosa che, a partir da un dato periodo, sarebbe andato perduto o sarebbe divenuto nascosto o introvabile. Questa è anche la ragione per cui l’ «Isola» o «Terra dei Viventi» – per «Viventi» (in senso eminente) intendendosi i componenti la razza divina originaria – la contrada a cui più o meno si riferirono i simboli già noti del centro supremo del mondo, spesso si confuse con la «regione dei morti», come «i morti» valendo la razza scomparsa. Cosi per esempio, secondo una dottrina celtica, gli uomini avrebbero avuto per loro avo primordiale il Dio dei Morti – Dispater – che abita in una regione lontana di là dall’Oceano, dimorando in quelle «Isole estreme» donde, secondo l’insegnamento druidico, una parte degli abitanti preistorici della Gallia sarebbe venuta direttamente (11).

D’altronde, è tradizione classica che, dopo esser stato il signore della terra, il re dell’età dell’oro, Kronos-Saturnus, detronizzato o evirato (cioè: privato del potere di «generare», di dar vita ad una nuova progenie), viva sempre, «in senno», in una regione dell’estremo settentrione, verso il mare artico, il quale per tale ragione fu anche chiamato Mare Crònide (12). Ciò diede luogo a varie confusioni, ma in essenza si tratta sempre della trasposizione o nella superstoria, o sotto le specie di una realtà o di un centro spirituale latente o invisibile, di idee riferentisi al tema iperboreo. Ai nostri scopi, occorre soffermarci brevemente sulla forma che tali ricordi assunsero nel ciclo celtico e soprattutto irlandese. Si tratta essenzialmente delle tradizioni riferitesi all’Avallon, ai Tuatha dé Danann e poi allo stesso regno di Arthur. Tali tradizioni hanno una portata più che locale e storica; spesso perfino i dati geografici che vi figurano hanno, come suole accadere di frequente in tali casi, un significato soltanto simbolico.

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Note

(1) Esiodo, Opere er Dies, vv. 112-125 (tr.it.: Le opere e i giorni, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1994).

(2) Su tale soggetto, È fondamentale l’opera di R. Guénon, Le roi du monde, Paris, 1927, alla quale avremo spesso da riferirci (tr. it.: H Re del Mondo, Adelphi, Milano, 1977).

(3) Cfr. Esiodo, üpero er Dies, vv. 156-173.

(4) Cfr. Metafisica del sesso (1953). Edizioni Mediterranee, Roma3, 1993 (N.d.C.).

(5) Cfr. Rivolta contro il mondo moderno, cit.. Parte Seconda, cap. 6 (N.d.C.).

(6) Cfr. Metafisica del sesso cit.

(7) Da qui, anche il palese significato dell’espressione «figlio della Vedova», la quale dalla tradizione iranica e dal manicheismo si è conservata fin nella massoneria occidentale.

(8) Cfr. Metafisica dei sesso, cit.

(9) Rivolta contro il mondo moderno, cit., Parte Seconda, cap. 3-5.

(10) Soprattutto nella tradizione riferita da Diodoro Siculo (II, 47) |’isola Leuké, cioè l’Isola Bianca, è identificata con la terra degli Iperborei, situata nell’oceano, «di fronte alla regione dei Celti»: ed essa e indicata anche come l’isola di Apollo.

(11) Cfr. H. D’Arb-ois de Jubainville, Le cycle mythotogique iriandais, Paris, 1834, pp. 26-27. La denominazione irlandese di «Terra sotto le onde» – tìr fa tonn – applicata ad una immagine di questa regione (cfr. F. Lot, Celtica, in Romania, XXIV, pp. 327-323), probabilmente incorpora un ricordo dello sprofondamento e della sommersione di tale sede.

(12) Cfr. Plutarco, De facie in oroe iunae, § 26 (tr. it.: Il volto della Luna, Adelphi, Milano, 1991); Plinio, Historia naturalis, IV, 30. Qui si tratta propriamente della terra di Thulé, che secondo Strabone, Geographia, I, Iv, 2, si trovava a sei giorni di navigazione dalla Britannia, vicino al mare congelato. Per il riferimento degli «eroi» all’età primordiale, del cui stato essi tornano in un certo qual modo a fruire, è interessante la tradizione secondo la quale Kronos, già re di quell’era, figura spesso anche come re degli eroi (Esiodo, Opera et Dies, vv. 168-171).

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(Capitoli 5, 6 e 7 estratti dal libro di Julius Evola “Il mistero del Graal” , Edizioni Mediterranee 1994).

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