LA DOTTRINA SEGRETA E LE STANZE DI DZYAN

di Helena Blavatsky

 

Introduzione

 

Fin da quando è apparsa la letteratura teosofica in Inghilterra, si è presa l’abitudine di chiamare i suoi insegnamenti “Buddhismo Esoterico”. E una volta divenuta un’abitudine — come dice un vecchio proverbio basato sull’esperienza di ogni giorno — “l’errore scivola su un piano inclinato, mentre la Verità deve arrampicarsi faticosamente su una montagna”. I vecchi assiomi sono spesso i più saggi. È difficile che la mente umana possa rimanere completamente scevra dal pregiudizio e, spesso, le opinioni decisive si formano prima che il soggetto sia stato completamente esaminato sotto tutti i suoi aspetti. Ciò si riferisce al doppio errore prevalente, e cioè (a) limitare la Teosofia al Buddhismo e (b) confondere i dogmi della Filosofia religiosa predicata da Gautama, il Buddha, con le dottrine delineate nel Buddhismo Esoterico di Sinnett. Niente di più errato si potrebbe immaginare, perché, come un eminente erudito di lingua Pâli ha bene espresso nel Volume citato, non vi è né “Esoterismo né Buddhismo”. Le verità esoteriche presentate nell’opera di Sinnett cessarono di essere esoteriche dal momento in cui vennero rese pubbliche; né il libro conteneva la Religione di Buddha, ma semplicemente pochi dati di un insegnamento fino allora segreto, che sono ora spiegati ed ampliati da ciò che viene esposto in questi Volumi, i quali, sebbene rivelino molti punti fondamentali provenienti dalla DOTTRINA SEGRETA orientale, non sollevano però che un piccolo lembo dello spesso velo da cui essa è nascosta. Perché nessuno, nemmeno il più grande Adepto vivente, potrebbe diffondere in maniera avventata, in un mondo miscredente e beffardo, ciò che è stato tenuto celato così accuratamente per millenni e millenni.

Il Buddhismo Esoterico è un’opera eccellente con un titolo poco adeguato, sebbene esso non voglia significare niente di diverso da ciò che significa quello della presente opera: LA DOTTRINA SEGRETA. Tale titolo si dimostrò poco felice perché vi è sempre l’abitudine di giudicare le cose dalla loro apparenza piuttosto che dal loro significato; e l’errore è divenuto così generale che perfino molti membri della Società Teosofica sono caduti nello stesso equivoco. Da princìpio, Brâhmani ed altri protestarono contro un tale titolo, e per giustificarmi aggiungerò che il libro mi fu presentato già finito e che io ero completamente all’oscuro del modo in cui l’autore intendeva scrivere la parola “Buddh-ismo”. La responsabilità di tale errore è di coloro che, essendo stati i primi a portare il soggetto a conoscenza del pubblico, hanno omesso di specificare la differenza fra “Buddhismo” — il sistema religioso di etica predicato dal Signore Gautama e così chiamato dal suo titolo di Buddha, l’“Illuminato” — e Budha, Saggezza o Conoscenza (Vidyâ), la facoltà di apprendere, dalla radice sanscrita Budh, conoscere. Siamo noi, teosofi dell’India, i veri colpevoli, benché a suo tempo facemmo del nostro meglio per correggere l’errore.1 Sarebbe stato facile evitare questo malinteso modificando la pronunzia e la scrittura della parola e cioè, scrivere “Budhismo” anziché “Buddhismo”. Del resto, il secondo termine non è nemmeno pronunziato correttamente , poiché dovrebbe chiamarsi Buddhaïsmo, ed i suoi seguaci Buddhaïsti. Questa spiegazione è assolutamente necessaria al princìpio di un’opera come la presente. La Religione-Saggezza è l’eredità di tutte le nazioni del mondo, nonostante la dichiarazione fatta nella prefazione dell’edizione originale del Buddhismo Esoterico, che “due anni fa (cioè nel 1883), né io né alcun altro europeo vivente conoscevamo nulla della Scienza qui esposta in forma scientifica per la prima volta”, ecc. Quest’errore deve essere passato inavvertito. L’autrice sapeva tutto ciò che è stato “divulgato” nel Buddhismo Esoterico,2 ed anche molto di più, già molti anni prima che divenisse suo dovere (nel 1880) impartire una piccola parte della Dottrina Segreta a due europei, uno dei quali era l’autore del Buddhismo Esoterico; e certamente essa ha il privilegio indiscusso, sebbene, secondo lei, alquanto ambiguo, di essere europea per nascita e per educazione. Inoltre, una parte considerevole della Filosofia esposta da Sinnett, fu insegnata in America a due europei e al mio collega Col. H. S. Olcott, prima ancora della pubblicazione di Iside Svelata. Il Colonnello Olcott ebbe tre Istruttori, il primo dei quali era un Iniziato ungherese, il secondo un egiziano e il terzo un indù. Egli, avendone ricevuto il permesso, divulgò alcuni di questi insegnamenti in vari modi; se gli altri due non lo fecero fu semplicemente perché non ne ebbero il permesso, non essendo ancora giunto per loro il tempo di lavorare in pubblico. Ma per altri era giunto, come lo prova la pubblicazione dei molti e interessanti libri di Sinnett.

Âdi, o Âdi-Budha, l’Unica, o la Prima Suprema Saggezza, è un termine usato da Âryâsanga nei suoi trattati segreti, e attualmente anche da tutti i mistici buddhisti del Settentrione. È un termine Sanscrito, un nome dato dai primi ariani alla Divinità Sconosciuta; la parola “Brahmâ” non si trova nei Veda e neppure nelle opere antecedenti. Significa l’Assoluta Saggezza e “Âdibhûta”, ed è tradotto da Fitzedward Hall come “la causa primordiale ed increata di tutto”.1 Innumerevoli eoni di tempo debbono essere trascorsi prima che l’espressione Buddha fosse, per così dire, umanizzata al punto da essere applicata ad esseri mortali e infine attribuita ad uno, le cui incomparabili virtù e la cui sapienza lo resero degno del titolo di “Buddha dalla Saggezza Immutabile”. Bodha significa il possesso innato dell’intelletto o comprensione divina; Buddha, l’acquisizione di essa per mezzo di meriti e sforzi personali; mentre Buddhi è la facoltà di conoscere, il canale attraverso il quale la Conoscenza Divina raggiunge l’Ego, il discernimento del bene e del male e anche coscienza divina, e l’Anima Spirituale che è il veicolo di Âtmâ. “Quando Buddhi assorbe il nostro Egotismo (lo distrugge) con tutti i suoi Vikâra, Avalokiteshvara si manifesta a noi, ed il Nirvâna o Mukti è raggiunto”, poiché Mukti ha lo stesso significato di Nirvâna, cioè liberazione dai ceppi di Mâyâ o Illusione. Bodhi corrisponde al nome di un particolare stato di trance chiamato Samâdhi, durante il quale il soggetto raggiunge il culmine della conoscenza spirituale.

Stolti coloro che nella loro cecità odiano il Buddhismo e, per reazione, il “Budhismo”, e negano i suoi insegnamenti esoterici che sono anche quelli dei Brâhmani; e ciò soltanto perché a loro, che sono monoteisti, il nome fa apparire dannose queste dottrine. Nel loro caso, stolti è il giusto termine da applicare, perché in quest’epoca di grossolano ed illogico Materialismo, solo la Filosofia Esoterica può opporre resistenza ai ripetuti attacchi contro tutto ciò che ognuno considera la parte più cara e più sacra della propria vita spirituale interiore. Il vero filosofo, lo studioso della Saggezza Esoterica, trascura interamente le personalità, le credenze dogmatiche e le Religioni particolari. Inoltre, la Filosofia Esoterica riconcilia tutte le Religioni, le spoglia delle loro vesti umane esteriori e mostra che la radice di ognuna è identica a quella di qualsiasi altra grande Religione. Essa dimostra la necessità di un Princìpio Divino Assoluto nella Natura. Non nega la Divinità, come non nega l’esistenza del sole. La Filosofia Esoterica non ha mai respinto Dio nella Natura né la Divinità come Ens assoluto ed astratto. Essa rifiuta solo di accettare tutti gli dèi delle cosiddette Religioni monoteiste, dèi creati dall’uomo a propria immagine e somiglianza; un’infelice e sacrilega caricatura dell’Eterno Inconoscibile. Inoltre, le testimonianze che intendiamo presentare al lettore, abbracciano tutti i dogmi del mondo intero, fin dall’inizio di questa nostra umanità, e l’Occultismo Buddhista occupa qui il proprio posto legittimo e niente altro. Infatti, le parti segrete del Dan o Janna (Dhyâna)1, della Metafisica di Gautama, per quanto grandi possano apparire a chi non ha familiarità con le dottrine della Religione-Saggezza dell’antichità, non costituiscono che una piccolissima parte dell’insieme. II riformatore indù limitava i suoi insegnamenti pubblici all’aspetto puramente morale e fisiologico della Religione-Saggezza, all’etica ed all’uomo. Il grande Maestro lasciò completamente da parte, nelle sue letture pubbliche, le cose “non viste ed incorporee”, i misteri dell’Essere al di fuori della nostra sfera terrestre, riservando le verità celate ad un gruppo scelto dei suoi Arhat. Questi ultimi ricevettero la loro Iniziazione nella famosa caverna di Saptaparna (la Sattapanni del Mahâvansa) presso il Monte Baibhâr (il Webhâra del manoscritto Pâli). Questa caverna si trova in Râjâgriha, l’antica capitale di Magadha ed era la Caverna Cheta di Fa-hian, come suppongono giustamente alcuni archeologi.

Il tempo e l’immaginazione umana alterarono la purezza e la filosofia di questi insegnamenti allorché furono trapiantati dal sacro e segreto circolo degli Arhat, durante la loro opera di proselitismo, in una terra meno preparata dell’India alle concezioni metafisiche, cioè quando furono trasferiti in Cina, in Giappone, in Siam e in Birmania. Come sia stata trattata la primitiva purezza di queste grandi rivelazioni, lo si può vedere studiando qualcuna delle cosiddette Scuole buddhiste “esoteriche” dell’antichità nella loro veste moderna, non solo in Cina e negli altri paesi buddhisti in generale, ma anche in non poche Scuole del Tibet, che sono state abbandonate alle cure di Lama non Iniziati e di Innovatori mongoli. Quindi il lettore dovrà ricordarsi dell’enorme differenza esistente fra Buddhismo ortodosso, cioè l’insegnamento pubblico di Gautama il Buddha ed il suo Budhismo esoterico. La sua Dottrina Segreta, comunque, non differiva in alcun modo da quella degli Iniziati Brâhmani di quell’epoca. Il Buddha era un figlio della terra ariana, indù di nascita, uno Kshatriya e un discepolo dei “due-volte nati” (gli Iniziati Brâhmani) o Dvija. I suoi insegnamenti non potevano quindi essere differenti dalle loro dottrine, giacché l’intera riforma buddista consisteva semplicemente nel diffondere parte di ciò che era stato tenuto segreto a tutti coloro che non appartenevano al circolo “incantato” di asceti ed Iniziati del Tempio. Non potendo, a causa dei suoi giuramenti, svelare tutta la conoscenza che gli era stata impartita, nonostante insegnasse una filosofia fondata sulle basi della vera conoscenza esoterica, il Buddha diede al mondo solo il suo corpo materiale esteriore, riservandone l’anima ai propri Eletti. Molti eruditi cinesi, fra gli orientalisti, hanno sentito parlare della “Dottrina dell’Anima”. Nessuno però sembra averne compreso il significato intrinseco e la sua reale importanza.

Questa Dottrina veniva conservata segretamente nel santuario — forse troppo segretamente. Il mistero che avvolgeva il suo dogma e la sua aspirazione principale, cioè il Nirvâna, ha messo così tanto alla prova e stimolato la curiosità degli studiosi che, essendo essi incapaci di sciogliere in modo logico e soddisfacente questo nodo gordiano, lo hanno tagliato di netto affermando che Nirvâna significa annichilimento assoluto. Verso la fine del primo quarto di questo secolo [XIX] apparve nel mondo una letteratura particolare che andò affermando maggiormente, di anno in anno, le proprie tendenze. Basata, soidisant, sulle sapienti ricerche dei sanscritisti ed orientalisti in generale, questa letteratura era considerata scientifica. Si attribuiva ai miti ed agli emblemi degli indù, degli egiziani e di altre antiche Religioni, tutto ciò che il simbolista voleva, e così si faceva spesso passare la semplice forma esteriore per il vero significato interiore. Opere assai rimarchevoli per le loro deduzioni e speculazioni ingegnose in circulo vicioso, giudizi precostituiti che prendevano generalmente il posto delle premesse nei sillogismi di molti eruditi in Sanscrito ed in Pâli, apparvero successivamente, inondando le biblioteche di dissertazioni sul culto fallico e sessuale, piuttosto che sul vero simbolismo, e contraddicendosi le une con le altre. Questa è forse la vera ragione per cui è stato permesso che un abbozzo di poche verità fondamentali della Dottrina Segreta delle Età Arcaiche, venga oggi delineato dopo tanti millenni di assoluto silenzio e segretezza. Dico deliberatamente “poche verità”, perché ciò che rimarrà sotto silenzio non potrebbe essere contenuto in altri cento Volumi come questo, né potrebbe essere insegnato alla presente generazione di Sadducei. Ma anche il poco che è stato impartito adesso è preferibile ad un completo silenzio su queste verità vitali. Il mondo attuale, che i fisici sono troppo pronti a confondere con l’inconoscibile ogni volta che il problema sfugge alle loro facoltà di comprensione, nella sua folle corsa verso l’ignoto progredisce rapidamente sul piano opposto a quello della spiritualità; e adesso è divenuto una vasta arena, una vera valle di discordia e di eterna contesa, una necropoli dove giacciono sepolte le più alte e sante aspirazioni della nostra Anima-Spirito. Ad ogni nuova generazione quest’anima si paralizza e si atrofizza sempre più. Gli “amabili infedeli e i garbati libertini” della società, di cui parla Greeley, si curano poco della rinascita delle scienze morte del passato; ma vi è una buona minoranza di seri studiosi che meritano di giungere alla conoscenza delle poche verità che possono esser presentate loro adesso; ed ora molto più di dieci anni fa, quando apparve Iside Svelata, e di quando altre successive pubblicazioni tentarono di spiegare i misteri della Scienza Esoterica.

Una delle più grandi e forse delle più serie obiezioni all’esattezza dell’intera opera e alla fiducia da riporre in essa, sarà dovuta alle STANZE preliminari. Come verificare le affermazioni ivi contenute? Per quanto una gran parte delle opere sanscrite, cinesi e mongole citate in questi Volumi siano conosciute da alcuni orientalisti, tuttavia l’opera principale, dalla quale sono state tolte le Stanze, non è in possesso delle biblioteche europee. IL LIBRO DI DZYAN (o DZAN) è totalmente sconosciuto ai nostri filologi o, per lo meno, non ne hanno mai sentito parlare sotto il suo nome attuale. Questo certamente è un grande ostacolo per coloro che seguono i metodi di ricerca prescritti dalla scienza ufficiale; ma per gli studiosi di Occultismo e per ogni vero occultista ha ben poca importanza. Il corpo principale delle dottrine rivelate si trova sparso in centinaia e migliaia di manoscritti sanscriti, alcuni già tradotti ma, come al solito, alterati nella loro interpretazione; altri attendono tuttora il loro turno. Qualsiasi erudito ha quindi la possibilità di verificare le dichiarazioni qui contenute e di controllare la maggior parte delle citazioni. Pochi fatti nuovi, nuovi solo per gli orientalisti profani, ed alcuni brani citati dai Commentari saranno difficili da seguire. Molti degli insegnamenti sono stati pure trasmessi finora verbalmente; ma anche a questi viene fatta allusione negli innumerevoli Volumi della letteratura dei templi brâhmanici, cinesi e tibetani.

In ogni modo, e malgrado qualsiasi critica malevola possa esser riservata all’autrice, un fatto è assolutamente certo. I membri di varie Scuole esoteriche, la cui sede è al di là dell’Himâlaya e le cui ramificazioni si possono trovare in Cina, in Giappone, in India, in Tibet e anche in Siria, come pure nell’America del Sud, affermano di essere in possesso della totalità delle opere sacre e filosofiche, sia manoscritte che stampate, cioè di tutte le opere scritte in qualsiasi linguaggio o carattere, da quando ha avuto origine l’arte di scrivere, dai geroglifici ideografici fino all’alfabeto di Cadmo e di Devanâgari. Viene asserito inoltre, che fin dalla distruzione della Biblioteca Alessandrina,1 qualunque opera che avesse potuto condurre il profano alla scoperta definitiva e alla comprensione di alcuni dei misteri della Scienza Segreta, fu accuratamente ricercata dai membri di questa Fratellanza. Viene aggiunto inoltre, da coloro che sanno, che una volta trovate, tutte queste opere furono distrutte, ad eccezione di tre copie di ciascuna, che vennero preservate e messe al sicuro. In India, l’ultimo di questi preziosi manoscritti fu nascosto durante il regno dell’Imperatore Akbar. Il prof. Max Müller dimostra che né promesse né minacce da parte di Akbar poterono estorcere ai Brâhmani il testo originale dei Veda. Ciò nonostante egli si vanta poi che gli orientalisti europei oggi lo posseggono.1 È piuttosto dubbio però che l’Europa abbia il testo completo, e il futuro potrebbe riservare sorprese assai spiacevoli agli orientalisti. I suddetti membri affermano, inoltre, che ogni libro sacro di quel genere, il cui testo non fosse a quel tempo sufficientemente velato dal simbolismo, o che avesse riferimenti diretti agli antichi misteri, fu prima accuratamente trascritto in caratteri crittografici, tali da sfidare l’arte del migliore e più intelligente paleografo, e poi distrutto fino all’ultima copia. Durante il regno di Akbar, alcuni cortigiani fanatici, disapprovando le indagini sacrileghe dell’Imperatore nelle Religioni degli infedeli, aiutarono i Brâhmani a nascondere i loro manoscritti. Fra questi cortigiani si trovava Bádaóni2 che aveva un grande orrore della mania di Akbar per le religioni idolatre. Bádáoni, nel suo Muntakkab al Tawarikh, scrive: 

Poiché essi [gli Shramana ed i Brâhmani] sorpassano gli altri uomini dotti nei loro trattati sulle Scienze etiche, fisiche e religiose, e raggiungono un alto grado nella loro conoscenza del futuro, nella potenza spirituale e nella perfezione umana, hanno portato prove basate sulla ragione e sulla testimonianza… ed hanno inculcato le loro dottrine così fermamente… che nessun uomo… potrebbe ora far sorgere un dubbio nell’anima di Sua Maestà, anche se le montagne crollassero e si riducessero in polvere, oppure se i cieli si squarciassero… Sua Maestà si è compiaciuto nel fare ricerche nelle innumerevoli sétte di quegli infedeli, che posseggono un’infinita quantità di libri rivelati”.

Quest’opera “fu tenuta segreta e pubblicata solo durante il regno di Jahángír”. Inoltre, in tutte le grandi e ricche Lamaserie vi sono cripte sotterranee e biblioteche-caverne, scavate nella roccia, quando i Gonpa [templi] ed i Lhakhang [templi sotterranei del Tibet] si trovavano nelle montagne. Al di là dello Tsaydam occidentale, nei passi solitari del Kuen-Lun,1 vi sono parecchi di questi nascondigli. Lungo la giogaia dell’Altyn-Tag, il cui suolo non è stato finora calpestato da alcun piede europeo, esiste un certo villaggio sperduto in una gola profonda. È un piccolo gruppo di case, un borgo piuttosto che un monastero, con un tempio dall’aspetto misero, presso il quale vive un vecchio Lama, un eremita al quale ne è affidata la custodia. I pellegrini narrano che le gallerie e le sale sotterranee di questo monastero contengono una collezione di libri così enorme che, secondo le loro affermazioni, neppure l’intero British Museum potrebbe contenerla. Secondo la stessa tradizione, le regioni, ora desolate e prive di acqua del Tarim, — un vero deserto nel cuore del Turkestan, — erano anticamente coperte da città ricche e fiorenti. Ora, poche oasi verdeggianti interrompono appena la sua spaventosa solitudine. Una di queste, formatasi sui resti di una vasta città seppellita sotto il suolo sabbioso del deserto, non appartiene a nessuno, ma è spesso visitata da mongoli e buddhisti. La tradizione parla, inoltre, di immense dimore sotterranee, di grandi corridoi pieni di mattonelle e di cilindri.

Può darsi che si tratti di una semplice diceria, ma potrebbe anche essere un fatto reale. Può darsi che tutto ciò provochi un sorriso dubbioso. Ma prima di respingere la verità di queste relazioni, il lettore si soffermi e rifletta sui seguenti fatti ben conosciuti. Le ricerche collettive degli orientalisti e, specialmente in questi ultimi anni, i lavori degli studiosi di Filologia comparata e di Scienza delle Religioni, hanno dato loro il modo di accertarsi che un numero incalcolabile di manoscritti e anche di opere stampate, delle quali si conosceva l’esistenza, sono adesso introvabili. Esse sono scomparse senza lasciare la minima traccia. Se fossero state opere senza importanza, si sarebbe potuto, nel corso naturale del tempo, lasciarle sparire, e i loro nomi sarebbero stati dimenticati dalla mente umana. Ma non è così perché, come è ora accertato, la maggior parte di esse contenevano le vere chiavi di opere tuttora esistenti e adesso del tutto incomprensibili per la maggior parte dei lettori, senza questi volumi addizionali di commentari e di spiegazioni. Tali sono,, ad esempio, le opere di Lao-tse, il predecessore di Confucio. Si dice che egli abbia scritto novecentotrenta libri sull’Etica e le Religioni, e settanta sulla Magia, in totale mille. La sua grande opera, tuttavia, il Tao-te-King, il cuore della sua dottrina o la sacra scrittura del Tao-sse, contiene, come dimostra Stanislas Julien, solamente “circa 5.000 parole”,1 meno di una dozzina di pagine; tuttavia, il prof. Max Müller trova che “il testo non è comprensibile senza commentari, cosicché Stanislas Julien dovette consultare per la sua traduzione più di sessanta commentatori, il più antico dei quali sembra scrivesse nell’anno 163 a. C. e non prima, come possiamo constatare. Durante i quattro secoli e mezzo che precedettero l’epoca in cui visse il “più antico” dei commentatori, vi fu tempo sufficiente per velare la vera dottrina di Lao-tse a tutti, salvo ai suoi sacerdoti iniziati. I giapponesi, tra i quali si possono trovare adesso i più eruditi sacerdoti e seguaci di Lao-tse, ridono delle ipotesi e degli errori dei sinologi europei; e la tradizione afferma che i commentari, ai quali i nostri eruditi occidentali hanno accesso, non sono i veri annali occulti, ma libri resi intenzionalmente incomprensibili, e che i veri commentari, come la maggior parte dei testi, sono già da gran tempo scomparsi dagli occhi dei profani. Delle opere di Confucio leggiamo: 

Se consideriamo la Cina, ci rendiamo conto che la Religione di Confucio è fondata sui cinque Libri King e sui quattro Shu – già di per sé considerevolmente estesi ed ampliati da Voluminosi Commentari, senza i quali nemmeno i più sapienti eruditi si avventurerebbero ad esplorare la profondità del loro canone sacro.

Ma essi non l’hanno esplorata, ed è di questo che si lamentano i confuciani, come diceva nel 1881 a Parigi un erudito di quella setta. Se i nostri studiosi rivolgessero la loro attenzione all’antica letteratura delle Religioni semite, alla Scrittura caldea, sorella maggiore e maestra, se non addirittura fonte della Bibbia di Mosé, base e punto di partenza del Cristianesimo, che cosa troverebbero?

Che cosa rimane ora per tramandare la memoria delle antiche Religioni di Babilonia, per ricordare il vasto ciclo di osservazioni astronomiche dei Magi caldei, per giustificare le tradizioni della loro letteratura splendida e preminentemente occulta? Soltanto pochi frammenti attribuiti a Beroso. Essi, tuttavia, sono quasi senza valore, anche quale filo conduttore per ritrovare il carattere di ciò che è scomparso, perché sono passati dalle mani di Sua Eminenza il Vescovo di Cesarea che si era auto-costituito censore ed editore degli annali sacri delle altre Religioni umane, e portano ancora, senza dubbio, il segno della sua mano veridica e degna di fiducia. Qual è dunque effettivamente la storia di questo trattato sulla Religione di Babilonia, così grande un tempo? Questo trattato, ora perduto, fu scritto in greco per Alessandro il Grande da Beroso, sacerdote del tempio di Bel, secondo gli annali astronomici e cronologici conservati dai sacerdoti di quel tempio, che abbracciano un periodo di 200.000 anni. Nel primo secolo a. C. Alessandro Polistore ne fece una serie di estratti, anch’essi perduti. Eusebio (270-340 d. C.) si servì di questi estratti per scrivere il suo Chronicon. I punti di somiglianza, quasi di identità, tra la Scrittura ebraica e quella caldea1 rendevano quest’ultima assai pericolosa per Eusebio, nel suo ròle di difensore e campione della nuova fede, che aveva adottato le Scritture ebraiche e, con esse, una cronologia assurda. Ora è assolutamente certo che Eusebio non utilizzò le tavole sincroniche egiziane di Manetone, anzi le deformò a tal punto che Bunsen2 lo accusa di aver mutilato la storia senza alcuno scrupolo; e, tanto Socrates, storico del V sec., quanto Sincello, vice-patriarca di Costantinopoli (VIII secolo) lo denunciano come il più sfrontato e spaventoso contraffattore. Come possiamo credere dunque che egli abbia agito con maggior riguardo verso gli annali caldei che già minacciavano la nuova Religione così avventatamente accettata?

Ad eccezione dunque di questi frammenti più che dubbi, l’intera letteratura sacra dei caldei è scomparsa agli occhi dei profani, completamente così come l’Atlantide perduta. Alcuni fatti contenuti nella storia di Beroso saranno riportati nella Parte II del Volume II e potranno chiarire la vera origine degli Angeli Caduti, personificati da Bel e dal Dragone. Passando ora al più antico templare della letteratura ariana, il Rig Veda, e seguendo strettamente i dati forniti dagli orientalisti stessi, lo studioso vedrà che, sebbene il Rig Veda contenga solo circa 10.580 versi o 1.028 inni, tuttavia, malgrado il contributo dei Brâhmana e di un gran numero di glosse e di Commentari, questo fino ad oggi non è ancora correttamente compreso. E perché? Evidentemente perché i Brâhmana, “i più antichi trattati scolastici sugli inni primitivi”, richiedono essi stessi una chiave che gli orientalisti non hanno potuto procurarsi. Che cosa dicono gli eruditi della letteratura buddista? La posseggono per intero? Certamente no. Malgrado i 325 Volumi del Kanjur e del Tanjur dei buddhisti del Nord, di cui si dice che ogni Volume “pesi da quattro a cinque libbre”, nulla in verità è conosciuto del vero Lamaismo. Eppure nel Saddharmâlankâra1 è detto che il canone sacro della Chiesa [del sud] contiene 29.368.000 lettere, o, senza tener conto dei trattati e dei commentari, un materiale cinque o sei volte maggiore di quello contenuto nella Bibbia, che, secondo il prof. Max Müller, ammonta soltanto a 3.567.180 lettere. Nonostante ciò, di questi 325 Volumi (in realtà sono 333 e cioè, il Kanjur 108 Volumi ed il Tanjur 225), “i traduttori, anziché fornircene le versioni originali, le hanno interpolate con i propri commentari, per giustificare i dogmi delle loro diverse Scuole.”2 Inoltre, come dice il prof. Müller: “secondo una tradizione conservata dalle Scuole buddhiste, tanto del sud che del nord, il sacro canone buddista comprendeva originariamente da 80.000 a 84.000 trattati, ma la maggior parte di essi andarono perduti e ne restarono soltanto 6.000”. Perduti, come al solito, per gli europei; ma chi può dire che essi siano perduti anche per i buddhisti ed i Brâhmani?

Considerando la sacralità attribuita dai buddhisti ad ogni frase scritta sul Buddha e sulla Buona Legge, la perdita di circa 78.000 trattati sembra inspiegabile. Vice versa, se i numeri fossero stati invertiti, chiunque abbia conoscenza del corso naturale degli eventi, si renderebbe conto che di questi 78.000 trattati, cinque o seimila potrebbero essere stati distrutti durante le persecuzioni e le emigrazioni che ebbero luogo in India. Però, poiché è bene accertato che gli Arhat buddhisti, allo scopo di propagare la nuova fede al di là del Kashmir e dell’Himâlaya, cominciarono il loro esodo religioso fin dall’anno 300 a. C.,1 e raggiunsero la Cina nel 61 d. C., 2 quando Kashyapa, dietro invito dell’Imperatore Ming-ti, vi si recò per far conoscere al “Figlio del Cielo” le dottrine buddiste, sembra strano sentire degli orientalisti parlare come se una tale perdita fosse stata realmente possibile. Sembra che essi non ammettano neppure per un momento che i testi possano essere stati perduti solo per l’Occidente e per essi stessi, o che il popolo asiatico abbia avuto l’inaudita audacia di tenere i suoi più sacri annali nascosti all’attenzione degli stranieri, di abbandonarli alla profanazione ed all’abuso di razze “tanto superiori” alla loro.

Giudicando dalle espressioni di rammarico e dalle numerose ammissioni di quasi tutti gli orientalisti,3 il pubblico può esser certo innanzitutto che gli studiosi delle antiche Religioni hanno in verità ben pochi dati sui quali costruire tali conclusioni finali, come fanno generalmente in materia di antiche Religioni; e che, inoltre, una simile mancanza di dati non impedisce loro di dogmatizzare. Potremmo immaginare che, grazie ai numerosi annali della Teogonia e dei Misteri Egiziani conservati nei classici e in numerose opere di scrittori antichi, per lo meno i riti e i dogmi dell’Egitto faraonico dovrebbero essere ben compresi, in ogni modo, meglio delle filosofie troppo astruse e del panteismo dell’India, poiché, prima dell’inizio del secolo attuale, l’Europa non aveva, per così dire, che una pallida idea della Religione e della lingua di quel paese. Lungo il Nilo ed in tutto l’Egitto si rinvengono nuovi resti e se ne scoprono ogni giorno degli altri, che narrano eloquentemente la propria storia. Tuttavia non è così. Anche il filologo di Oxford svela la verità, dicendo:

“Noi vediamo le piramidi ancora erette e le rovine dei templi e dei loro labirinti, con le pareti coperte da geroglifici e da strane pitture rappresentanti le loro divinità. Su rotoli di papiri che sembrano sfidare i tempi, abbiamo anche dei frammenti di quelli che si possono chiamare i libri sacri degli egiziani. Tuttavia, per quanto molto sia stato decifrato negli annali di questa razza misteriosa, l’essenza principale della Religione egiziana e l’intenzione originale del suo culto cerimoniale sono lontani dall’essere stati rivelati completamente.”

Ci rimangono ancora i misteriosi geroglifici, ma le chiavi, con cui soltanto si potevano decifrare, sono scomparse. Ma i nostri più grandi egittologi conoscono così poco i riti funebri degli egiziani ed i segni esterni fatti sulle mummie per specificarne il sesso, che sono caduti nei più ridicoli errori. Appena due anni fa ne avvenne uno a Boulaq, Cairo. La mummia di colei che si riteneva fosse la moglie di un Faraone di secondaria importanza, grazie all’iscrizione trovata su un amuleto appeso al suo collo, si è rivelata come quella di Sesostris, il più grande Re dell’Egitto! Tuttavia, avendo trovato che “vi è un naturale rapporto fra la lingua e la Religione” e che “vi era una Religione ariana comune prima della separazione della razza ariana, una Religione semitica comune prima della separazione della razza Semitica ed una Religione turaniana comune prima della separazione dei cinesi e delle altre tribù appartenenti alla razza turaniana”; avendo infine scoperto solamente “tre antichi centri di Religione.” e “tre centri di linguaggio” e, sebbene completamente all’oscuro, tanto di queste Religioni e linguaggi primitivi, quanto della loro origine, il professore non esita a dichiarare che è stata trovata “una base veramente storica per un esame scientifico delle principali Religioni del mondo”! Un “esame scientifico” del soggetto non è garanzia della “sua base storica”, e con i pochi dati disponibili, nessun filologo, anche fra i più illustri, può dare la propria interpretazione per i fatti storici. Senza dubbio l’eminente orientalista ha provato, a soddisfazione del mondo, che, secondo la legge fonetica di Grimm, Odino e Buddha sono due personaggi differenti, completamente distinti l’uno dall’altro, e lo ha provato scientificamente. Quando, tuttavia, egli aggiunge che “Odino fu adorato come divinità suprema durante un periodo assai antecedente all’età dei Veda e di Omero”, 1 questa dichiarazione non ha la minima “base storica”, perché egli subordina la storia e i fatti alle proprie conclusioni, che possono essere molto “scientifiche” agli occhi degli eruditi orientali, ma assai lontane dalla verità.

I punti di vista contrastanti che esistono fra i più illustri filologi ed orientalisti, da Martin Haug fino allo stesso prof. Max Müller, per quanto concerne i Veda e la loro cronologia, sono una prova evidente che la teoria non può fare affidamento su alcuna base storica, essendo “l’evidenza intrinseca” più spesso un fuoco fatuo che una sicura guida da seguire. E neppure la scienza moderna della mitologia comparata ha argomenti migliori per contraddire questi saggi scrittori che da circa un secolo insistono ad affermare che devono esserci stati “frammenti di una rivelazione primitiva data agli antenati di tutto il genere umano… conservati nei templi della Grecia e dell’Italia”. Perché questo è ciò che tutti gli Iniziati e i Pandit orientali hanno periodicamente proclamato al mondo. Mentre un importante sacerdote cingalese assicurava all’autrice che è ben noto che i più importanti trattati sacri del canone buddista fossero depositati in paesi e luoghi inaccessibili ai Pandit europei, il defunto Svâmi Dayanand Sarasvatî, il più grande sanscritista indù del suo tempo, asseriva la stessa cosa ad alcuni membri della Società Teosofica, per quanto concerne le antiche opere brâhmaniche. Il santo e saggio uomo rise allorché gli fu detto che il prof. Max Müller aveva dichiarato, nelle sue Lectures, che “la teoria di una rivelazione primordiale e soprannaturale accordata ai padri della razza umana, non trova al giorno d’oggi che un piccolo numero di sostenitori”. La sua risposta fu significativa: “Se il sig. ‘Moksh Mooller’ [come egli ne pronunziava il nome] fosse un Brâhmano e venisse con me, io potrei condurlo in una grotta gupa [una cripta segreta] presso Okhee Math nell’Himâlaya, dove scoprirebbe ben presto che ciò che ha attraversato il Kâlapani [le acque nere dell’oceano] dall’India all’Europa, non contiene che frammenti delle copie rifiutate di alcuni passaggi dei nostri libri sacri. Esisteva ed esiste tuttora una ‘rivelazione primordiale’; essa non sarà mai perduta per il mondo, ma riapparirà; però i Mlechchha dovranno naturalmente attendere”. Interrogato ulteriormente su questo punto, non volle dire altro. Ciò avvenne a Meerut, nel 1880.

Senza dubbio la falsificazione dei Brâhmani, di cui furono vittime il Colonnello Wilford e Sir William Jones, il secolo scorso a Calcutta, fu crudele ma ben meritata; ed in questo affare nessuno era più da biasimare dei missionari e del Colonnello Wilford stesso.1 I primi, secondo la testimonianza di Sir William Jones, furono tanto sciocchi da sostenere che gli “indù erano anche allora quasi cristiani, perché i loro Brahmâ, Vishnu e Mahesa non erano altro che la Trinità cristiana.2 Fu una buona lezione. Essa ha reso gli orientalisti doppiamente prudenti; e forse qualcuno di loro anche troppo prudente; e la reazione ha spinto troppo lontano, in senso contrario, il pendolo dei giudizi preconcetti. Poiché “quel primo approvvigionamento sul mercato brâhmanico” in risposta alla richiesta del Colonnello Wilford, ha ora creato presso gli orientalisti una evidente necessità ed un desiderio di dichiarare che quasi tutti i manoscritti sanscriti arcaici sono così moderni da giustificare pienamente i missionari se ne hanno approfittato per i loro fini. Che essi abbiano usato tutta la propria intelligenza per agire in tal modo, è dimostrato dall’assurdo tentativo che hanno fatto recentemente per provare che l’intera storia purânica di Krishna è un plagio della Bibbia da parte dei Brâhmani. Ma i fatti citati dal professore di Oxford nelle sue Lectures on the Science of Religion, intorno alle ormai celebri interpolazioni fatte, prima a favore, poi contro il Colonnello Wilford, non interferiscono affatto con le conclusioni a cui deve immancabilmente giungere chiunque studi la Dottrina Segreta. Perché se i risultati mostrano che tanto il Nuovo che il Vecchio Testamento non hanno attinto nulla dalle Religioni più antiche dei Brâhmani e dei buddhisti, non significa, di conseguenza, che gli ebrei non abbiano preso tutto quello che sanno dagli annali caldei, mutilati più tardi da Eusebio. 

Per quanto concerne i caldei, essi dovevano certamente il loro sapere primitivo ai Brâhmani, perché Rawlinson mostra un’innegabile influenza vedica nella primitiva mitologia di Babilonia, e il Colonnello Vans Kennedy, da lungo tempo e con ragione, ha dichiarato che Babilonia fu, fin dalla sua origine, il centro degli studi sanscriti e brâhmanici. Ma tutte queste prove perdono il loro valore di fronte alla nuova teoria elaborata dal prof. Max Müller. Tutti conoscono questa teoria. Il codice delle leggi fonetiche è divenuto ora una soluzione universale per ogni identificazione e “connessione” fra gli dèi di molte nazioni. Così, sebbene la Madre di Mercurio (Budha, Thoth-Hermes, ecc.) fosse Maia, e quella di Gautama Buddha, come pure quella di Gesù fossero egualmente Mâyâ (illusione, perché Maria è il Mare, simbolo della grande Illusione), pur tuttavia queste tre persone non hanno e non possono avere alcun rapporto da quando Bopp ha “stabilito il suo codice delle leggi fonetiche”. Nei loro sforzi per riunire i fili delle numerose matasse della storia non scritta, i nostri orientalisti fanno un passo assai ardito negando a priori tutto ciò che non si accorda con le loro particolari conclusioni. Così, mentre si scopre ogni giorno l’esistenza di scienze e di arti importanti esistite in epoche remotissime, essi si rifiutano perfino di attribuire la conoscenza della scrittura ad alcune delle nazioni più antiche e, anziché riconoscere la loro cultura, esse vengono tacciate di barbarie. Tuttavia le tracce di un’immensa civiltà dovranno essere ancora scoperte in Asia Centrale. Questa civiltà è incontestabilmente preistorica. E come potrebbe esistere una civiltà senza una letteratura qualsiasi, senza annali o senza cronache? Il senso comune dovrebbe bastare a ricostituire gli anelli spezzati nella storia delle nazioni scomparse. La muraglia gigantesca e continua di montagne che circonda tutto l’altipiano del Tibet, dal corso superiore del fiume Khuan-Khé fino alle colline del Karakorum, è stata testimone di una civiltà durata millenni e millenni, e potrebbe narrare al genere umano strani segreti. Le parti orientali e centrali di queste regioni, il Nan-chan e l’Altyn-Tagh, erano un tempo ricoperte di città che potrebbero rivaleggiare con Babilonia. Tutto un periodo geologico è passato su quei luoghi da che scomparvero quelle città, come ne danno prova i piccoli monti di sabbia mobile ed il suolo ora sterile delle immense pianure centrali del Bacino del Tarim, di cui soltanto i margini sono superficialmente noti ai viaggiatori.

Nell’interno di questi altipiani di sabbia si trova dell’acqua, e vi sono fresche e fiorenti oasi, dove nessun piede europeo si è ancora
avventurato, delle quali nessuno ha calpestato il suolo, ora pericoloso. Tra queste verdeggianti oasi, ve ne sono alcune completamente inaccessibili a tutti i profani, anche indigeni. Gli uragani possono “sgretolare le sabbie e spazzar via intere pianure”, ma sono impotenti a distruggere ciò che non possono raggiungere. Costruiti profondamente nelle cavità della terra, i magazzini sotterranei sono al sicuro; e siccome le loro entrate sono accuratamente celate, non vi è da temere che esse possano essere scoperte, anche se numerosi eserciti invadessero le solitudini sabbiose dove: Non uno stagno, non un cespuglio, non una casa appaiono allo sguardo, e le catene delle montagne formano una ruvida cortina intorno alla spianata riarsa dell’arido deserto… Ma non è necessario inviare il lettore nel deserto, quando le stesse prove di un’antica civiltà si trovano pure in zone relativamente popolate della stessa regione. L’oasi di Tchertchen, per esempio, situata a circa 4000 piedi sul livello del fiume Tchertchen-Darya, è circondata in tutte le direzioni da rovine di paesi e di città arcaiche. Vi sono là circa tremila esseri umani che rappresentano i resti di un centinaio di nazioni e di razze estinte, i cui stessi nomi sono ora sconosciuti ai nostri etnologi. Un antropologo troverebbe assai imbarazzo nel classificarli, dividerli e suddividerli, tanto più che i rispettivi discendenti di tutte queste razze e tribù antidiluviane sanno molto poco dei loro antenati, come se fossero caduti dalla luna. Quando sono interrogati sulla loro origine, rispondono che non sanno da dove vennero i loro padri, ma ricordano di aver sentito dire che i loro primi, o primordiali, uomini erano governati dai grandi Geni di questi deserti. Tutto ciò può essere attribuito ad ignoranza e a superstizione; però, secondo la Dottrina Segreta, la risposta può essere basata su una tradizione primordiale. È così che la tribù del Khoorassan afferma di essere venuta dalle regioni dell’attuale Afghanistan, molto tempo prima dell’epoca di Alessandro, e queste affermazioni sono basate su racconti e leggende. Il viaggiatore russo Colonnello (ora Generale) Prjevalsky ha trovato, presso l’oasi di Tchertchen, le rovine di due enormi città, delle quali la più antica, secondo la tradizione locale, fu distrutta 3000 anni fa da un eroe gigante e l’altra dai mongoli nel X secolo della nostra èra.

Il luogo in cui si trovavano queste due città è ricoperto adesso, a causa delle sabbie mobili e del vento del deserto, da strane rovine eterogenee, da porcellane rotte, da utensili di cucina e da ossa umane. I nativi trovano spesso monete d’oro e di rame, lingotti d’argento fuso, diamanti, turchesi e, ciò che è più rimarchevole, vetro rotto… Vi si trovano pure delle bare di legno o di altro materiale indeteriorabile, che contengono dei corpi imbalsamati in stato di perfetta conservazione. Tutte le mummie maschili sono di uomini grandi e robusti, con lunghi capelli ondulati… Fu scoperta una caverna nella quale si trovavano seduti dodici cadaveri. Un’altra volta abbiamo trovato, in una bara a parte, una giovane ragazza. I suoi occhi erano chiusi da due dischi d’oro e le mascelle fortemente unite da un anello d’oro che passava sotto il mento e sulla sommità della testa. Era vestita di una stretta tunica di lana; il seno era coperto di stelle d’oro ed aveva i piedi nudi.1

Il famoso viaggiatore aggiunge che durante tutto il viaggio sul fiume Tchertchen, i membri della spedizione udirono raccontare leggende su ventitrè città seppellite da secoli sotto le sabbie mobili dei deserti. La medesima tradizione esiste sul Lob-nor e nell’oasi di Kerya.

Le tracce di una tale civiltà e le tradizioni analoghe ci autorizzano a prestar fede ad altre leggende confermate dai saggi nativi dell’India e della Mongolia, secondo le quali, immense biblioteche, recuperate dalle sabbie insieme a vari resti dell’antica Tradizione Magica, sono state messe al sicuro.

Riassumendo: la Dottrina Segreta era la Religione universalmente diffusa nel mondo antico e preistorico. Prove della sua diffusione, autentici annali della sua storia ed una grande e completa quantità di documenti, dimostrano il suo carattere e la sua presenza in ogni paese, oltre agli insegnamenti di tutti i suoi grandi Adepti, e si trovano attualmente nelle cripte segrete delle biblioteche appartenenti alla Fratellanza Occulta.

Quest’affermazione diventa ancora più verosimile se si considerano i seguenti fatti: la tradizione che migliaia di antiche pergamene sono state salvate dalla distruzione della Biblioteca di Alessandria; le migliaia di opere sanscrite che sono scomparse in India durante il regno di Akbar; la tradizione universale in Cina e Giappone che i veri testi antichi, come pure i commentari, che erano gli unici a poterli renderli comprensibili, in tutto diverse migliaia di Volumi, sono da lungo tempo al sicuro da mani profane; la scomparsa della vasta letteratura sacra ed occulta di Babilonia; la perdita delle chiavi che da sole potevano risolvere le migliaia di enigmi degli annali geroglifici egiziani; la tradizione diffusa nell’India che i veri commentari segreti, i soli validi a rendere comprensibili i Veda, quantunque non siano più visibili agli occhi profani, sono tuttora accessibili all’Iniziato, nascosti in sotterranei ed in cripte segrete; e fra i buddhisti esiste un’identica credenza per quanto concerne i loro libri occulti.
Gli occultisti affermano che tutti questi documenti esistono e sono al sicuro dalle mani saccheggiatrici degli occidentali, e riappariranno in un’epoca più illuminata per cui, secondo Svâmi Dayanand Sarasvatî, “i Mlechchha (cioè i fuori casta, i selvaggi, coloro che si trovano al di fuori della civiltà ariana) dovranno ancora attendere”.

Non è colpa degli Iniziati se questi documenti sono ora “perduti” per il profano; la loro condotta non è dettata da egoismo né da desiderio di monopolizzare la tradizione vivificante e sacra. Alcune parti della Scienza Segreta sono dovute rimanere celate allo sguardo profano per epoche incalcolabili; ma ciò avvenne perché affidare ad una moltitudine impreparata segreti di una così tremenda importanza sarebbe stato come dare ad un bimbo una candela accesa in una polveriera. La risposta a una domanda che si presenta sovente alla mente degli studiosi di fronte ad affermazioni simili, può essere delineata qui.
Possiamo capire, essi dicono, la necessità di nascondere alla folla segreti simili a quello del Vril, la forza capace di distruggere le rocce, scoperta da J. W. Keely, di Filadelfia; ma non possiamo capire quale pericolo potrebbe derivare dalla rivelazione di una dottrina puramente filosofica, come, ad esempio, quella dell’evoluzione delle Catene Planetarie.

Il pericolo sta nel fatto che dottrine come quella della Catena Planetaria o delle sette razze, danno immediatamente la chiave della natura settenaria dell’uomo, perché ogni princìpio è in correlazione con un piano, con un pianeta e con una razza; ed i princìpi umani sono, su ogni piano, in correlazione con le forze settenarie occulte; e quelle dei piani superiori posseggono un potere tremendo. Ogni tipo di divisione settenaria dà così la chiave di terribili poteri occulti, l’abuso dei quali causerebbe mali incalcolabili all’umanità; questa chiave forse non è tale per la generazione attuale e più particolarmente per gli occidentali protetti dalla loro cecità, dall’ignoranza materialistica e dall’incredulità per l’occulto; ma essa tuttavia avrebbe avuto un valore reale nei primi secoli dell’èra cristiana, quando tutti erano pienamente convinti della realtà dell’Occultismo ed entravano in un ciclo di degenerazione tale, che li rendeva maturi per l’abuso dei poteri occulti e per la stregoneria della peggiore specie.

I documenti erano nascosti, è vero, ma la conoscenza stessa e la sua effettiva esistenza non erano mai state considerate un segreto dagli Ierofanti dei templi dove i MISTERI sono sempre serviti come disciplina e stimolo alla virtù. Queste sono verità assai antiche, rivelate ripetutamente dai grandi Adepti, da Pitagora e da Platone, fino ai Neo-platonici. Fu la nuova Religione dei Nazareni che operò un cambiamento in peggio nella politica dei secoli. Inoltre, vi è un fatto ben conosciuto ed assai curioso, confermato da un gentiluomo rispettabile e degno di fede che per molti anni fu addetto ad un’Ambasciata russa, e cioè che esistono nelle biblioteche imperiali di San Pietroburgo diversi documenti comprovanti che, anche quando la Massoneria e le società segrete dei mistici fiorivano liberamente in Russia, cioè sul finire dell’ultimo secolo ed all’inizio dell’attuale, più di un mistico russo, passando per i monti Urali, andò in Tibet a cercare la conoscenza e l’iniziazione nelle cripte sconosciute dell’Asia Centrale. E più d’uno ritornò, diversi anni dopo, con una numerosa quantità di informazioni che non avrebbe potuto procurarsi in alcuna parte d’Europa. Noi potremmo citare diversi casi e nomi ben noti, se una tale pubblicità non potesse infastidire i parenti di questi moderni Iniziati. Chiunque voglia averne conferma, non ha che da consultare gli annali e la storia della Massoneria negli archivi della metropoli russa.

Questi fatti confermano ciò che è già stato affermato diverse volte e, sfortunatamente, con poca discrezione. Anziché rendere un servizio all’umanità, le violente accuse di invenzione deliberata e di impostura interessata contro coloro che affermano dei fatti, che sono tanto veri quanto poco conosciuti, hanno generato soltanto del cattivo Karma per i calunniatori. Ma ora il male è fatto e la verità non sarà più negata a quali ne siano le conseguenze.

Ci si domanda se la Teosofia sia una nuova Religione: niente affatto, essa non è una Religione né la sua filosofia è “nuova”, perché, come abbiamo già detto, essa è antica quanto l’uomo pensante. Queste dottrine non sono state pubblicate adesso per la prima volta, ma sono state prudentemente rivelate ed insegnate da più di un Iniziato europeo e specialmente dal defunto Ragon. Alcuni grandi eruditi hanno dichiarato che non vi è mai stato un fondatore di Religioni, sia ariano, semita o turaniano, che abbia inventato o rivelato una nuova verità. Questi fondatori furono tutti trasmettitori e non maestri originali. Essi furono gli autori di forme e di interpretazioni nuove, mentre le verità sulle quali erano basati i loro insegnamenti erano antiche quanto il genere umano. Costoro scelsero una o parecchie di queste grandi verità — realtà visibili solamente all’occhio del vero saggio e veggente — fra quelle oralmente rivelate all’uomo all’inizio, conservate e perpetuate negli Adyta dei templi tramite l’Iniziazione, durante i Misteri e mediante trasmissione personale, e le rivelarono alle masse. Così ogni nazione ricevette a sua volta alcune di queste verità, sotto il velo del loro simbolismo locale e speciale che, con l’andar del tempo, si sviluppò in un culto più o meno filosofico, un Pantheon sotto il manto del mito. Confucio, per esempio, un legislatore assai antico nella cronologia storica, per quanto anche un saggio assai moderno nella storia del mondo, è chiamato dal dr. Legge1 un trasmettitore e non un creatore. Egli stesso dice: “Io non faccio che trasmettere, non creo niente di nuovo. Credo agli antichi e, di conseguenza, li amo”.

Anche l’autrice ama gli eredi antichi e moderni della loro Saggezza e, di conseguenza, crede in loro; e, con questa doppia fede, ora trasmette ciò che ha ricevuto ed ha imparato a tutti coloro che vorranno accettarlo. A coloro che negano le sue affermazioni –a maggioranza– non serberà rancore, perché essi sono nel vero negando, quanto lei lo è affermando, poiché considerano la verità da un punto di vista completamente diverso. Secondo le regole del rigore scientifico critico, l’orientalista deve respingere a priori tutte le affermazioni che non può pienamente verificare da sé. E come può uno studioso occidentale accettare, per sentito dire, cose delle quali non conosce nulla? In realtà quanto è esposto nei presenti Volumi è stato preso sia da insegnamenti scritti che da quelli orali. La prima parte della Dottrina Esoterica è basata sulle Stanze, che sono gli annali di un popolo sconosciuto all’etnologia. Si afferma che queste Stanze siano scritte in una lingua non presente in quelle conosciute e nei dialetti familiari alla filologia; si dice che esse scaturiscano da una fonte ripudiata dalla scienza, cioè dall’Occultismo; ed infine esse sono offerte da un intermediario costantemente disprezzato da tutti quelli che odiano le verità spiacevoli o che hanno qualche idea radicata da difendere. Bisogna perciò attendersi che questi insegnamenti vengano respinti, e rassegnarsi a ciò fin d’ora; nessuno di coloro che si attribuiscono il titolo di “eruditi” in qualsiasi ramo della scienza esatta, vorrà acconsentire a prenderli sul serio. Essi saranno derisi e respinti a priori nel secolo attuale, ma in questo soltanto; perché nel ventesimo secolo della nostra èra, gli eruditi cominceranno a riconoscere che la Dottrina Segreta non è stata né inventata né esagerata, ma che invece è stata semplicemente abbozzata; ed infine che i suoi insegnamenti sono antecedenti ai Veda. Con ciò non si pretende profetizzare; è una semplice affermazione basata sulla conoscenza dei fatti. In ogni secolo viene fatto un tentativo per dimostrare al mondo che l’Occultismo non è una vana superstizione. Appena la porta potrà cominciare a schiudersi, si aprirà sempre di più di secolo in secolo. I tempi sono maturi per l’avvento di una conoscenza più seria di quella concessa fino ad oggi, per quanto anche questa sia ancora molto limitata.

I Veda, del resto, non sono stati forse derisi, respinti e tacciati di “invenzione moderna” fino ad una cinquantina di anni fa? Non fu forse dichiarato una volta da Lemprière e da altri eruditi che il Sanscrito è una progenie e un dialetto derivato dal greco? Verso il 1820, secondo quanto ci dice il prof. Max Müller, i libri sacri dei Brâhmani, dei Magi e dei buddhisti “erano appena conosciuti, si dubitava perfino della loro esistenza e non vi era un solo erudito che avesse potuto tradurre un rigo dei Veda… dello Zend Avesta… o del Tripitaka buddista, mentre ora è provato che i Veda sono un’opera antichissima e che la loro conservazione ha del meraviglioso”. Si dirà altrettanto della Dottrina Segreta Arcaica, quando saranno date prove innegabili della sua esistenza e dei suoi annali. Ma dovranno trascorrere secoli prima di poterne divulgare ulteriori insegnamenti. A proposito della chiave dei misteri Zodiacali, che è stata quasi perduta per il mondo, l’autrice affermava, una diecina di anni fa, in Iside Svelata: “Questa chiave deve essere girata sette volte prima che l’intero sistema venga divulgato. Noi la gireremo qui una sola volta, permettendo così al profano di gettare uno sguardo nel mistero. Felice colui che potrà comprenderlo nella sua interezza!”. La stessa cosa può esser detta dell’intero Sistema Esoterico, quando vengono date prove inconfutabili della sua esistenza e della sua tradizione. In Iside Svelata fu dato un giro di chiave soltanto. Molto di più è spiegato in questi Volumi. All’epoca della prima pubblicazione, l’autrice conosceva appena la lingua nella quale scriveva, ed inoltre la rivelazione di molte cose, di cui adesso si può parlare, era allora proibita. Nel XX secolo qualche discepolo più istruito e più idoneo, potrebbe essere inviato dai Maestri di Saggezza per dare le prove finali ed irrefutabili dell’esistenza di una Scienza chiamata Gupta-Vidyâ, la sorgente di tutte le Religioni e Filosofie attualmente conosciute, la quale, come le sorgenti una volta misteriose del Nilo, dimenticata e perduta per l’umanità durante secoli e secoli, è stata finalmente ritrovata.

L’introduzione di un’opera come questa non dovrebbe essere una semplice prefazione, bensì un Volume che esponga dei fatti e non delle semplici dissertazioni, perché la DOTTRINA SEGRETA non è un trattato o una serie di teorie vaghe, ma è l’esposizione di tutto ciò che può essere dato al mondo in questo secolo. Sarebbe più che inutile pubblicare in queste pagine le parti degli insegnamenti esoterici che sono ora sfuggite alla segregazione, se non si stabilisse fin da princìpio la verità e l’autenticità o, almeno, la probabilità dell’esistenza di tali insegnamenti. Le affermazioni che faremo dovranno essere appoggiate da diverse testimonianze, tra cui quelle degli antichi filosofi classici e anche di taluni eruditi Padri della Chiesa, che conoscevano queste dottrine perché le avevano studiate, e avevano visto e letto opere sul soggetto; ed anche perché alcuni di essi erano stati personalmente iniziati agli antichi Misteri, durante lo svolgimento dei quali venivano rappresentate allegoricamente le dottrine occulte. L’autrice dovrà dare dei nomi storici e degni di fede; citare autori antichi e moderni ben conosciuti, di capacità indiscussa, di sano giudizio e di provata veridicità; nominare altresì alcuni dei più avanzati e famosi discepoli delle arti e scienze segrete e parlare contemporaneamente dei misteri di queste ultime, nella misura in cui essi sono divulgati o, piuttosto, parzialmente presentati al pubblico sotto la loro forma strana ed arcaica.

Come deve essere fatto ciò? Qual è il mezzo migliore per raggiungere tale scopo? Questa è la domanda che si è presentata continuamente alla nostra mente. Per rendere più chiaro il nostro proposito faremo un paragone. Allorquando un turista, proveniente da un paese perfettamente esplorato, raggiunge improvvisamente i confini di una terra incognita, nascosta alla vista e circondata da una formidabile barriera di rocce insormontabili, può ancora rifiutare a se stesso di considerarsi vinto nei suoi piani di esplorazione. L’ingresso gli è precluso, ma se egli non può visitare di persona la misteriosa regione, può trovare il modo di esaminarla da un luogo il meno distante possibile. Aiutato dalla conoscenza dei paesaggi che ha lasciato dietro di sé, può farsi un’idea generale abbastanza esatta della regione nascosta, inerpicandosi sulla sommità più elevata delle alture vicine. Giunto lassù, egli potrà guardare a suo agio e confrontare ciò che intravede vagamente con il paesaggio che ha lasciato in basso, dal momento che ora, grazie ai suoi sforzi, ha superato la linea delle nebbie e delle colline nuvolose.

Un simile punto di osservazione preliminare non può essere dato qui a coloro che vorrebbero comprendere meglio i misteri dei periodi prearcaici contenuti nei testi. Ma se il lettore avrà pazienza ed esaminerà le attuali condizioni delle fedi e dei credi in Europa, e li confronterà con quello che è conosciuto storicamente delle epoche che hanno direttamente preceduto o seguito l’èra cristiana, troverà tutti i ragguagli necessari in un prossimo volume (il IIIo) che completerà la presente opera. Nell’ultimo Volume daremo un breve riepilogo dei principali Adepti storicamente conosciuti, e descriveremo la decadenza dei Misteri, dopo la quale cominciò la scomparsa e la sistematica e definitiva eliminazione dalla memoria degli uomini, della vera natura dell’Iniziazione e della Scienza Sacra. Da quel momento i suoi insegnamenti divennero occulti e la Magia fu conosciuta, anche troppo spesso, con il nome venerabile, ma sovente ingannevole, di Filosofia Ermetica. Come il vero Occultismo era stato prevalente presso i mistici, durante i secoli che precedettero la nostra èra, così la Magia, o piuttosto la stregoneria, con le sue arti occulte seguì l’inizio del Cristianesimo. Per quanto grandi siano stati gli sforzi dei fanatici zelanti durante questi primi secoli per cancellare ogni traccia del lavoro mentale ed intellettuale dei pagani, tuttavia essi furono inutili; ma lo stesso spirito dell’oscuro dèmone del bigottismo e dell’intolleranza ha travisato sempre e sistematicamente tutte le pagine luminose scritte nei periodi pre-cristiani. Perfino la storia, malgrado l’imperfezione dei suoi annali, ha conservato abbastanza di quel che è sopravvissuto da gettare una luce imparziale sul tutto. Fermiamoci dunque un istante sul luogo d’osservazione prescelto e rivolgiamo tutta la nostra attenzione a quel millennio dei periodi pre e post-cristiani separati dall’anno Uno della Natività. Questo avvenimento — sia esso storicamente esatto o meno, ha dato tuttavia il segnale della costruzione di molteplici baluardi, destinati a prevenire ogni possibile ritorno alle odiate Religioni del passato e perfino ad impedire di gettare uno sguardo retrospettivo su di esse; tali Religioni sono odiate e temute, perché gettano una luce troppo intensa sull’interpretazione nuova e volutamente velata, di quella che si chiama oggi la “Nuova Dispensazione”.

Tuttavia, tutti gli sforzi sovrumani dei primi Padri della Chiesa, diretti a scacciare la Dottrina Segreta dalla memoria stessa dell’uomo, sono falliti. La verità non può mai essere uccisa; ed è per questo che essi non sono riusciti a cancellare completamente dalla terra le vestigia dell’antica Saggezza né ad incatenare e ridurre al silenzio tutti coloro che potevano darne testimonianza. Si pensi soltanto alle migliaia, e forse ai milioni, di manoscritti bruciati; ai monumenti ridotti in polvere perché riportavano iscrizioni troppo indiscrete e pitture di un simbolismo troppo evidente; alle bande di eremiti e di asceti primitivi che erravano fra le rovine delle antiche città dell’Egitto superiore ed inferiore, nei deserti e nelle montagne, nelle vallate e sugli altipiani, cercando con bramosia distruttrice obelischi e colonne, rotoli e pergamene, che portavano il simbolo del Tau, o qualsiasi altro segno di cui la nuova fede si era appropriata, e si vedrà allora chiaramente perché siano rimasti così pochi avanzi degli annali del passato. Tanto i fanatici cristiani dei primi secoli e del Medioevo, quanto quelli maomettani, amarono confinarsi nell’oscurità e nell’ignoranza; e così entrambi resero

… il sole simile a sangue, la terra una tomba, la tomba un inferno, e l’inferno stesso un’oscurità più profonda!

Ambedue questi credi hanno conquistato i loro proseliti con la punta della spada; ambedue hanno edificato le loro Chiese su enormi cumuli di vittime umane che si innalzano fino al cielo. All’inizio del primo secolo della nostra èra incombevano queste parole fatali e sinistre : “IL KARMA DI ISRAELE.” Su quella del nostro secolo, il futuro veggente potrà discernere altre parole che indicheranno il Karma della storia abilmente inventata, degli eventi consapevolmente travisati dei grandi uomini calunniati dai posteri, sfigurati fino ad essere irriconoscibili, fra i due carri di Jagannâtha — il Bigottismo ed il Materialismo — l’uno che accetta troppo, l’altro che nega tutto. Saggio è colui il quale sa attenersi alla giusta via di mezzo, fiducioso nell’eterna giustizia delle cose.

Faizi Díwán, “il testimone dei meravigliosi discorsi di un libero pensatore che appartiene ad innumerevoli sètte”, dice: Nel giorno della resurrezione, quando le cose passate saranno perdonate, i peccati della Ka’bah saranno pure perdonati grazie alla polvere delle Chiese cristiane.
A ciò il prof. Max Müller risponde:

I peccati dell’Islam non valgono più della polvere del Cristianesimo; nel giorno della resurrezione, i maomettani, come i cristiani, vedranno la vanità delle loro dottrine religiose. Sulla terra, gli uomini combattono per la Religione; in cielo essi scopriranno che non vi è che una sola Religione: l’adorazione dello SPIRITO di Dio

In altre parole: “NON VI È RELIGIONE (O LEGGE) SUPERIORE ALLA VERITÀ” – (Satyât Nâsti Paro Dharmah) — il motto del Mahârâjah di Benares, adottato dalla Società Teosofica. Abbiamo già detto nella Prefazione che LA DOTTRINA SEGRETA non è una nuova versione di Iside Svelata, così come era stata concepita all’inizio, bensì un’opera che serve a spiegare quella precedente e, per quanto del tutto indipendente da essa, ne è una conseguenza indispensabile. Molti degli insegnamenti presentati in quella prima opera non erano facilmente comprensibili dai teosofi di allora. LA DOTTRINA SEGRETA proietterà adesso una nuova luce su diversi problemi lasciati insoluti in Iside, specialmente nelle sue prime pagine, che non sono mai state capite. Poiché i due Volumi di Iside Svelata trattavano solo delle filosofie dei nostri ultimi tempi e del rispettivo simbolismo delle nazioni scomparse, in essi non potemmo che gettare un rapido colpo d’occhio sul panorama dell’Occultismo. In quest’opera daremo una Cosmogonia dettagliata e delineeremo l’Evoluzione delle quattro razze umane che hanno preceduto la nostra quinta; ed i vari Volumi spiegheranno ciò che semplicemente è stato affermato nella prima pagina di Iside Svelata e in alcune allusioni che si trovano sparse in detta opera. Noi, nei presenti Volumi non potremmo rendere noto il vasto elenco delle Scienze Arcaiche se non dopo aver trattato problemi colossali come quello dell’Evoluzione Cosmica e Planetaria, 1 Max Müller, Introduction to the Science of Religion, pp. 256-57. e del graduale sviluppo delle misteriose umanità e razze che hanno preceduto la nostra Umanità Adamitica. Quindi, lo sforzo fatto oggi per penetrare alcuni dei misteri della Filosofia Esoterica, non ha, in realtà, niente a che fare con l’opera precedente. Ed ecco un chiaro esempio:
Il primo Volume di Iside Svelata comincia con un’allusione ad un “vecchio Libro”:
Tanto vecchio che i nostri moderni antiquari potrebbero meditare all’infinito sulle sue pagine, senza potersi mettere d’accordo sulla qualità del materiale su cui è scritto. È la sola copia originale attualmente esistente. Il più antico documento ebraico sul sapere occulto, il Siphrah Dzenoiutha, fu compilato su questa vecchia opera, e ciò in un’epoca in cui essa era già considerata una reliquia letteraria. Una delle sue illustrazioni rappresenta ADAMO che emana dall’Essenza Divina,1 simile a un arco luminoso formante un circolo; quando ha raggiunto il punto culminante della sua circonferenza, la Gloria ineffabile si curva nuovamente e torna alla terra, portando nel suo vortice un tipo superiore di umanità. Con l’approssimarsi al nostro pianeta, l’Emanazione scurisce sempre più finché, toccando la terra, è nera come la notte
Questo “antichissimo libro” è l’opera originaria dalla quale derivarono i numerosi Volumi di Kiu-ti.2 Non solo quest’ultimo ed il Siphrah Dzeniouta, ma pure il Sepher Jetzirah3 che i cabalisti ebrei attribuiscono al loro Patriarca Abramo (!): il libro di Shu-King, la Bibbia primitiva della Cina; i Volumi sacri del Thoth-Ermete egiziano; i Purâna dell’India; il Libro dei Numeri caldeo e il Pentateuco stesso, sono tutti derivati da quest’unico piccolo Volume.

La tradizione dice che fu trascritto in Senzar, la lingua sacerdotale segreta, dettato da Esseri divini ai Figli della Luce, nell’Asia Centrale, all’inizio della nostra Quinta Razza; perché vi fu un tempo in cui questo linguaggio (il Senzar) era conosciuto dagli Iniziati di tutte le nazioni, quando gli antenati dei toltechi lo comprendevano tanto facilmente quanto gli abitanti dell’Atlantide scomparsa, che l’avevano ereditato, a loro volta, dai saggi della Terza Razza, i Mânushi, i quali l’avevano imparato direttamente dai Deva della Seconda e della Prima Razza. L’illustrazione di cui si è parlato in Iside si riferisce all’evoluzione di queste Razze e all’Umanità della nostra quarta e quinta razza, nel Manvantara, o Ronda, di Vaivasvata; ogni Ronda essendo composta dagli Yuga di sette periodi dell’Umanità, quattro di essi sono ora già passati nel nostro ciclo di vita, ed il punto di mezzo del quinto è quasi raggiunto. Questa illustrazione è simbolica, come si può facilmente comprendere, ed abbraccia tale evoluzione fin dal suo inizio. L’antico Libro, dopo aver descritto l’Evoluzione cosmica e spiegato l’origine di tutto ciò che esiste sulla terra, compreso l’uomo fisico, dopo aver dato la vera storia delle Razze, dalla Prima fino alla nostra Quinta, non procede oltre. Esso si arresta all’inizio del Kali Yuga, cioè 4.989 anni fa, alla morte di Krishna, il luminoso “dio – Solare” che fu un tempo un eroe ed un riformatore vivente. Ma esiste un altro libro. Nessuno dei suoi possessori lo ritiene antico, perché data soltanto dall’inizio dell’Età Nera, cioè circa 5.000 anni fa. Fra nove anni circa, avrà fine il primo ciclo dei cinque primi millenni, cominciato con il grande periodo del Kali Yuga. E allora l’ultima profezia contenuta in quel libro – il primo Volume degli annali profetici dell’Età Nera – sarà compiuta. Non avremo molto da attendere e parecchi di noi vedranno l’aurora del nuovo ciclo, alla fine del quale molti conti saranno regolati e sistemati fra le razze. Il secondo Volume di profezie è quasi pronto, essendo stato cominciato fin dall’epoca di Shankarâchârya, il successore del Buddha. Bisogna considerare un altro aspetto importante che emerge nella serie delle prove relative all’esistenza di una Saggezza primordiale ed universale; aspetto particolarmente importante per gli studiosi e per i cabalisti cristiani. Gli insegnamenti erano noti, per lo meno parzialmente, a diversi Padri della Chiesa. Si afferma, su una base puramente storica, che Origene, Sinesio e lo stesso Clemente Alessandrino, fossero stati Iniziati ai Misteri prima di aggiungere al Neo-Platonismo della Scuola di Alessandria quello degli Gnostici, sotto il velo cristiano. Inoltre, alcune dottrine delle scuole segrete, sebbene non tutte, furono conservate in Vaticano e divennero poi parte dei Misteri sotto forma di aggiunte, per quanto deformate, al programma originale cristiano della Chiesa Latina. Tale il dogma, ora materializzato, dell’Immacolata Concezione. Ciò spiega le grandi persecuzioni della Chiesa Cattolica Romana contro l’Occultismo, la Massoneria ed il Misticismo eterodosso in generale.

L’epoca di Costantino fu l’ultima svolta della storia, il periodo della lotta suprema che finì, nel mondo occidentale, con lo strangolamento delle vecchie Religioni a favore di quella nuova costruita sui loro cadaveri. Da quel momento, la visuale sull’antichissimo passato precedente al “Diluvio” e al giardino dell’Eden, fu impedita con tutti i mezzi, leciti ed illeciti, e chiusa agli sguardi indiscreti dei posteri. Tutti i passaggi furono sigillati, tutti gli annali, sui quali fu possibile mettere le mani, vennero distrutti. Tuttavia rimane ancora abbastanza, persino fra questi annali mutilati, per permetterci di affermare che essi contengono ogni requisito utile a dimostrare l’esistenza attuale di una Dottrina Madre. Alcuni frammenti sono sfuggiti ai cataclismi geologici e politici per raccontare la loro storia; e tutto ciò che è sopravvissuto prova che la Saggezza, ora segreta, era un tempo l’unica fonte, la sorgente perenne ed inestinguibile che alimentava tutti i ruscelli, cioè le Religioni posteriori di tutte le nazioni, dalla prima all’ultima. Questo periodo, che comincia con Buddha e Pitagora e finisce con i Neo-Platonici e gli Gnostici, è il solo punto focale rimasto nella storia, verso il quale convergono per l’ultima volta, senza essere oscurati dalla mano del bigottismo e del fanatismo, i brillanti raggi di luce venuti dagli eoni di tempo passato. Ciò spiega la necessità, in cui si è trovata costantemente l’autrice, di spiegare i fatti, presi dal più antico passato, basandoli su prove evidenti del periodo storico, anche a rischio di essere accusata nuovamente di mancanza di metodo e di sistema. È necessario che il pubblico sia informato degli sforzi compiuti da numerosi Adepti vissuti nel mondo, da poeti e da scrittori iniziati, per mezzo dei libri classici di tutte le epoche, per conservare negli annali dell’umanità, se non la conoscenza dei suoi princìpi, almeno il ricordo dell’esistenza di tale filosofia.

Gli Iniziati del 1888 sarebbero veramente un mito incomprensibile, un problema senza soluzione apparente, se non fosse stato provato che altri Iniziati sono vissuti in tutte le epoche della storia. E ciò non può essere provato che citando il capitolo ed il rigo dove si è parlato di questi grandi personaggi che sono stati preceduti e seguiti da una lunga ed interminabile serie di altri Maestri ante e postdiluviani. Soltanto mediante queste testimonianze semi-tradizionali e semi-storiche sarà possibile dimostrare che la conoscenza occulta ed i poteri che questa conferisce all’uomo, non sono affatto finzioni, ma realtà vecchie quanto il mondo. Ai miei giudici, passati o futuri, non ho dunque nulla da dire — siano essi dei severi critici letterari, o quei dervisci urlanti della letteratura che giudicano un libro secondo la fama, più o meno grande, del nome del suo autore, e che guardano a malapena al contenuto, attaccandosi come bacilli mortali al punto più debole del corpo. E neppure mi occuperò dei calunniatori — fortunatamente assai pochi — che, con la speranza di attirare l’attenzione pubblica gettando il discredito su ogni scrittore il cui nome è più conosciuto del loro, schiumano ed abbaiano dietro la sua ombra. Costoro sostennero dapprima per anni che le dottrine insegnate nel Theosophist, e approfondite nel Buddhismo Esoterico erano state tutte inventate da me, poi, cambiando tattica, denunciarono Iside Svelata come un plagio fatto ad Éliphas Lévi (!), a Paracelso (!!) e, mirabile dictu, al Buddhismo ed al Brâhmanesimo (!!!). Sarebbe stato lo stesso che accusare Renan di aver rubato la sua Vita di Gesù al Vangelo, e Max Müller i suoi Libri Sacri dell’Oriente o i suoi Chips [Frammenti] alle filosofie dei Brâhmani e di Gautama Buddha. Ma, al pubblico in generale e ai lettori della Dottrina Segreta in particolare, posso ripetere ciò che ho sempre affermato e che adesso dico con le parole di Montaigne: Signori, “io ho fatto qui soltanto un mazzo di fiori scelti e di mio non ho messo altro che lo spago che li unisce”. Tagliate lo “spago” o fatelo a pezzi, se volete. Quanto ai fatti, non potrete mai distruggerli: voi potrete soltanto ignorarli e niente più. Potremmo terminare con una parola concernente questo primo Volume. Nell’introduzione ai capitoli che parlano principalmente della Cosmogonia, alcuni soggetti trattati potranno sembrare fuori posto, ma una considerazione, oltre a quelle già esposte, mi ha spinta a farlo. Ogni lettore giudicherà personalmente le affermazioni fatte dal punto di vista della sua conoscenza, della sua esperienza e della sua coscienza, basando il proprio giudizio su ciò che ha già imparato altrove. L’autrice è obbligata a rammentarsi continuamente di questo; ed ecco la ragione dei frequenti riferimenti, in questi primi Volumi, a soggetti che appartengono, propriamente parlando, ad un’altra parte dell’opera, ma che non potevano passare sotto silenzio senza correre il rischio di veder considerare l’opera stessa come un racconto di fate, o come la fantasia di qualche cervello moderno.

Così il Passato aiuterà a comprendere il Presente; e quest’ultimo ad apprezzare meglio il Passato. Gli errori odierni devono essere compresi ed eliminati; tuttavia è più che probabile, anzi, nel caso attuale è certo, che ancora una volta le testimonianze di lunghi secoli e della storia, non influiranno che sugli uomini altamente intuitivi, e cioè su un numero assai limitato. Ma in questo caso, come in tutti i casi analoghi, gli individui sinceri e fedeli potranno consolarsi presentando ai moderni scettici Sadducei la testimonianza matematica e storica dell’ostinazione e del bigottismo umano. Negli archivi dell’Accademia delle Scienze di Francia esiste la famosa legge delle probabilità, elaborata da alcuni matematici, con un procedimento algebrico a beneficio degli scettici. Essa si conclude con la formula seguente: Se due persone testimoniano un fatto ed entrambe gli attribuiscono i 5/6 di certezza, lo stesso fatto ne avrà i 35/36, cioè la sua probabilità starà alla sua improbabilità con il rapporto di 35 a 1. Se tre testimonianze di questo genere sono sommate, la certezza diverrà 215/216. L’accordo di dieci persone, ciascuna delle quali dia 1/2 di certezza, produrrà 1023/1024, ecc. L’occultista può ritenersi soddisfatto di tale certezza e non occuparsi d’altro.

 

LE STANZE DI DZYAN

Evoluzione Cosmica

STANZA I

1) La Genitrice Eterna, raccolta nelle sue vesti invisibili eternamente, era rimasta sopita ancora una volta per sette eternità

2) Il Tempo non era, poiché giaceva dormiente nel seno infinito della Durata.

3) La Mente Universale non era, poiché non vi erano Ah-Hi per contenerla.

4) Le sette vie della Beatitudine non erano. Non erano le grandi cause del Dolore poiché non vi era alcuno per produrle ed esserne avvinto.

5) Solo le Tenebre riempivano il Tutto illimitato, poiché Padre-Madre e Figlio erano insieme Uno, ed il Figlio non si era ancora risvegliato per la nuova Ruota e per il pellegrinaggio su di essa.

6) I Sette Sublimi Signori e le Sette Verità avevano cessato di essere e l’Universo Figlio della necessità era immerso in Paranishpanna, pronto ad essere esalato da ciò che è eppure non è. Nulla esisteva.

7) Erano state anche abolite le Cause dell’Esistenza: il visibile che fu e l’invisibile che è riposavano nell’eterno Non-Essere. Essere Unico.

8) Sola, l’unica forma di Esistenza si estendeva nel Sonno senza Sogni; e la vita pulsava inconsapevole nello spazio universale, attraverso quella Onnipresenza che è percepita dall’occhio aperto di Dangma.

9) Ma dove era Dangma, quando l’Alaya dell’Universo era Paramartha, e la Grande Ruota era Anupadaka?

STANZA II

1) Dove erano i Costruttori Divini, luminosi figli dell’Aurora manvantarica? Nella Tenebra ignota, nei loro Ah-Hi Paranishpanna. I produttori della forma e della non forma – la Radice del Mondo – Devamatri e Svâbhâvat, riposavano nella beatitudine del Non-Essere.

2) Dove si trovava il Silenzio? Dove erano gli orecchi per percepirlo? No; non vi era né Silenzio né Suono; nulla salvo l’incessante Alito Eterno, che non conosce se stesso.

3) L’Ora non era scoccata, e il Raggio non aveva dardeggiato nel Germe; la Matripadma non era ancora diventata turgida. 

4) Il suo cuore non era ancora aperto per lasciare entrare il Raggio Unico e quindi cadere, come il Tre nel Quattro, nel grembo di Maya.

5) I Sette non erano ancora nati nella Trama di Luce. Le Tenebre sole erano Padre e Madre, Svâbhâvat; e Svâbhâvat era nelle Tenebre.

6) Questi due sono il Germe e il Germe è Uno. L’Universo era tutt’ora celato nel Pensiero Divino e nel Seno Divino.

STANZA III

1) L’ultima Vibrazione della Settima Eternità freme attraverso l’infinitudine. La madre si gonfia espandendosi dall’interno verso l’esterno, come un bocciuolo di loto.

2) La Vibrazione trascorre, toccando con la sua rapida ala l’Universo intero ed il Germe, che dimora nelle Tenebre, che alitano sulle sopite acque della vita.

3) La Tenebra irradia la Luce e la Luce lascia cadere un Raggio Solitario nelle acque, nella profondità-madre. Il Raggio dardeggia attraverso l’Uovo Vergine, il Raggio causa un fremito nell’Uovo Eterno del Mondo.

4) I Tre cadono nei Quattro. L’Essenza Radiante diventa Sette all’interno e Sette all’esterno. L’Uovo luminoso che in se stesso è Tre si coagula e si espande in grumi bianco latte per tutte le profondità della Madre, la Radice che cresce negli abissi dell’Oceano della vita.

5) La Radice rimane, la Luce rimane e i Grumi rimangono; ancora Oeahooo è Uno.

6) La Radice della vita era in ogni goccia dell’Oceano dell’Immortalità e l’Oceano era Luce Radiante, che era Fuoco, Calore e Moto. La Tenebra svanì e non fu più; disparve nella propria essenza il Corpo di fuoco e d’acqua del Padre e della Madre.

7) Mira, o Lanu, il radioso figlio dei due, l’incomparabile gloria fulgente, brillante spazio, figlio dello Spazio Tenebroso, che emerge dalle profondità delle grandi Acque Tenebrose. E’ Oeahooo il più giovane. Riluce come il Sole ed è il divino grado fiammeggiante della sapienza; l’Eka è Chatur e Chatur prende a sé Tri e l’unione produce i Sapta in cui sono i sette, che diventano i Tridasha, le Osti e le Moltitudini. Il velo viene alzato e dispiegato dall’oriente all’occidente. Viene chiuso fuori il Disopra e lasciato il Disotto visibile Egli sceglie i posti per i Risplendenti e tramuta il superiore in un mare di fuoco senza rive e l’Uno manifestato tramuta nelle grandi acque.

8) Dov’era il Germe e dov’é ora la tenebra? Dov’era lo spirito della fiamma che arde nella tua lampada, o Lanu? Il Germe é Quello e Quello è luce, il bianco figlio brillante dell’oscuro Padre Nascosto.

9) La luce è fiamma fredda e fiamma è fuoco, e il fuoco produce calore che dà acqua, l’acqua di vita nella grande madre. 2

10) Padre-Madre tesse una tela il cui mondo superiore è fissato allo spirito, luce della tenebra una, e l’inferiore è al suo estremo oscuro, la materia; e questa tela è l’Universo, intessuto dalle due sostanze fatte in una che è Svâbhâvat.

11) La tela si espande quando l’alito del fuoco gli è sopra; si contrae quando l’alito della madre lo tocca. Allora i figli si disgiungono e si disperdono per ritornare nel seno della loro madre, alla fine del grande giorno e ridiventare uno con lei. Quando si raffredda diventa radiante. I suoi figli si espandono e si contraggono in sé stessi e nei propri cuori; essi abbracciano l’infinito.

12) Allora Svâbhâvat manda Fohat a consolidare gli atomi. Ognuno è una parte della Tela. Riflettendo come uno specchio il “Signore che esiste di per sé”, ognuno a sua volta diviene un mondo.

STANZA IV

1) Ascoltate, figli della terra i vostri istruttori, figli del fuoco. Imparate che non vi è né primo né ultimo poiché tutto è un numero emerso dal non numero.

2) Imparate ciò che noi, discendenti dai Sette primordiali, nati dalla fiamma primordiale abbiamo imparato dai nostri padri.

3) Dal fulgore della luce, raggio dell’eterna tenebra, balzarono nello spazio le energie risvegliate: l’UNO dall’Uovo, i SEI ed i CINQUE. Quindi i TRE, l’UNO, i QUATTRO, l’UNO, i CINQUE- DUE VOLTE SETTE LA SOMMA TOTALE. E questi sono le essenze, le fiamme, gli elementi, i costruttori, i numeri, gli Arûpa, i Rûpa e la forza o uomo divino, somma totale. E dall’uomo divino emanarono le forme, le scintille, gli animali sacri e i messaggeri dei padri sacri entro i quattro Santi.

4) Questo era l’Esercito della Voce, la Divina Madre dei Sette. Le scintille dei sette sono sottoposte e serventi del primo, del secondo, del terzo, del quarto, del quinto, del sesto e del settimo dei sette. Queste sono chiamate sfere, triangoli, cubi, linee e modellatori; perché così sta l’eterno Nidana, l’Oi-Ha-Hou.

5) L’Oi-Ha-Hou che è tenebra, l’illimitato o il non numero, Adi-Nidana, Svâbhâvat, il cerchio: a) L’Adi-Sanat, il numero, poiché egli è uno. b) La voce della parola, Svâbhâvat, i numeri, poiché egli è uno e nove. c) Il quadrato senza forma. E questi tre racchiusi dentro il cerchio, sono i sacri quattro e i dieci sono l’Universo Arûpa. Indi vengono i figli, i sette combattenti, l’uno, l’ottavo lasciato fuori e il suo alito che è il fattore della luce.

6) Poi i secondi sette che sono i Lipika prodotti dai tre. Il figlio reietto è uno. I figli-Soli sono numerosissimi.

STANZA V

1) I sette primordiali, i primi sette aliti del drago di sapienza producono a loro volta, dai loro santi aliti roteanti, l’igneo turbine.

2) Essi fanno di lui il messaggero della loro volontà. Il Dzyu diviene Fohat: il rapido figlio dei figli di Dio, i cui figli sono i Lipika, corre incombenze circolari. Fohat è il corsiere, il pensiero e il cavaliere. Egli passa come il fulmine attraverso le ignee nubi; egli fa’ tre e cinque e sette passi attraverso le sette regioni Disopra e le sette Disotto. Egli alza la sua voce e chiama le innumerevoli scintille e le unisce insieme.

3) Egli è lo spirito che le guida e le dirige. Quando comincia a lavorare separa le scintille del regno inferiore che ondeggiano e fremono di gioia nelle loro dimore radianti e ne forma i germi delle ruote. Le colloca nelle sei direzioni dello spazio e una nel mezzo, ruota centrale.

4) Fohat traccia linee spirali per unire la sesta alla settima – la corona. Un esercito di figli della luce si trova in ogni angolo, i Lipika nella ruota mediana. Essi affermano: “Questo è buono”. Il primo mondo divino è pronto; il primo, il secondo. Allora “il divino Arûpa” si riflette in Chhâyã Loka il primo rivestimento di Anupadaka.

5) Fohat fa cinque passi e costruisce una ruota alata ad ogni canto del quadrato per i quattro santi… e i loro eserciti.

6) I Lipika circoscrivono il triangolo, il primo cubo, il secondo è il pentacolo dentro all’uovo. E’ l’anello chiamato “non passare” per coloro che discendono e salgono; che durante il Kalpa progrediscono verso il gran giorno “Sii con noi”… Così furono costruiti l’Arûpa e il Rûpa: dall’una luce, sette luci, da ognuna delle sette, sette volte sette luci. Le ruote vigilano l’anello…

STANZA VI

1) Per la potenza della Madre di Misericordia e di sapienza, Kwan-Yin il triplo Kwan-Shai-Yin, che risiede in Kwan-Yin-Tien-Fohat, alito della loro progenie, il figlio dei figli, avendo fatto uscire dall’abisso inferiore la forma illusoria di Sien-Tehan ed i sette elementi.

2) Il rapido e radiante produce i sette centri Laya, contro i quali nessuno prevarrà fino al gran giorno “Sii con noi”; su queste fondamenta eterne è collocato l’Universo, circondando Sien- Tehan con i germi elementari.

3) Dei sette – prima uno manifesto – sei celati; due manifesti, cinque celati; quattro manifesti, tre celati; quattro e uno Tsan rivelati; due e mezzo celati; sei da essere manifesti, uno messo da parte. Finalmente, sette piccole ruote che girano, una dando origine all’altra.

4) Egli le costruisce a somiglianza delle ruote più antiche, collocandole sui centri imperituri. Come 4 le costruisce Fohat? Egli raduna la polvere ignea. Fa globi di fuoco, corre attraverso e intorno a loro infondendo vita, quindi li mette in moto, alcuni in modo altri in un altro. Essi sono freddi ed egli li rende roventi. Sono asciutti e li rende umidi. Brillano e ventilando li raffresca. Così agisce Fohat da un crepuscolo all’altro durante sette eternità.

5) Alla quarta, ai figli è detto di creare le loro immagini. Un terzo rifiuta due obbediscono. La maledizione è pronunciata. Nasceranno nella quarta, soffriranno e faranno soffrire. Questa è la prima guerra.

6) Le ruote più antiche rotearono in basso ed in alto, gli ovuli materni riempivano il tutto. Vi furono battaglie combattute fra creatori e distruttori e battaglie combattute per lo spazio; il seme appariva e riappariva continuamente.

7) Fa i tuoi calcoli o Lanu se vuoi l’età precisa della tua piccola ruota. Il suo quarto raggio è la nostra madre. Raggiungi il quarto frutto del quarto sentiero di sapienza che conduce al Nirvana e comprenderai, poiché vedrai.

STANZA VII

1) Ecco il principio della vita informe e senziente. Prima il divino, l’Uno dallo spirito madre; poi lo spirituale; il tre dall’Uno; il quattro dall’Uno e i cinque dai quali i tre, i cinque ed i sette. Questi sono i triplici e i quadruplici, discendenti; i figli della mente del primo signore; i sette risplendenti. Sono essi che sono te, io, egli, o Lanu; essi che vegliano su di te e su tua madre Bhumi.

2) Il raggio uno moltiplica i raggi minori. La vita precede la forma e la vita sopravvive all’ultimo atomo. Attraverso gli innumerevoli raggi il raggio della vita, l’Uno come un filo attraversa molte perle.

3) Quando l’Uno diventa due, il triplice appare e i tre sono Uno; ed è il nostro filo, o Lanu, il cuore della pianta-uomo chiamata Saptaparna.

4) E’ la radice che non muore mai, la fiamma trilingue dai quattro lucignoli. I lucignoli sono le scintille che traggono dalla fiamma trilingue scoccata dai sette, la loro fiamma, i raggi e le scintille di una Luna riflessa nelle acque correnti di tutti i fiumi della terra.

5) La scintilla è attaccata alla fiamma con un sottilissimo filo di Fohat. Esso viaggia attraverso i sette mondi di Maya. Si ferma nel primo ed è un metallo o è una pietra, passa nel secondo ed ecco una pianta, la pianta passa attraverso sette mutazioni e diventa un animale sacro. Dalla combinazione degli attributi di questi, Manù, il pensatore è formato. Chi lo forma? Le sette vite e la vita una. Chi lo completa? Il quintuplice Lha. E chi perfeziona l’ultimo corpo? Il pesce, il peccato e Soma. 

6) Da primogenito il filo fra il guardiano silenzioso e la sua ombra diviene più forte e raggiante con ogni cambiamento. La luce del sole mattutino è divenuta gloria del meriggio.

7) “Questa è la tua ruota attuale” disse la fiamma alla scintilla. “Tu sei me stessa, la mia immagine, la mia ombra. Mi sono rivestita di te e tu sei il mio Vâhan fino al giorno “Sii con noi”, quando tu ridiverrai me stessa ed altri, tu stessa e me”. Allora i costruttori indossate le loro prime vestimenta, discendono sulla terra radiosa e regnano sugli uomini che sono loro stessi.

Antropogenesi – Parte Seconda

STANZA I

1) Il Lha che fa muovere la quarta è il servitore del Lha dei sette, che conducono i loro occhi intorno al signore, e girano l’occhio unico del nostro mondo, il suo soffio, diede la vita ai sette. Egli diede la vita al primo.

2) La Terra disse: “Signore dal volto luminoso, la mia casa è vuota… manda i tuoi figli a popolare questa Ruota. Tu hai inviato i tuoi sette figli al Signore della Saggezza. Egli ti vede sette volte più vicino a Lui, ti sente sette volte di più. Tu hai impedito ai tuoi servitori, i Piccoli Anelli, d’impadronirsi della Tua Luce e del Tuo Calore, d’intercettare la tua grande Bontà al suo passaggio. Mandali ora al tuo servo”.

3) l Signore disse: “Ti manderò un fuoco quando il tuo lavoro comincerà. Alza la voce verso gli altri Lokas; rivolgiti a tuo Padre, il Signore del Lotus, per i suoi figli… Il tuo popolo sarà governato dai Padri. I tuoi uomini saranno mortali. Non i figli di Soma, ma gli uomini del Signore della Saggezza sono immortali. Cessa i tuoi lamenti. Le tue sette pelli ti ricoprono ancora… Tu non sei pronta. I tuoi uomini non sono pronti.”.

4) Dopo grandi pene ella si svestì delle Tre antiche pelli; indossò le Sette nuove e rimase vestita nella sua prima.

STANZA II

1) La Ruota girò ancora durante trenta crore e costruì delle Rûpa; delle Pietre tenere che indurivano, delle piante dure che si ammorbidivano. Il visibile uscì dall’invisibile; gli insetti e le piccole Vite. Essa li scosse dal suo dorso ogni volta che essi sopravanzarono la Madre… Dopo trenta crore, ella si girò. Giaceva sul dorso, sul fianco… Non voleva chiamare nessun Figlio della Saggezza. Generò dal proprio Seno. Ella diede vita agli Uomini Acquatici, terribili e cattivi.

2) Gli Uomini Acquatici, terribili e cattivi, furono creati con i resti degli altri. Ella li formò con la scoria e con la melma del suo Primo, Secondo e Terzo. I Dhyâni vennero dal risplendente Padre- Madre delle Regioni Bianche, dalla dimora dei Mortali-Immortali.

3) Essi furono malcontenti. “La nostra carne è assente. Nessun Rûpa conveniente ai nostri fratelli della Quinta. Nessuna Dimora per le Vite. Esse devono abbeverarsi di Acque pure e non di acque torbide. Dissecchiamole”.

4) Le fiamme vennero. I Fuochi con le Scintille. I Fuochi Notturni ed i Fuochi Diurni. Essi disseccarono le acque torbide e scure. Con il loro calore le estinsero. I Lhas dall’alto, i Lhamayin del Basso, vennero. Sgozzarono le forme che erano a doppia e quadrupla faccia. Combatterono gli Uomini-Capra, gli Uomini dalla testa di Cane, e quelli con il corpo di Pesce.

5) L’Acqua-Madre; il Grande Mare pianse. Essa si sollevò, sparì nella Luna, che l’aveva sollevata, che le aveva dato vita. 6) Quando essi furono distrutti, la Terrra-Madre restò nuda e chiese di essere disseccata.

STANZA III

1) Il Signore dei Signori venne. Egli separò le acque dal loro corpo, e ciò costituì il cielo di sopra; il Primo Cielo.

2) I grandi Cohans chiamarono i signori della Luna, dai Corpi Aerei: “Fate apparire gli Uomini della vostra natura. Date loro le forme interne. Essa edificherà i Rivestimenti esteriori e saranno Maschi-Femmine. Signori della Fiamma anche…”.

3) Ognuno andò nel territorio assegnatoli; erano Sette, ciascuno nel suo Lotto. I Signori della Fiamma restarono indietro e non volevano andare, non volevano creare.

STANZA IV

1) Le Sette Legioni, i Signori nati dalla Volontà,, spinti dallo Spirito che dona la Vita, staccarono gli uomini da loro stessi, ciascuno sulla propria Zona.

2) Sette volte sette Ombre di Uomini futuri nacquero, ognuno del proprio colore e della propria Specie. Ciascuno inferiore a suo Padre. I Padri, i Senza-Ossa, non potevano dar vita a degli esseri provvisti di ossa. I loro discendenti furono dei Bhûta, senza forma né mente. Perciò furono chiamati la Razza Chhâyã.

3) Come sono nati i Manoushya? I Manù con la loro mente come sono fatti? I Padri chiamarono in loro aiuto il proprio Fuoco, che brucia nella Terra. Lo spirito della Terra chiamò in suo aiuto il Fuoco Solare. I tre, grazie ai loro sforzi riuniti, produssero un buon Rûpa. Poteva reggersi dritto, camminare, correre, curvarsi o volare. Pure non era altro che un Chhâyã, una Ombra senza Sensi. 

4) Il Soffio aveva bisogno di una forma, i Padri la diedero. Il Soffio aveva bisogno di un corpo grossolano, la Terra lo foggiò. Il Soffio aveva bisogno dello Spirito di Vita, Lhas Solari l’insufflarono nella sua Forma. Il Soffio aveva bisogno di uno specchio del suo corpo “Noi gli donammo il nostro”, dissero i Dhyânis. Il Soffio aveva bisogno di un veicolo dei desideri: “lo possiede!” dissero gli scolatoi delle Acque; ma il Soffio aveva bisogno di una mente per abbracciare l’Universo: “Non possiamo dare ciò!” dissero i Padri. “Io non l’ebbi mai” disse lo spirito della Terra. “La Forma si consumerebbe se gli donassi la mia!” disse il Grande Fuoco… L’Uomo rimase un Bhûta, vuoto e sprovvisto di sensi… Così i Senza-Ossa diedero Vita a coloro che divennero degli Uomini provvisti di ossa durante la Terza.

STANZA V

1) I primi furono i figli dello Yoga. I loro figli, i nati dal Padre Giallo e dalla Madre Bianca

2) La Seconda Razza fu prodotta da innesto ed espansione, l’asessuale uscendo dal Senza-Sesso. Così, Oh Lanu fu prodotta la Seconda Razza.

3) I loro Padri furono gli Auto-Generati. Gli Autogenerati, i Chhâyã sortiti dai brillanti corpi dei Signori i Padri, i figli del crepuscolo.

4) Quando la Razza invecchiò, le Acque antiche si mescolarono alle più fresche. Quando le sue Gocce divennero torbide svanirono e si dispersero nel nuovo torrente caldo della Vita. L’esterno del Primo divenne l’interno del Secondo. L’antica Ala divenne la nuova Ombra e l’Ombra dell’Ala.

STANZA VI

1) La Seconda allora sviluppò i Nati dall’Uovo; la Terza.. Il Sudore aumentò; le sue gocce ingrossarono e divennero dure e rotonde. Il Sole le riscaldò, la Luna le rinfrescò e le modellò; il Vento le nutrì fino alla maturità. Il Cigno Bianco della Volta Stellata covò la Grossa Goccia. L’uovo della futura Razza, l’Uomo cigno della fine della Terza. Prima maschio-femmina, poi uomo e donna.

2) Gli Auto-Generati furono i Chhâyã, le ombre dei Corpi dei Figli del Crepuscolo. Né l’acqua, né il fuoco potevano distruggerli. I loro figli (lo) furono.

STANZA VII

1) I Figli della Saggezza, i Figli della Notte, pronti a rinascere, discesero e videro le forme vili della Prima Terza.

2) “Noi non possiamo scegliere”, dissero i Signori, “Noi abbiamo la Saggezza”. Alcuni entrarono nei Chhâyã. Altri proiettarono la Scintilla. Altri ancora differirono fino alla Quarta. Con il proprio 8 Rûpa essi riempirono il Karma. Quelli che entrarono divennero gli Arhat. Coloro che ricevettero solo una Scintilla restarono sprovvisti di sapere; la Scintilla brillò debolmente. I Terzi restarono senza Mente. Il loro Jivas non era pronto. Questi furono messi da parte tra i Sette. Essi divennero le Testestrette. I Terzi erano pronti. “In questi noi abiteremo”. Dissero i Signori della Fiamma e della Oscura Saggezza.

3) Come agirono i Mànasa, i Figli della Saggezza? Essi respinsero gli Auto-Generati. Non sono pronti. Sdegnarono i Nati-dal-Sudore. Essi non sono del tutto pronti. Non vollero entrare nei primi Nati dall’Uovo.

4) La Terza Razza divenne il Vâhan dei Signori della Saggezza, e creò i figli della Volontà e dello Yoga: da Kryâshkti li creò, i Santi Padri, gli antenati degli Arhat…

STANZA VIII

1) I primi animali furono tratti dalle gocce del sudore; dai residui della Sostanza, materia proveniente dai corpi morti degli uomini e degli animali della Ruota precedente, e della polvere respinta.

2) Animali provvisti di ossa, dragoni dell’abisso e Sarpas volanti furono aggiunti alle cose striscianti. Quelli che strisciano sul suolo furono provvisti di ali. Quelli che nell’acqua avevano lunghi colli divennero i progenitori degli uccelli dell’aria.

3) Durante la Terza, gli animali senza ossa si svilupparono e maturarono: divennero animali provvisti di ossa. I loro Chhâyã divennero solidi.

4) Gli animali si separarono per primi. Essi cominciarono a riprodursi. L’Uomo doppio pure si separò e disse: “Facciamo come loro; uniamoci e procreiamo”; lo fecero…

5) E coloro che non avevano Scintilla presero per essi enormi animali femmine. Produssero con esse delle razze mute. Essi stessi erano muti. Ma le loro lingue si sciolsero. Le lingue dei loro discendenti restarono mute. Essi allevarono dei mostri contraffatti e coperti di peli rossi che camminavano a quattro zampe. Una Razza muta perché la sua vergogna non fosse narrata.

STANZA IX

1) Vedendo ciò i Lhas che non avevano costruito gli uomini piansero dicendo:

2) “Gli Amânasa hanno macchiato le nostre future dimore. Quello è Karma. Abitiamo negli altri. Istruiamoli meglio, perché non succeda qualcosa di peggio”. Lo fecero…

3) Allora tutti gli uomini furono dotati di Manas e videro il peccato di quelli che erano sprovvisti di mente.

4) La Quarta Razza sviluppò la parola. 9 5) L’unico divenne due; e così per tutte le cose viventi e striscianti che erano ancora uniche, i pesci giganti, gli uccelli e i serpenti dalle teste coperte di scaglie.

STANZA X

1) Così due per due nelle sette Zone, la Terza Razza diede alla Quarta; i Suras divennero Asuras.

2) La Prima in ogni Zona fu del colore della Luna. La Seconda Gialla come oro; la Terza Rossa. La Quarta bruna, che divenne nera col peccato. I primi sette rampolli umani ebbero tutti la medesima tinta. I sette che seguirono cominciarono a mescolarsi.

3) Allora la Terza e la Quarta crebbero in orgoglio. “Noi siamo i re; noi siamo gli dei”.

4) Presero delle mogli piacevoli a vedersi. Donne prese tra coloro che erano sprovvisti di mente, dalle teste strette, e nacquero dei mostri, cattivi demoni, maschi e femmine, e anche dei Khado, con piccole menti.

5) Costruirono dei templi per il corpo umano. Adorarono i maschi e le femmine e il Terzo occhio cessò di funzionare.

STANZA XI

1) Costruirono città colossali con terre e metalli rari. Servendosi dei fuochi vomitati, della terra bianca delle montagne e della terra nera, formarono le loro immagini, in grandezza naturale e a loro somiglianza, e le adorarono.

2) Eressero grandi statue, alte nove yatis, taglia del loro corpo. Fuochi eterni avevano distrutto il Paese dei loro Padri. L’Acqua minacciava la Quarta.

3) Tutti i santi furono salvi e gli empi distrutti. Con loro perì la grande maggioranza degli enormi animali prodotti dal sudore della terra.

STANZA XII

1) Pochi furono i superstiti. Alcuni fra i gialli, alcuni fra i bruni e i neri, alcuni fra i rossi rimasero. Quelli del colore della Luna erano partiti per sempre.

2) La Quinta prodotta dal gregge santo, restò; essa fu governata dai primi Re Divini.

3) … I serpenti che ridiscesero, che fecero pace con la Quinta, che la istruirono e guidarono…

***

 

(Tratto dal libro “La Dottrina Segreta – Volume 1 Cosmogenesi” dell’Istituto Cintamani di Roma e da “Le stanze di Dzyan” Antropogenesi)

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