I NUMI ERANO NUMERI: CARATTERE MATEMATICO DELLA VETUSTA ASTROLOGIA E DELLA CONSEGUENTE TEOGONIA

di Giuseppe Acerbi

1. Oroscopo radicale di Nostradamus (H.Saltarini, es. tipico d’astrologia genetliaca applicata al passato).

Tre sono i fattori fondamentali che impediscono alle persone razionali di prender in considerazione seriamente gli oroscopi natali, al di là dei giochi di salotto borghesi. Primo, il metodo; secondo, l’oggetto di riferimento.  In terzo luogo le condizioni generali di compilazione del cosmogramma, ossia la pretesa mancanza di scientificità della materia.  Analizzando le questioni nell’ordine elencato, constatiamo infatti che i detrattori dell’Astrologia non considerano quest’ultima una scienza, poiché si basa sulla deduzione anziché sull’induzione, come invece tutte le scienze moderne.  Ciò non è vero, però, dato che la logica matematica – modello di tutte le scienze sperimentali e persino di quelle umanistiche dal Rinascimento in poi – è fondata sostanzialmente sul metodo deduttivo.  Le basi dell’Astrologia, d’altronde, sono matematiche; anzi, la matematica medesima è d’origine astrologica, come avremo modo di vedere.  Di piú, persino il metodo induttivo ha la medesima matrice logica; una serie di dati non significa nulla se presa a sé stante, è la formulazione d’una legge che conferisce ad essa un senso.  La nomenclatura impiegata dalla scienza prova che non si esce comunque dall’antico concetto demiurgico di Legislatore, il solo ente che possa realmente conoscere lo stato delle cose nell’ambito della Creazione.  È dal Nómos infatti che inevitabilmente, come prova l’etimo, dipendono le norme del mondo fisico.  L’uomo le enuncia, ma non le stabilisce, semplicemente le riconosce come valide.  Per questo nell’Antichità l’inferenza costituiva un complemento della deduzione, e non un metodo contrapposto.  Tant’è che l’Astrologia se ne serviva.  Entrambi i processi mentali costituiscono ad ogni modo una generalizzazione, la quale nel primo caso è tratta schematizzando i dati rilevati dalla molteplicità degli eventi quali premesse necessarie alla conclusione; nel secondo, invece, le premesse sono di carattere principiale e la schematizzazione che porta alla conclusione è di tipo logico.  La conclusione può esser giusta od errata, oppure arbitraria, in entrambi i casi; non dipende dal metodo, bensí dalla correttezza dell’impostazione. 

3. Il dossier delle influenze cosmiche di M.Gauquelin (testo di ricerca selle basi astrofisiche dell’astrologia).

Un’ulteriore obiezione che impedisce al sapere astrologico di ricevere gli onori che merita, cavalcata ipocritamente da qualche pretenziosa organizzazione para-scientifica (in realtà scientista), sarebbe tuttavia il fatto che esso farebbe affidamento sulla presenza di costellazioni che solo apparentemente costituirebbero un insieme reale di stelle, poiché talune apparterebbero secondo le analisi spettrografiche contemporanee ad unità stellari diversificate.  Questa in apparenza parrebbe di primo acchito un’obiezione piú sensata, ma non lo è affatto.  Giacché la circostanza per cui determinate stelle appaiano vicine solamente a causa della proiezione prospettica non impedisce a quegli astri di esercitare un’influenza sovrapponibile nel cosmo.  Esattamente come la luce che da loro si proietta a noi in fascî.  Il problema semmai è stabilire quale tipo d’influenza sia esercitata.  Oltretutto, diversamente da quanto credono i male informati, sono i 7 pianeti – nell’astronomia geocentrica tolemaica andavano inclusi i due luminari – e non le 12 costellazioni la fonte primaria delle nozioni cosmologiche arcaiche.  Tal obiezione non ha dunque motivo di sussistere.  Ne rimane in ultimo una terza, purtroppo sinora inattaccabile sul piano sperimentale, ossia il pregiudizio che le influenze astrali non siano mai state dimostrate “scientificamente” vere.  Anche se nel terzo quarto del XX sec. circolava la voce in certi ambienti astrologici, purtroppo non esenti da scientismo, che da ricerche non divulgate di tipo sperimentale si fosse arrivati ad ipotizzare un’azione delle influenze astrali sulla struttura elettromagnetica dell’atomo.  Cfr. in proposito 2 interessanti opere di M.Gauquelin (Le dossier des influences cosmiques, Parigi 1973 e Rythmes biologiques, rythmes comiques); compendî pubblicati nel ’73 di un’opera piú vasta in 13 voll., scritti in collab. colla moglie Françoise.  Stiano cosí le cose (personalmente lo ritengo), o meno, sta di fatto che ogni ricerca in merito è sempre stata screditata.  Sicché non è ancora possibile stabilire, su tal piano, in cosa consistano esattamente le influenze siderali sul Dna e la vita degli esseri viventi.  Sebbene fin dai tempi in cui studiavo biologia molecolare del gene sul Watson a Torino risultasse scontato che l’acido fungente da mattone per l’edificazione del codice genetico fosse influenzato nelle sue variazioni dalle radiazioni cosmiche.  Il punto di vista suaccennato tuttavia scade nel riduzionismo, tendendo a limitare gl’influssi astrali a quelli planetarî ed evitando inoltre di prender in considerazione gli efflussi, probabilmente legati sul piano strettamente fisico al riassorbimento delle radiazioni elettromagnetiche emesse dai corpi in decomposizione.  Inoltre intende le influenze sul piano prettamente astrofisico.  La dottrina cosmologica tradizionale al confronto appare maggiormente complessa, non illustra solamente la cosmogonia, di cui la cosmografia è unicamente l’aspetto relativo all’orbe terrestre; descrive in parallelo il ritorno degli esseri transeunti del cosmo alla loro fonte primigenia attraverso vari gradî di riassorbimento, compreso quello astrale.  Tiene conto peraltro del piano sottile, che non si esaurisce colle forme invisibili d’energia attualmente note.

5. Rilevamento di posizioni astrali (miniatura, I Viaggi di Sir J.Mandeville, XV sec., Mus.Brit., Londra).

Si è tramandato segretamente da tempo immemorabile dell’esistenza simultanea di un’energia psichica, la forza su cui ha fatto leva la magia sin dalla preistoria umana.  D’altronde si è provato già all’inizio del Novecento (H.Hubert- M.Mauss, Pref. a Le origini dei poteri magici…, Roma 1977) che era errato considerare fenomeni quali la magia o la divinazione – nel cui ambito rientra necessariamente l’astrologia – frutto di superstizione e nel contempo rispettare le forme religiose, poiché tutte quelle manifestazioni del sacro erano nate dallo stesso contesto culturale.  A chiarire meglio la questione bisognerebbe parlare invero d’exoterismo e d’esoterismo, le due forme assunte storicamente dal sacro, ma sull’argomento dovrei dilungarmi troppo e lo do quindi per scontato.  Le religioni etniche avevano per base i culti astrali, basta pensare ad es. a quelle mesopotamiche.  A partire dagli ultimi 2-3 millennî sono spuntate le cd. religioni universalistiche, nelle quali l’antropomorfismo ha raggiunto limiti esagerati, trasformando la vecchia fede nel cielo in una fede cieca. Oedipûs docet.  Di qui ha preso spunto la scienza attuale.  Non v’è da meravigliarsi dunque se ancor oggi l’autorità scientifica rispetti l’autorità religiosa e non i maghi, gli astrologi e le loro chimere, ridotte a spettacolo da varietà.  Onde la comunità internazionale, che s’appoggia sul cd. sapere scientifico o presunto tale, non tiene in alcun conto dei concetti astrologici sul piano pratico-legale.

6. Campo magnetico stellare, ricostruito tramite lo Zeeman-Doppler imagining (tecnica cartografica).

Coerentemente allora dovremmo dichiarare l’elettromagnetismo una superstizione, dal momento che neanch’esso è tuttora spiegabile sul piano sperimentale; benché s’ipotizzi, ma non vi sono prove esaurienti, che dipenda dalla struttura atomica.  Solamente ne percepiamo gli effetti, misurati un tempo in G ed ora in Oe, proprio come succede colle influenze astrali.  I maestri antichi – vedi ad es. Platone – non conoscendo l’elettricità spiegavano siffatti influssi come semplici influenze magnetiche, ma al di là del loro linguaggio fiorito e poco comprensibile ai profani avevano in linea di massima colto nel segno.  Tuttavia nel XX sec. s’è ammessa in linea generale l’esistenza d’un magnetismo solare e stellare, tali da provocare l’Effetto Zeeman.  Dicesi tale in meccanica quantistica relativistica l’alterazione delle righe spettrali dei metalli alcalini (quelli con basso valore d’elettronegatività) dovuta ad un campo magnetico agente sul momento di spin, il movimento avvitatorio intrinseco dell’elettrone distinto da quello orbitale.  Visto che pure la terra è dotata di geomagnetismo, perché si vuol allora negare quel magnetismo planetario di cui F.Brown e M.Gauquelin ed altri hanno dimostrato da anni la reale esistenza?  Insomma, il vero problema da risolvere – studî di Ampère, Faraday, Maxwell, Einstein, Planck e Blackett a parte – dovrebbe esser semmai il seguente: che cos’è veramente l’elettromagnetismo? che rapporti ha colla forza di gravità, l’atmosfera, l’etere (ormai piú nessuno crede alla presenza d’un vuoto intersiderale, esempio significativo di superstizione “scientifica”, si parla adesso infatti di reticolo interspaziale con maglie piú o meno larghe) e la luce?  Tutte domande alle quali il sapere attuale, ancorato alla scoperta di particelle subnucleari dotate d’un comportamento ambiguamente corpuscolare od ondulatorio, non sa che dare risposte parziali ed insoddisfacenti; perché ignora il loro rapporto di forza coll’energia mentale, che non può esser limitata alle onde cerebrali, e la Psiche Universale od Anima Mundi

7. I 7 Arcangeli assieme ai 3 Cherubini proteggono Cristo (Anon., icona ortodossa, Russia, XIX sec.).

Adottando peraltro un linguaggio astruso ed alla portata solo degli esperti, ben diversi dai sapienti d’un tempo, l’astrofisica ha reso il problema irrisolvibile sul piano della logica confinandolo irrimediabilmente nelle ricerche dei laboratorî specializzati.  In tal modo il sapere scientifico ha assunto alcunché di luciferico, di subumano, indegno dell’intelletto intuitivo.  Il confronto dei dati colle antiche scienze risulta perciò impossibile.  In modo perfettamente lineare invece secondo la cosmologia tradizionale – da non confondere con quella contemporanea che è semplice astrofisica – dal Vuoto metafisico si differenzia un Principio creatore, donde mediante la distinzione logica in Essenza e Sostanza – le definizioni cambiano in base alle tradizioni – vengono originati 7 Principî (Archaí); successivamente raddoppiati tranne 1, che diviene il 13°, in 12.  È su tali 7 Archai che poggiava l’idea gnostica degli Àrchontes (lett. Principî ontologici), come indica l’etimo.  Ed anche quella giudaico-cristiana degli Arcangeli, sebbene costoro a differenza dei primi siano stati talvolta ridotti a 5 al fine di rappresentare i 4 Elementi stagionali a partire dalla Primavera (Raffaele, Uriele, Michele e Gabriele) e la loro Quintessenza (l’arcangelo centrale è chiamato Metatron).  Il ruolo settenario è assunto talora anche dai Demoni, quantunque la tradizione greca c’insegni che ilDaímôn può essere buono (agathós) o malefico (kakós), al pari delTitán.  Mentre il raddoppiamento duodenario è raffigurato dagli Angeli, costituenti nell’iconografia ecclesiastica un doppione archetipale degli Apostoli e pertanto a volte sostituiti in divinis da 12 Uccelli.  Vedi ad es. nel Battistero di Albenga oppure, ci ha suggerito il Grossato, in quello di S.Clemente a Roma.  Anche nelle tradizioni pagane pre-cristiane succedeva pressappoco cosí.  Dato che all’Unità primeva erano subentrati dapprima i 7 Titani e poi i 12 Dei Olimpici.  Codesto schema lo ritroviamo di pari passo fra i Greci ed i Latini (che ho preso a modello), fra gl’Indú (colà il passaggio avviene analogamente fra Asura Deva) ed i popoli mesopotamici, nonché fra Germani e Celti.  E persino fra i Maya-quiché, a testimonianza della sua vasta diffusione presso le culture letterate.   C’informa Esiodo nella Th.-126 ss che Gaia generò Urano stellato e dai due, unitisi in coppia (Cielo-Terra), provennero gli Uranidi (la stirpe di Crono e di Rhea).  Costoro altro non sono che i 7 Titani dai calzari ofidici, dominanti in coppia i 7 Pianeti.  Successivamente avvenne il suddetto sdoppiamento del potere numinoso e le coppie si frantumarono a formare i 12 Dei della Pioggia (la stirpe di Zeus ed Era), preposti alle 12 Costellazioni, dalle quali sono tratti i Segni dello Zodiaco Solare annuale.  A giudizio di T.Burckhardt (L’Alchimia, Lugano 1976) i Segni sono disposti nel cerchio annuale a coppie opposte e complementari, secondo uno schema rispecchiante l’Ebdomade planetario.  Ecco che troviamo quindi a partire dal basso la coppia Aquario-Capricorno, dominata da Saturno.  Seguono le coppie Pesci-Sagittario, Ariete-Scorpione, Toro-Bilancia, Gemelli-Vergine e Cancro-Leone.  Presiedute a vicenda da Giove, Marte, Mercurio e dai luminari.  Ora cercherò d’approfondire l’argomento e di circostanziare storicamente gli avvenimenti.

A)  Lo sviluppo dei culti astrali dall’Età dell’Oro all’Età del Ferro  

12. I 7 Âditya ( = Asura ) in veste di cavalli solari (ill.cont.).

Nel Sûrya Siddhânta, un trattato astronomico indiano anonimo del IV-V sec. d.C. (era parte dei Pañcasiddhântikâ, i 5 testi in materia perduti ma riassunti da Varâhamihira nel VI sec.), è scritto che la conoscenza dei pianeti incominciò alla fine del Kritayuga; quando l’asura Maya compí severe austerità allo scopo di conoscere la prima e principale delle scienze ausiliarie del Veda (Vedânga), il Jyotisha, ovvero Astrologia ed Astronomia indistinte.  Patañjalinel II sec. a.C. aveva premesso che la conoscenza degli spazî cosmici derivava dalla concentrazione yogica sull’astro diurno, nozione la quale confermava quanto tramandato nel Mahâbhârata (il poema dichiara di risalire alla fine del Dvâparayuga, quindi al VI-V mill. a.C.), cioè che Manu Vaivasvata avrebbe ricevuto la Yogavidyâ direttamente dal padre Sûrya (Sole) e l’avrebbe indi trasmessa ad Ikshvâku, fondatore della Dinastia Solare.  Non molto diversamente la tradizione greca ha attributo a Crono ed Elio, posti all’estremo del settenario planetario, le prime cronologie umane.  Ciò che implicava un primario culto uranico-solare dimenticato.  Ciclicamente l’Età di Manu è difatti l’Età Aurea, mentre quella di Crono ed Elio è l’Età Argentea.  Non è certo un caso che la mitologia hindu ponga all’inizio del  Tretâyuga, equivalente indiano dell’Età Argentea, l’inizio dello Yajña, il Sacrificio annuale. Rudra (il Rosso ossia Elio), autore dell’atto sacrificale ai danni di Prajâpati (di cui è figlio ma in una versione lo colpisce ai genitali, come fa Crono col padre Urano), altri non è che Kâla (il Nero ossia il Crono indiano). La cosmografia induista pone nel’emisfero australe, precisamente in zona austronesiana, quest’inizio.  Il Vishnuismo offre una figura equipollente, riassumente in sé il doppio connotato saturnio-solare, nel nano Vâmana. La funzione cosmografica del V Avatâra è stata quella di compiere i fatidici 3 Passi dond’è definito Trivikrama, fattore che si spiega da un lato in relazione al Trimundio e dall’altro colla doppia suddivisione solstiziale dell’anno, facendo perno allo zenit.  Il ternario può spiegarsi alternativamente, anziché considerando l’asse solstiziale del cerchio annuale, intendendo i 3 punti formati dai 2 equinozî e dal solstizio estivo.  Rimarrebbe fuori da tale schema grafico il misterioso Quarto Passo, connesso al solstizio invernale, che rappresentava il compimento annuale del Sacrificio. Con Parçurâma, l’avatara successivo noto ai greco-latini come Perseo e agli ebrei come Lamek (Vamana corrisponde al cornuto Kálibos, fantastico avversario del figlio di Danae nel versante cinematografico pur rispecchiando l’avversario vero, in altre parole l’altrettanto cornuto  Caino ebreo), avvenne la scoperta del Polo Sud e lo schema quinario di cui sopra s’arricchí d’un ulteriore punto: nacque il simbolo dei due triangoli opposti e complementari, poggiantesi sulla contrapposizione dei Poli nell’ambito d’un quadrilatero cosmico a forma rombica.  Tal simbolo lo si ritrova talora associato ad un altro vishnuita di cui dirò tra breve, il Sudarçana.  A Parçu è seguito Râmacandra, il principe dalla pelle verde marito di Sîtâ che per primo ha ottenuto l’Ebdomade aggiungendo un settimo punto per raddoppiamento delle stazioni solstiziali, sí da formare un quadrilatero cosmico settenario di forma quadrata.  Nelle tradizioni amerinde è conosciuto come Dio Verde o Nume Agrario.  Per gli ebrei era Seth, per i Latini Saturno.  Un altro nome indiano è Savitar, da identificare a Surya, che difatti possiede 7 Cavalli (Pianeti); appartiene alla sfera saura, però, anziché a quella vishnuita.  Cosmograficamente questo ciclo, nonostante le codificazioni successive ne abbian fatto qua e là un evento locale, collocasi pressappoco in quell’estremo occidente del mondo che gli odierni chiamano America e gli antichi Egizî Atlantide. 

25. Sudarçanapurusha a 4 braccia, su Garuda, con simbolismo duodenario (distr. di Piganas, Bengala Occ., XI-XII sec. d.C., Asutosh Mus., Calcutta).

Quantunque si debba tener conto, a tal scopo, delle mutazioni geografiche intervenute a posteriori alla fine d’ogni yuga (l’eone di 6.480 anni).  Un vero e proprio Zodiaco Solare – sia pure solo novenario, per triplicazione dei punti solstiziali, ad imitazione di quelli equinoziali già presenti nello schema precedente – è venuto alla luce esclusivamente dopo, nel Dvâparayuga(epoca dei Deva)avataricamente dominata dal semidivino Krishna Vâsudeva; tuttavia solamente al secondo Krishna, l’eroico maestro dei Panduidi trasformatosi magicamente in Kâla nella Bhagavad Gîtâ, va assegnata non meno che all’omologo e pluviale Jagannâtha la valenza di Signore dei 12 Dei della Pioggia. Il Râçicakra, o Ruota dei Segni, viene a volte iconograficamente personificato in India in un Râçicakrapurusha; al modo come la Ruota Planetaria lo è nel Navagrahapurusha, ma spesso vi è un unico Kâlapurusha (Signore del Tempo) che regge tutte le sfere, compresi gli asterismi lunari.  Vishnu, indipendentemente dalla sua succitata incarnazione per eccellenza, assume la veste zodiacale duodenaria mediante il Sudarçanapurusha od il Sudarçanacakra, la peculiare mûrti in cui nella Ruota Fiammeggiante del dio compaiono 12 o piú Raggî. Il Cakra, una delle 4 armi di Vishnu, a volte è personificato esso medesimo in un Cakra-purusha.  Alternativamente è la Mazza, fungente da Axis Mundi, ad esser personificata. I Greco-latini, presso i quali analogo ruolo era sostenuto da Eracle/ Ercole o dal padre Zeus/ Giove, hanno attribuito al semidio od al padre divino di costui la stessa invenzione o scoperta che dir si voglia.  Ecco la ragione onde esistono pure 2 forme di Ercole, una paleolitica e l’altra mesolitica.  Identica cosa può dirsi per Noé, il costruttore dell’Arca (Zodiacale). Al secondo Ercole son assegnate le 12 proverbiali Fatiche, fatto che si spiega incredibilmente attraverso l’esame d’un reperto preistorico rinvenuto da Frobenius – credo (purtroppo chi lo ha segnalato, N.Sementovski-Kurilo, nel suo trattato d’astrologia teorico-pratico ha commesso il grave errore di non menzionarne la provenienza) – nella zona costiera afromediteranea. Il graffito mostra un uro con una gamba cosparsa di 12 Segni, ma quel che è straordinario è che nell’ancestrale figura zoomorfica siano rappresentate nel contempo l’astrologia tropicale, a partire dall’Ariete fino ai Pesci (ancorché la grafia dei Segni non combacî con l’attuale), e quella siderale col Leone dominante al P.V.  Il che ci rimanda, astrologicamente, al 10.960-8.800 a.C. Nel Noè biblico i due ruoli sono meno facilmente distinguibili, poiché la loro sovrapposizione ciclica ha creato un unico personaggio,  ma è evidente che un Noè sia da identificare a Prometeo e l’altro a Deucalione.  Ivi ometto l’argomento dello Zodiaco Lunare, caratterizzante il Kaliyuga, ovvero l’Età del Ferro di classica memoria.  Dirò soltanto che in quest’epoca il culto ha abbandonato Vishnu e gli Dei zodiacali, riversandosi sui 27 Nakshatra od asterismi lunari.  Primo fra tutti Mrigaçiras (cfr. coll’Orione greco ed il Nimrod biblico), incarnazione di Prajâpati, cui è stato riadattato kaliyugicamente il vetusto rito dello Yajñacakra

B)  I Numeri e l’Astrologia

Ed ora provo a risolvere, in breve, la questione della pretesa mancanza di metodo del’astrologia, questione prima lasciata in sospeso. Ho voluto porla a conclusione del mio scritto, perché solo dopo aver spiegato la dinamica della formazione di culti astrali a livello generale, di era in era e di terra in terra, si può comprendere esattamente ciò che sto per dire.  Come indica l’etimo latino, la rad. del termine nûmen ( /num- ) è la stessa di quella di numerus; i filologi però hanno sempre considerato tale convergenza fonetica solo apparente, da un punto di vista etimologico, ritenendo il primo sostantivo apparentato al supposto vr. *nuo ( ‘inclinarsi, far cenno’ ) – che non compare mai se non nei composti ( ad-nuo e ab-nuo ) ed il secondo senza collegamenti nella lingua latina. Il termine numerus sarebbe insomma da rapportare al v.gr. némô ( ‘assegnare, distribuire’ ), freq. nomízô ( ‘disporre, ordinare; legiferare, governare’ ). Mentre nuorisulterebbe chiaramente corrispondente al vr.gr. neúô ( ‘accennare, annuire’ )  Cosa giusta, ad uno sguardo superficiale, limitandoci al greco e al latino.  Se si tenesse conto invece dell’antica lingua indiana, ossia del scr. nam ( ‘salutare, far cenno col capo’ ), le cose cambierebbero e sarebbe immediatamente dimostrata l’affinità efettiva fra le due basi *nm-.  Essendo adnuoannuo ( annuire ) contrapposto ad abnuo ( negare ), è evidente che in latino si distingue il cenno d’assenso rispetto al cenno di dissenso (1). L’uno è introdotto dal suff. ad- ( ‘a’ ) e l’altro da ab– ( ‘da’ ).  Mentre in greco neúô contempla solamente l’accezione positiva.  In sanscrito, viceversa, nam ha significato ambivalente; esattamente come si suppone avesse in latino il perduto nuo, ammesso che questo verbo sia mai esistito (2). D’altronde, che nuo sia legato a nûmen lo si deduce oltreché dalla logica, dal fatto che è il grande Cicerone a tramandarcelo nella sua celebre opera De Natura Deorum.  Va notato ancora, etimologicamente parlando, che il vr. nomízô deriva dal s.m. Nómos (  la Legge, personificata nel Legislatore, il Demiurgo platonico insomma  ); equivalente al lat. Numa, il secondo re di Roma in panni appunto legislativi, a causa della tendenza romana a storicizzare i miti. Però, a ben vedere, è imposibile non accorgersi che il Nomos non solo è un nume, ma è il nume per eccellenza. Oltretutto, la suaccennata base *nm- è l’esatto contrario anagrammaticamente della base *mn-, donde è palese sia derivato la denominazione umana in varî idiomi indoeuropei, dalle lingue germaniche ( vedi l’antico progenitore mitologico, latinizzato in Mannus ) a quelle indiane ( Manu, il Primo Uomo nonché il Primo Dio, come tale identico a Brahmâ ). Col che si spiega perché mai la stessa base *mn-, non anagrammata, si ritrovi anche nel gr. Mínôs; e nell’eg. Menes, il Min erodoteo.  In Grecia ( ovvero nella Pelasgia ) come in India il Primo Uomo aliâs il Primo Dio, essendo stato pure il Primo Morto, è stato demonizzato divenendo signore dell’oltretomba.  La demonizzazione demiurgica della primeva divinità equivale in fondo, sul piano divino, alla trasformazione in ombra infera sul piano umano.  In altre parole, Nomos equivale a Minosse e a Menes. Tutti costoro detengono nei rispettivi contesti funzione legislatrice, seppure il primo in maniera piú astratta. In Manu e Mannus pare prevalere per contro la prima funzione, quella divina; ma dei loro chiari doppioni ( Yama e Tuisto ) testimoniano che essi posseggono simultaneamente la seconda prerogativa.

Ebbene, a titolo conclusivo c’insegnano le antiche sacerdotesse del santuario oracolare di Dodona per bocca d’Erodoto ( Hist.- ii. 52 sgg ) come la natura divina fosse strettamente relazionata ai nomi degli Dèi; che i Pelasgî – i veri Greci – appresero dagli Egizî di Tebe, trasmettendoli poi agli Elleni.  Siccome tuttavia, ci spiega Erodoto in modo un po’ enigmatico ( ibîd. ), “gli Dei presiedevano ad ogni ripartizione”, si può interpretare codesta affermazione in questo senso: i primi nomi divini non erano che numeri.  Va da sé, allora, che la natura numinosa dipendeva essenzialmente dalle cifre di contrassegno dei numi.  Perché mai questo?  Evidentemente, per una ragione molto semplice: le cifre indicavano le inclinazioni sideree periodiche dei luminari nel calendario, solare o lunare che fosse.  Donde l’importanza dell’astrologia, che poggiava il suo sapere sulla diretta osservazione dei movimenti degli astri e sulla loro interpretazione in senso cosmologico.  La distinzione rispetto all’astronomia non era ancora avvenuta, piú o meno come accade ancor oggi nel Jyotisha indiano.  Ciò dimostra indirettamente, peraltro, che le origini dell’astrologia sono matematiche.  Anzi è l’Astrologia, Krónos ( cfr. col Kâla indu ) ovvero Nomos nel linguaggio platonico, che ha originato la scienza matematica.  Di piú, ogni scienza tradizionale – lo indica l’etimo del vr.lat. scio ( ‘sapere’ ), connesso al gr. skía ed al scr. chayâ (3) – è d’origine celeste e quindi subordinata all’Astrologia.  Significativo d’altra parte che la base *nm- faccia capo ad un termine greco, il s.m.noûs ( ‘intelletto’); mentre la *mn- si connetta, visibilmente, al s.f. mêns ( ‘mente’ ).  Non è il caso, comunque, di considerare l’opposizione fonetica delle due basi come una dicotomia fra il noetico ed il mentale; dato che nella preistoria del linguaggio umano e della scrittura la lettura dei segni alfabetici s’applicava ad entrambe le direzioni della grafia dei segni.  Inoltre, la Mente della Divinità o del Demiurgo era presa per trasposizione ad indicare l’Intelletto Divino;  capace d’ordinare tutte le cose create ( notare la voce kósmos, da kosméô = ‘ordinare’ ) in senso numerico-distributivo, garantendo loro un nome, cioè un’essenza distintiva.  Per questo il lat. nômen ( gr. ónoma, got. namô, scr. nâma )(4) va inserito nella lista di parole apparentate ai termini nûmen numerus, fra loro strettamente affini, contrariamente a quanto si è sempre pensato.

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Note

(1)         Non per niente il freq. di *nuo è nûto (‘inclinarsi in un senso e nell’altro, oscillare’), da cui il s.m. nûtus (‘inclinazione’).  

(2)         Si può supporre infatti che la distinzione latina fra assenso e dissenso sia dovuta al doppio cenno del capo, rispettivamente verticale ed orizzontale (gravido di significati metafisici, notare bene!), tramesso alla posterità.  In India e probabilmente pure in Grecia una volta, forse prima dell’avvento del ceppo indoeuropeo, si fa unicamente un cenno di capo obliquo; che non si comprende bene da parte degli europei cosa voglia dire, ma va inteso in realtà come un mezzo assenso.  Giacché l’abitudine degl’indiani, d’origine paleodravidica, è di non concordare mai del tutto coll’interlocutore.  Qualcosa del genere è rintracciabile persino nel nostro sud, particolarmente in Sicilia ed in Calabria, e sono convinto caratterizzasse un tempo l’intera zona indo-mediterranea.  

(2)         Per l’esatto etimo della parola, la quale rimanda a Crono-Kala, si veda la n.1 del mio art. La vita è d’origine extra-terrestre?, presente in questo stesso blog (19-01-06).

(3)         Egualmente, occorre rilevare, è da ónoma che deriva il vr. onomázô.  Non il contrario.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi pubblicato sul blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/)

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2011/07/i-numi-erano-numeri-il-carattere.html

 

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