I TEMPI PREISTORICI

I “Tanum” Petroglifi scolpiti nelle rocce in Svezia

 

di Bâl Gangâdhar Tilak

I TEMPI PREISTORICI

Se risaliamo indietro nel passato della storia delle nazioni, arriviamo al periodo dei miti e delle tradizioni, che si dileguino in una impenetrabile oscurità. In certi casi, come vediamo in Grecia, il periodo storico risale a 1.000 anni a.C., mentre in Egitto gli ultimi documenti, recentemente dissotterrati da antiche tombe e monumenti, fanno indietreggiare la sua storia fino a 5.000 anni a.C. Ma in un caso o nell’altro, il più antico limite che possiamo considerare è di 5000 o 6000 anni a.C. ed è preceduto da un periodo di miti e tradizioni. Siccome questi sono stati i soli materiali utili per lo studio dell’uomo preistorico sino alla metà del XIX secolo, furono fatti vari tentativi per sistemare tali miti, per spiegarlo razionalmente e per vedere se essi portavano luce sulla primordiale storia dell’uomo. Ma, come ha osservato il prof. Max Mūller: “Tutti i dotti senza pregiudizi intuivano che nessuno di tali sistemi di interpretazione era sino infondo soddisfacente”. “il primo impulso ad una nuova considerazione della Mitologia venne dalla filologia comparata”, aggiunge lo stesso dotto autore. Con la scoperta delle antiche lingue e dei libri sacri dell’India, scoperta che il professore paragona per importanza a quella del Nuovo Mondo, e con la scoperta della stretta parentela tra il Sanscrito e lo Zend, da una parte, e le lingue delle principali razze europee, dall’altra parte, una completa rivoluzione avvenne nelle idee comunemente accettate sull’antica storia del mondo. Ci si accorse che le lingue delle principali nazioni europee – antiche e moderne – presentavano strette somiglianze con le lingue parlate dai Brahmani dell’India e dei seguaci di Zoroastro; e da tale affinità tra le lingue Indo-germaniche conseguì inevitabilmente che tutte queste lingue dovevano essere germogli o dialetti di una sola lingua primitiva e che l’esistenza di una tale lingua implicava anche l’esistenza di un popolo Ariano primitivo.

Lo studio della letteratura vedica e del Sanscrito classico da parte dei dotti occidentali portò a una graduale evoluzione nelle loro idee sulla storia e sulla cultura dell’uomo dell’antichità. Il dr. Shrader, nella sua opera Prehistoric Antiquites of Arian Peoples, dà un riassunto esauriente sulle conclusioni e sui metodi della filologia comparata a riguardo delle cultura primitiva del popolo Ariano. Chi desiderasse avere altre informazioni a questo proposito, dovrà riportarsi a tale interessante libro. Per il nostro presente scopo, è sufficiente stabilire che gli studiosi di Mitologia comparata ed i filologi furono i soli in questo campo a dettar legge, fino a che le ricerche dell’ultima metà del XIX secolo diedero nuovo materiale allo studio dell’uomo non solo dei tempi preistorici, ma di tali remote età che, comparato con esse, il periodo preistorico appare molto recente.

Gli studiosi di Mitologia portarono le loro ricerche su un’epoca che si credeva post-glaciale, in quanto si supponeva che l’ambiente fisco e geografico dell’uomo antico non fosse materialmente diverso da quello del nostro tempo. Tutti gli antichi miti erano d’altronde interpretati partendo dall’ipotesi che si fossero formati e sviluppati in regioni in cui il clima e le altre condizioni avevano subito poche variazioni rispetto a oggi. Così, ogni mito o leggende vedica era spiegato con la teoria della tempesta o con quella dell’alba, benché in certi casi sembrasse che tali spiegazioni non fossero del tutto soddisfacenti. Indra era solo un dio della tempesta e Vritra il demone dell’aridità e dell’oscurità, suggerite dal quotidiano tramonto del sole. Questo sistema d’interpretazione fu dapprima usato dagli Etimologisti indiani, poi sviluppato dagli studiosi occidentali dei Veda, ma il suo spirito è rimasto praticamente inalterato sino a noi.

Si credeva anche che si dovesse ricercare l’origine della dimora della razza Ariana in qualche luogo dell’Asia centrale e che gli inni vedici, che si supponevano composti dopo la separazione degli Indiani Ariani dal comune tronco, contenessero solo idee di questo ramo della razza Ariana che viveva nella zona temperata. Le ricerche scientifiche dell’ultima metà del XIX secolo, hanno inferto un rude colpo a tali teorie. Da centinaia di utensili di pietra e di bronzo trovati seppelliti in vari luoghi dell’Europa, gli archeologi hanno ora stabilito le fasi cronologiche dell’età del Ferro, del Bronzo e della Pietra in tempi precedenti l’epoca storica. Ma il più importante avvenimento dell’ultima metà del secolo scorso, concernente il nostro studio, fu la scoperta dell’esistenza dell’Epoca Glaciale alla fine dell’era quaternaria e della grande antichità dell’uomo, che si dimostrò aver vissuto non solo nel Quaternario, ma anche nel Terziario, quando le condizioni climatiche del globo erano del tutto diverse da quelle presente o da quelle del Periodo Post-glaciale. I resti di animali e di uomini rinvenuti negli strati del Neolitico e Paleolitico gettano una nuova luce sulle antiche razze che vivevano nelle contrade ove questi reati furono ritrovati. Divenne ben presto evidente che gli occhiali usati dagli studiosi di Mitologia dovevano essere cambiati ed aggiustati per una maggiore distanza e che i risultatati cui si era arrivati nello studio dei miti e delle leggende dovevano essere riveduti alla luce dei fatti scoperti dalle ricerche scientifiche.

I lavori dei dirti tedeschi, come Posche e Penka, si opponevano completamene alla teoria dell’origine asiatica della razza ariana, ed oggi è generalmente riconosciuto che si debba abbandonare tale teoria e ricercare l’originaria dimora degli Ariani molto più a Nord. Canon Taylor, nella sua opera Origin of the Aryans, ha riassunto il lavoro compiuto in questi ultimi anni in questa direzione. Egli afferma: “Fu principalmente un’opera distruttrice”, e conclude il suo libro, osservando: “La tirannia degli studiosi del Sanscrito è facilmente superata ed è dimostrato che le affrettate deduzioni in filologia devono essere sistematicamente rivedute per mezzo delle conclusioni dell’archeologia preistorica, della Craniologia, dell’Antropologia, della Geologia e del senso comune”. Egli ha fatto l’osservazione solo come conclusione alla fine del libro altrimenti si sarebbe potuto obiettare che deprecava inutilmente le opere degli studiosi di Mitologia e Filologia comparate. In ogni ramo della conoscenza umana, le vecchie conclusioni sono state sempre rivedute alla luce delle più recenti scoperte, ma proprio per questa ragione non è gusto infierire sull’opera di coloro che ricercarono sullo stesso campo, molto prima, con materiali scarsi ed insufficienti. Mentre le conclusioni dei filologi e studiosi di mitologia sono attualmente riviste alla luce delle nuove scoperte scientifiche, un nuovo lavoro, ugualmente importante, resta da fare. È stabilito che la scoperta della letteratura vedica ha dato nuovo impulso agli studi dei miti e leggende.

Ma i Veda stessi, di cui si riconosce che costituiscono il più antico documento della razza Ariana, sono sino ad oggi imperfettamente intesi. Essi già erano divenuti inintelligibili all’epoca dei Brahmana, diversi secoli avanti l’era volgare e, se non fosse stato per i lavori degli etimologisti e grammatici indiani, sarebbero rimasti libri ermetici sino al presente tempo. I dotti occidentali hanno svolto, in una certa misura, i metodi indù di interpretazione con l’aiuto dei fatti portati in luce dalla Filologia e Mitologia comparata. Ma nessuna analisi etimologica o filologica può aiutarci a comprendere pienamente un passo che contiene idee e sentimenti estranei e non familiari a noi. Questa è una delle principali difficoltà dell’interpretazione vedica. La teoria dell’Alba o Tempesta può aiutarci a capire alcune leggende di questi antichi libri. Ma ci sono passi che, a dispetto della loro semplicità appartenete, sono completamente inintelligibili se ci si basa su tale teoria; in tali casi i sapienti indù, come Sayana, si accontentano di parafrasare semplicemente le parole, oppure ricorrono alla distorsione di parole e frasi per dare loro un senso comprensibile; a loro volta, i dotti occidentali considerano questi testi corrotti o imperfetti. Nell’uno e nell’altro caso, tuttavia, è il dubbio che alcuni testi vedici siano ancora incomprensibili e, quindi, intraducibili.

Il prof. Max Müller era pienamente cosciente di queste difficoltà: “La traduzione del Rig-Veda – osserva nella sua introduzione alla traduzione degli Inni vedici dei Libri Sacri Orientali – sarà il compito del prossimo secolo” e il solo dovere dei dotti d’oggi è di “ridurre sempre più il limite della parte introducile”, come hanno fatto Yaska ed altri sapienti indù. Ma se le scoperte dell’Ottocento hanno portato nuovi lumi sulla storia e sulla cultura dell’uomo dei tempi primordiali, possiamo aspettarci di trovare una nuova chiave per interpretare i miti ed i passi vedici, che si pensa racchiudano le più antiche credenze delle razza Ariana. Se l’uomo è esistito prima dell’ultimo periodo glaciale ed è stato testimone di giganteschi cambiamenti apportati dall’Età dei Ghiacci, non è insensato aspettarci che qualche allusione, anche nascosta e lontana, a tali avvenimenti si possa trovare nelle più antiche credenze tradizionali e nei ricordi dell’umanità. Il dott. Warren, nella sua interessante ed oltremodo suggestiva opera intitolata Paradise Found Or The Cradle Of The Human Race At The North Pole, a tentato di interpretare antichi miti e leggende alla luce delle attuali scoperte scientifiche ed è arrivato alla conclusione che l’originaria dimora dell’intera razza umana debba essere ricercata nelle regioni prossime al Polo Nord.

L’oggetto del nostro studio non è così ampio. Intendo limitarmi solo alla letteratura vedica e mostrare che se leggiamo certi passi dei Veda, sino ad ora considerati non comprensibili alla luce delle nuove scoperte scientifiche siamo obbligati a concludere che la dimora degli antenati ancestrali del popolo vedico si trovava in qualche luogo presso il Polo Nord prima dell’ultima Era Glaciale. Il compito non è dei più facili, se si considera il fatto che i passi dei Veda su cui mi appoggio, sono stati sinora ignorati o male interpretati da dotti indù ed europei. Ma spero di mostrare che tale interpretazione, anche provvisoriamente accettate, non possono soddisfare che le nuove scoperte dell’Archeologia e della Geologia ci forniscono una chiave migliore per capire questi passi. Se, dunque, le conclusioni degli studiosi di Mitologia e Filologia sono messe in discussione da tali recenti scoperte, esse hanno però reso un grande servizio, fornendoci un mezzo interpretativo delle antiche leggende ariane. I risultati ottenuti con l’uso della nuova chiave interpretativa non possono, a loro volta, mancare di apportare nuova luce sulla storia primitiva della razza Ariana e modificare le conclusioni cui gli archeologi ed i geologi sono giunti. Ma prima di addentrarci nella discussione dei testi vedici che indicano una dimora polare, è necessario riassumere brevemente i risultatati delle recenti scoperte di Archeologia, Geologia e Paleontologia. Il mio riassunto sarà necessariamente breve: perciò mi limiterò ai fatti della Geologia e della Paleontologia che corroboreranno la mia tesi, prendendo liberamente dalle opere di autori famosi come Lyell, Geikie, Evans, Lubbock, Croll, Taylor ed altri. Ho, inoltre, utilizzato un sommario eccellente degli ultimi risultati delle ricerche, tratto da Origini Umane di Samuel Laing. La credenza secondo cui l’uomo sia di epoca post-glaciale e le regioni polari non siano mai state abitate da razze umane, ancora si trascina in alcuni luoghi e, a chi la mantiene, ogni teoria sulla dimora artica della razza Ariana può sembrare a priori inaccettabile. Così, è meglio iniziare con un breve riassunto delle più recenti conclusioni scientifiche su questo punto.

Le razze umane dei tempi più remoti hanno lasciato ampie testimonianze della loro esistenza su tutta la faccia della terra. Queste non consistono solamente in tombe, piramidi, iscrizioni e documenti. Esse più umilmente consistono in centinaia e migliaia di strumenti di pietra, di metallo, rozzi o levigati, riportati in luce in antichi accampamenti, fortificazioni, necropoli (tumuli), templi, villaggi lacustri ecc. dei tempi primitivi, sparsi sull’intero territorio dell’Europa. Nelle mani degli archeologi, essi hanno dato gli stessi risultati dei geroglifici nelle mani degli egittologi. Gli antichi utensili di pietra e di metallo non erano sconosciuti precedentemente, ma non avevano fermato l’attenzione degli scienziati fino a questi ultimi tempi, e quando i contadini in Asia ed Europea li trovavano nei loro campi, non potevano far di meglio che adorarli come fulmini o frecce caduti semplicemente dal cielo. Ma dopo un accurato studio di questi resti, gli archeologi sono arrivati alla conclusione che questi utensili, dei quali l’origine umana è indiscutibilmente stabilità, possono essere classificati come appartenenti all’Età della Pietra (incluso il corno, il legno, l’osso), a quella del Bronzo ed a quella del Ferro, età rappresentanti tre diversi stati di civiltà nel progresso dell’uomo preistorico. Così, gli oggetti di pietra, di legno o d’osso come scalpelli o raschiatoi, teste di freccia, pugnali, asce ecc., erano adoperati quando l’uso del metallo era ancora sconosciuta e furono a poco a poco sostituti dapprima con oggetti di bronzo in seguito con quelli di ferro, quando l’uomo primordiale scoperse l’uso di tali metalli. Non bisogna pensare che questi tre periodi della civiltà siano stai nettamente divisi. Essi rappresentano solo una rozza classificazione, poiché il passaggio dall’uno all’altro fu lento e graduale. Si continuò ad usare oggetti di pietra per lungo tempo dopo la scoperta e l’uso del bronzo e la stessa cosa deve essere avvenuta nel passaggio dall’Età del bronzo a quella del Ferro. L’Età del Bronzo – che è una lega tra rame e stagno – richiede certamente una precedente Età del Rame. Ma non si hanno prove sufficienti per ammettere l’esistenza indipendente di una età del rame e di una età dello stagno e si considera probabile che l’arte della fabbricazione del bronzo non sia stata inventata in Europa, ma sia stata introdotta da altre regioni o per mezzo del commercio, o per mezzo della razza Indo-Europea, giunta da fuori. Un altro fatto richiede di essere notato per queste età: infatti, l’Età della Pietra o del Bronzo in un paese non fu necessariamente singola con la stessa età in un altro paese. Così, troviamo uno stadio avanzato di civiltà in Egitto circa nel 6000 a.C., quando gli abitanti dell’Europa erano ai primi stadi dell’Età della Pietra. Similmente, la Grecia si trovava già avanzata nell’Età del Ferro, mentre in Italia era nell’Età del Bronzo, ed il resto dell’Europa nell’Età della Pietra. Questo mostra che il progresso della civiltà fu lento in certi luoghi, rapido in altri, poiché il ritmo di questo progresso variava secondo le circostanze di ciascun posto. In generale, le tre Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro rappresentano i tre stadi di civiltà anteriori all’epoca storica.

Di queste tre diverse età, la più antica, o Età della Pietra, è distinta anche in un periodo Paleolitico e periodo Neolitico, o vecchia e nuova Età della Pietra. Tale dimostrazione è fondata sul fatto che gli arnesi di pietra del Paleolitico sono lavorati molto grossolanamente, essendo semplicemente scalpellati è mai affilati o levigati come nel caso degli oggetti dell’Età della Pietra più recente. Un’altra caratteristica del Paleolitico sono gli arnesi rinvenuti in luoghi di grande antichità più di quanto si possa assegnare ai resti del Neolitico, poiché i resti delle due età assai raramente, se non mai, si trovano insieme.

La terza distinzione tra il Paleolitico ed il Neolitico è che i resti dell’uomo paleolitico si trovano associati con quelli di grandi mammiferi come l’orso delle caverne, il mammouth ed il rinoceronte coperto interamente di pelo, che, localmente, si estinse prima che apparisse l’uomo neolitico sulla scena. In breve, c’è una sorta di iato o rottura tra l’uomo del Paleolitico e l’uomo del Neolitico: perciò, sono necessari una classificazione ed uno studio particolare per ciascuno. Si può rilevare che le condizioni del clima e la distribuzione delle terre e delle acque nel Paleolitico furono diverse da quelle del Neolitico. Invece, dall’inizio del Neolitico le condizioni geografiche e del clima rimasero pressoché immutate sino al tempo attuale. 

Per comprendere la relazione di queste tre epoche con i periodi geologici nei quali è distinta la storia della Terra, dobbiamo considerare brevemente la classificazione geologica. Il geologo riprende la storia della Terra al punto in cui l’archeologia l’abbandona e risale fino alla più remota antichità. La sua classificazione è fondata sull’esame dell’intero sistema di stratificazione delle rocce e non su semplici reperti rinvenuti in qualche strato. Le rocce stratificate si distinguono in cinque classi principali, secondo il carattere dei fossili trovati in esse. Essi rappresentano cinque diversi periodi nella storia del nostro pianeta. Queste ere geologiche, proprio con le tre età della Pietra, del Bronzo e Ferro, non possono essere nettamente separate una dall’altra, ma, nell’insieme, possono essere chiaramente distinte l’una dall’altra per i resti fossili caratteristici.

Ciascuna età geologica si suddivide in un certo numero di periodi. La cronologia di tali Ere o Periodi, partendo dai più recenti, è la seguente:

La più vecchia roccia stratificata conosciuta fino ad ora è dell’Archeano o Eozoico. Poi, in ordine cronologico si trovano il Primario o Paleozoico, il Secondario o Mesozoico, il Terziario i Cenozoico, infine il Quaternario. L’era Quaternaria, la sola che qui ci interessa, è suddivisa in Pleistocene o Era Glaciale ed Era Recente o Periodo Post-Glaciale, la fine del primo e l’inizio del secondo segnano l’ultima epoca glaciale, l’Età dei Ghiacci, durante la quale la maggior parte dell’Europa e dell’America settentrionali fu coperta da una spessa coltre di ghiaccio di varie centinaia di metri d’altezza. L’Età del Ferro, del Bronzo ed il Neolitico fanno parte del Periodo PostGlaciale, mentre si pensa che il Paleolitico cada nel periodo del Pleistocene, benché certi testi del Paleolitico siano post-glaciali, dimostrando che l’uomo paleolitico è sopravvissuto all’Età dei Ghiacci. Le più recenti scoperte e ricerche ci permettono di fare risalire a molto prima l’antichità dell’uomo: esse hanno dimostrato che l’uomo esisteva già nel Terziario, ma, a parte ciò, schiacciante è l’evidenza della prova conclusiva dell’esistenza dell’uomo largamente sparso nel Quaternario, anche prima dell’ultimo periodo glaciale. Vari calcoli sono stati fatti per determinare il tempo dell’inizio del neolitico, ma la più alta data assegnata non risale al di là del 5000 a.C., tempo in cui fiorirono gli imperi dell’Egitto e della Caldea.

Questi calcoli sono fondati sugli strati di fango trovati accumulati in piccoli laghi in Svizzera, quando gli abitanti lacustri del periodo neolitico costruivano là i loro villaggi su palafitte. Le torbiere della Danimarca danno i mezzi per un’altra valutazione  dell’inizio del Neolitico in quel paese. Tali torbiere si formarono nelle cavità dei ghiacciai in cui caddero gli alberi che a poco a poco si trasformarono in torba nel corso del tempo. Si distinguono tre successivi strati di vegetazione nelle torbiere: lo strato superiore di faggi, il mediano di querce, l’inferiore di abeti. I cambiamenti di vegetazione sono attribuiti a lente variazioni del clima ed è accertato dagli oggetti e dai resti, rinvenuti in queste torbiere che l’Età della Pietra corrisponde in modo più vasto a quella degli abeti e parzialmente a quella delle querce: l’Età del Bronzo corrisponde allo strato delle querce e l’Età del Ferro a quello dei faggi. Si è calcolato che abbisognarono circa 16.000 anni per formare tali torbiere e, conformemente a queste valutazioni, noi dovremmo far risalire l’inizio del Neolitico in Danimarca, a non più di 10.000 anni fa. Ma queste valutazioni sono solo approssimative: possiamo supporre, in generale, che il Neolitico inizi in Europa non tardi di 5.000 anni a.C.

Quando si passa dal Neolitico al Paleolitico, è molto difficile determinare gli inizi di quest’ultimo. Infatti, dobbiamo datare l’inizio del Periodo post Postglaciale. L’uomo paleolitico ha dovuto occupare parte dell’Europa occidentale poco prima della scomparsa dell’Età dei Ghiacci. Il prof. Geikie afferma che abbiamo ragione di supportare che egli fu interglaciale. Il Periodo Glaciale fu caratterizzato da cambiamenti geografici e climatici su vasta scala. Tali cambiamenti e le teorie sulla causa o sulle cause della glaciazione saranno brevemente riassunte nel capitolo seguente. Noi, qui, ci interessiamo alla data dell’inizio del periodo Post-glaciale. Ci sono due diverse vedute su questo punto da parte dei geologi: i geologi europei pensano che l’inizio del periodo postglaciale sia stato segnato da grandi movimenti di elevazione e depressione delle terre, movimenti lentissimi; quindi, l’inizio del periodo post-glaciale non può essere posto più tardi di 50000 o 60000 anni fa. D’altra parte, numerosi geologi americani sono del parere che la fine dell’ultimo periodo glaciale deve essere avvenuta in una data ben più recente. Affermano ciò a causa delle diverse valutazioni della durata e dell’erosione delle valli e dell’accumulo dei depositi alluvionali dopo l’ultima glaciazione. Così, secondo Gilbert, la lingua di terra post-glaciale del Niagara deve essere stata scavata in 7000 anni, tenendo conto dell’attuale velocità d’erosione.

Altri geologi americani, partendo da osservazioni simili in vari altri luoghi, sono arrivati alla conclusione che non siano passati più di 8.000 anni dopo la fine dell’ultimo Periodo Glaciale. Questa datazione concorda molto bene con la data approssimativa del Neolitico, accertata nelle torbiere di alcuni laghi in Svizzera. Ma essa differisce considerevolmente dalla valutazione dei geologi europei. All’attuale stato delle nostre conoscenze, è difficile quale sia la stima esatta. Probabilmente il Periodo Glaciale e quello Post-glaciale non furono sincroni nei vari luoghi, per cadute locali e del loro inizio e della loro fine, proprio come le Età della Pietra e del Bronzo non furono contemporanee nei vari luoghi. il prof. Geikie non accetta le valutazioni americane, perché non sono compatibili con l’alta antichità della civiltà egizia, come accertato dalle recenti scoperte. Poiché nessuna traccia di glaciazione è stata trovata in Africa, questa obiezione perde forza, mentre gli argomenti che sorreggono la tesi americana rimangono validi.

Ci sono altre ragioni che sostengono la stessa tesi. Tutte le prove circa l’esistenza del Periodo Glaciale provengono dal Nord Europa e dal Nord America; ma nessuna traccia di glaciazione è stata scoperta ancora nel settentrione dell’Asia o dell’Alaska. Si può supporre, comunque, che il Nord dell’Asia godesse d’un clima dolce nei tempi antichi, come ha osservato il professor Geikie: “Dovunque attraverso questa vasta ragione alluvionale si sono rinvenuti depositi con i resti di mammouth, rinoceronti col pelo lungo, bisonti e cavalli” e: “I fossili sono generalmente così ben conservati che una volta una carcassa di mammouth fu esposta in così buono stato che i cani ne mangiarono le carini”. Questi ad altri ugualmente incontrovertibili fatti indicano chiaramente l’esistenza in Siberia di un clima dolce e tiepido, ossia di un tempo che, per l’età recente dei resti fossili, non può essere anteriore se non di qualche millennio alla nostra era.

Nell’africa del Nord ed in Siberia troviamo, in regioni desertiche, depositi fluviali molto diffusi che si pensa indichino stagioni piovose contemporanee alla glaciazione in Europa. Se questa contemporaneità può essere stabilita, la datazione alta dell’inizio del Periodo Post-glaciale in Europa dovrà essere abbandonata o, in ogni modo, dovrà essere molto abbassata. Per quello che riguarda le razze che abitavano l’Europa in tempi così primitivi, la prova fornita dai resti umani o dai crani mostra che essi sono i diretti antenati delle razze che ora vivono nelle diverse parti dell’Europa. La classificazione corrente delle razze umane in Ariani, Semiti, Mongoli ecc. è fondata sul principio linguistico: ma è evidente che, quando si tratta delle antiche razze, gli archeologi ed i geologi non possono adottare questo principio di distinzione, perché le loro prove sono fondate sui resti che non hanno relazione alcuna con le lingue usate dall’uomo antico. Inoltre, la forma e la dimensione Del cranio sono state prese come principale caratteristica per classificare le diverse razze preistoriche. Se la massima larghezza del cranio è inferiore o uguale a 3/4 o al 75% della sua lunghezza, tale cranio viene classificato dolicocefalo; mentre se la larghezza è superiore all’83% della lunghezza, il cranio è chiamato brachicefalo. La categoria intermedia è detta ortocefalica e se ne distinguono due gruppi, a seconda che si avvicinino di più all’uno o all’altro di questi tipi.

Ora, dall’esame dei diversi crani ritrovati negli strati neolitici è stato accertato che l’Europa, in quel tempo primordiale, era abitata da quattro razze diverse e che i tipi europei ora esistenti sono diretti discendenti di esse. Di queste quattro razze, due erano dolicocefale, una era alta ed una bassa di statura, e due brachicefale, suddivise allo stesso modo. Ma le lingue ariane sono oggi parlate da razze che mostrano le caratteristiche di tutti questi tipi. È quindi evidente che solo una delle quattro razze antiche può essere la vera rappresentante della razza Ariana, sebbene esista una forte differenza di opinioni su quale di esse rappresenti gli Ariani primitivi. Scienziati tedeschi, come Posche e Penka, affermano che la razza alta, dolicocefala, gli antenati degli attuali Tedeschi, sarebbe la vera rappresentante degli Aariani; mentre scrittori francesi, come Chavée e De Mortillet, sostengono che gli Ariani primitivi erano brachicefali e che il vero tipo è rappresentato dagli antichi Galli.

Canon Taylor, nel suo libro Origin of the Aryans, riassume la controversia, osservando che, quando due razze vengono a contatto, è probabile che possa prevalere la lingua della più civile, e aggiunge: “è una ipotesi più facile supporre che i selvaggi dolicocefali della costa baltica abbiano assunto la lingua ariana dai loro vicini brachicefali, i Lituani, che supporre, con Penka, che essi siano riusciti, in epoca remota, ad arianizzare gli Indù, i Romani, i Greci”. Un altro metodo Per determinare quale di queste quattro razze rappresenti gli Ariani primordiali in Europa, consiste nel paragonare il grado di civiltà degli Ariani prima della loro separazione, come la paleontologia linguistica ha accertato con il grado di sviluppo delle razze neolitiche, secondo quanto è stato scoperto nei resti trovati nelle loro abitazioni.

Per l’uomo paleolitico, la sua condizione sociale sembra essere stata di molto inferiore a quella degli Ariani non separati; ed il dott. Schrader li considera sicuramente non indo-europei o pre-indo-europei. L’uomo paleolitico si serviva di asce di pietra e di aghi di osso: aveva raggiunto una certa capacità nella scultura nel disegno, come testimoniano gli schizzi di animali incisi su ossa ecc. Però, egli era chiaramente ignaro dell’arte del vasaio e dell’uso dei metalli. Solo nel neolitico troviamo vasellame nei villaggi lacustri in Svizzera, ma sembra che fosse ignorato l’uso del metallo è delle ruote, ambedue familiari agli Ariani non separati. Non si sono trovate tracce di abiti di lana in questi popoli lacustri, anche quando le pecore erano divenute numerose nell’età del Bronzo. Tuttavia, pur con queste eccezioni, la cultura dei popoli lacustri svizzeri è considerata dal dott. Schrader dello stesso tipo della comune civiltà dei membri europei della famiglia Indo-germanica. Inoltre, egli arrischia il suggerimento, sebbene cauto: “Da tale punto di vista, nulla impedisce di pensare che i più antichi abitanti della Svizzera fossero un ramo europeo della razza Ariana”. Ma sebbene le recenti scoperte abbiano illuminato questi fatti sulle razze umane che popolavano l’Europa in tempi preistorici, e sebbene noi possiamo, in accordo con esse, supporre che una delle quattro razze neolitiche sia stata costituita dagli Ariani primitivi in Europa, non si può considerare che queste scoperte abbiano risolto la questione se questi siano stati autoctoni o se, venuti da altri luoghi, abbiano arianizzato le popolazioni europee con la loro superiore cultura.

La datazione assegnata alle neolitico nei villaggi lacustri della Svizzera non è posteriore a 5000 anni a.C., epoca in cui gli Ariani d’Asia erano probabilmente installati sul fiume Jaxartes. Gli studiosi ammettono che i primitivi Ariani in Europa non possano essere i discendenti dell’uomo paleolitico. Ne consegue che, se noi li troviamo in Europa all’inizio del neolitico, essi devono essere venuti da qualche altra parte del globo. L’altra sola alternativa consiste nel supporre che una delle quattro razze neolitiche in Europa abbia sviluppato una civiltà assolutamente indipendente dai vicini, ciò che è altamente improbabile. Possiamo, dunque, alla luce delle recenti scoperte scientifiche, rinunciare alla teoria delle migrazioni successive in Europa, da una dimora comune della razza ariana in Asia centrale in tempi primordiali. Però, la questione che costituisce oggetto precipuo di quest’opera, la dimora primordiale della razza Ariana, resta sempre irrisolta. Dove e quando si sia sviluppata la lingua primitiva degli Ariani è un altro problema difficoltoso, cui non è stato risposto soddisfacentemente. Canon Taylor, dopo aver fatto la comparazione delle lingue Ariane e uralo-altaiche, azzarda l’ipotesi che, alla fine dell’epoca della renna, o ultimo periodo del Paleolitico, sia apparso nell’Europa occidentale un popolo finnico, la cui lingua, rimasta stazionaria, è rappresenta dal Basco agglutinante, e che assai più tardi, agli inizi dell’età della pastorizia, quando il bue era stato addomesticato, un popolo ugro-finnico, più alto di statura e più possente, abbia sviluppato nell’Europa centrale la lingua ariana flessibile. Ma questa è una semplice congettura, che non risponde al problema di come si trovino gli indo-iranici con la loro civiltà insediati in Asia in un’epoca in cui l’Europa era ancora nel neolitico. La lingua finnica contiene un certo numero di parole prese in prestito dagli Ariani ed è improbabile che la lingua di questi ultimi abbia ricevuto il suo sistema flessivo dal linguaggio finnico. Una semplice somiglianza di struttura o flessione non è una prova per decidere quale delle due lingue abbia mutato il sistema dell’altra.

È sorprendente che questo suggerimento sia venuto dai dotti ostili alla teoria delle migrazioni successive degli Ariani da un comune patria in Asia, teoria che, tra l’altro, È fondata su basi linguistiche. Non viene spiegato perché i Finnici abbiano migrato due volte dal loro paese. Per tali ragioni, mi sembra più probabile che i Finnici abbiano mutato le loro parole più civili dagli Ariani, quando vennero in contatto con loro, è che gli Ariani non fossero autoctoni né in Europa, né in Asia centrale, ma avessero la loro culla in qualche luogo presso il Polo Nord nel Paleolitico, è che siano emigrati da questi luoghi verso Sud, verso l’Asia verso l’Europa, non sotto l’effetto di una “spinta irresistibile”, ma Per il cambiamento del clima, divenuto sfavorevole nella loro dimora originaria. L’Avesta conserva tradizioni che confermano pienamente questa teoria. Però, esse sono state considerate senza valore dagli studiosi che hanno elaborato le loro teorie in un’epoca in cui si considerava che l’uomo appartenesse all’era Post-glaciale e in cui si credeva che le tradizioni avestiche non suffragassero l’autorità dei Veda. Ma spingendo più lontano lo sguardo nel passato o per mezzo delle recenti scoperte scientifiche, è possibile dimostrare che le tradizioni avestiche rappresentino fatti storici reali, pienamente sostenuti dalla testimonianza dei Veda. Il Polo Nord è ormai considerato da molti eminenti scienziati come il luogo dove la vita legge tale ed animale fu dapprima originata. Ed io penso che sia dimostrato pienamente e con prove evidenti che nei più antichi libri della razza Ariana, i Veda e l’Avesta, ci sia la prova che la più antica dimora del popolo Ariano sia stata in qualche luogo presso il Polo Nord. Io porterò sotto i vostri occhi questa prova evidente, dopo aver esaminato le condizioni del clima del Pleistocene o del Periodo Glaciale e le caratteristiche astronomiche delle ragioni artiche, nei due capitoli seguenti.

 
 
(Capitolo estratto dal libro  “La Dimora Artica nei Veda”, Edito da ECIG 1994)

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