LA FIGURA DEL RE PESCATORE IN INDIA E NEL NORDEUROPA

DI GIUSEPPE ACERBI

(versione integrale dell’articolo)

Re Çantanu innamorato di Matsyagandha aliâs Satyavati (pitt.ind., R.R. Varma, Epoca Contemporanea).

È nota l’importanza che ha nella leggenda graalica la figura del Roi Pêscheur (il King Fisher degl’inglesi), da tutti gli studiosi messo in relazione seppure solo parzialmente con un nume gallico, il misterioso Bran.  Quantunque, in realtà, la definizione s’estenda ben al di là del mondo celtico-cristiano. Dato che la si ritrova del pari nell’epica hindu, precisamente nel Lib.I del Mahâbhârata, opera attribuita a Vyâsa e compilata all’incirca fra il II sec. a.C. ed il II d.C.  Non sto qui ad analizzare il significato dettagliato del titolo, né la trama del poema per intero o le varianti testuali.  Vorrei piuttosto prender in considerazione esclusivamente le analogie nell’ambito della mitologia hindu e di quella cristiana fra la figura del Fisher-king (Re Pescatore) graaliano ed il corrispondente Dâçârâja (id.) mahabharatiano. 

Il Daçaraja dell’epica hindu

2. Manu a cavalcioni del Mahâmatsya del Diluvio Primevo (scultura indiana, Naurangi Darwaza, Forte Raichur, Museo Archeologico, Hyderabad).

Tale personaggio, sarà bene precisarlo, nell’ambito dell’induismo compare soltanto nell’epica e all’interno di questa unicamente nel Mahabharata.  Non altrove.  O meglio, ricorre pure in ambito folclorico, ma non con chiari connotati.  Tuttavia, sebbene in tal caso il ruolo del personaggio sia un po’ scheletrico, un fattore decisivo viene aggiunto: il nome.  Ed il nome, a chiare lettere, è Satyavrata (lett. “alla verità-votato); piú noto come Manu Satyavrata, o semplicemente Manu, cioè l’Adamo indiano.  Famoso per la saga del Grande Pesce (Mahâmatsya), posto dapprima per le minuscole dimensioni in un piccolo vaso e poi per il continuo aumento delle proporzioni in contenitori sempre maggiori.  Ivi non tratto del Pesce, se non per i brevi riferimenti necessari alla comprensione del soggetto; la discussione a seguire vertirà esclusivamente sul Re Pescatore, vale a dire il protagonista umano della saga.  Il Kathâsaritsâgara (Vol.II, Lib.V, Cap.XXV), nella trad. del Tawney, lo descrive sommariamente quale “ricco re dei Nishâda”.  Ecco il fattore decisivo che permette d’identificarlo al suddetto Daçaraja.  Sarebbe troppo lungo in codesta sede spiegarne le ragioni.  Onde non posso far altro che rimandare tale compito a 2 miei libri ancora inediti: a) Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro, b) L’Uomo e il Pesce.  Il succit. testo kashmiro ad esser sinceri adotta l’espressione “king of the fishermen” alternativamente a quella di “fisher-king”, ma lo stesso problema si riscontra nella trad. del Mahabharata.  D’altronde, che si tratti d’un attribuzione simbolica è provato indirettamente dal fatto che nel contesto dell’opera di Somadeva (XI sec.) il possente sovrano di Utsthala viene contattato da Çaktideva – brahmanico protagonista del racconto – al fine di poter rintracciare Kanakapurî, la Città Aurea.  Satyavrata colla sua nave conduce il giovane brahmano, giunto a lui dopo esser uscito indenne dal ventre d’un grosso pesce, fino ad un grande albero che s’erge su un gorgo marino.  Quivi scompare in mezzo ai flutti, sparendo alla vista.  A sera però grossi uccelli simili ad avvoltoi vanno a posarsi sul gigantesco albero ed allora Çaktideva che nel frattempo ha ottenuto la capacità di capire la lingua degli uccelli, si nasconde fra le ali d’uno di essi ed ottiene cosí la possibilità di raggiungere l’agognata meta.  In Kanakapuri il neofita incontra, dormiente come morta, la principessa Kanakarekhâ (Vena d’oro) che era stata promessa dal re di Vardhamâna – certo Paropakârin – a chi avesse potuto visitare di persona la Città Aurea.  Tornato alfine a Vardhamana, Çaktideva si meraviglia di trovare la figlia del re viva e vegeta, ma costei gli spiega di essere in quella forma umana per la maledizione d’un eremita.  Fatto sta che, secondo l’intreccio tipico dei raccoglitori di fiabe indiane sul modello del Pañcatantra (in seguito trasmesso dall’India al mondo musulmano e piú oltre fino all’Europa tardomedievale), la principessa svanisce e torna alla Città Aurea.  Nel vano tentativo di ritrovare la sua promessa sposa, Çaktideva raggiunge di nuovo Utsthala; sennonché quivi è imprigionato dai figli del Re Pescatore, che l’accusano d’aver condotto a morte il loro padre. Per vendicarlo vorrebbero sacrificare il giovane viaggiatore a Durgâ, tuttavia la loro sorella Vindumatî s’innamora di lui a prima vista e finisce per farsi sposare, ma nemmeno questa è la soluzione finale; poiché inseguendo un demone (daitya) in forma di enorme verro che imperversa attorno a lui il neofita, armatosi  cavaliere con lancia in mano, raggiunge una grotta ove incontra Vindurekhâ.  Anche costei induce il brahmano a sposarla, in tal caso per riconoscenza, essendo la principessa stata salvata dalle grinfie del demone.  Ma finisce per sparire pure lei dopo esser rimasta gravida ed aver visto il proprio feto d’otto mesi sacrificato dal marito, che a causa di ciò diviene un veggente ovvero un possessore della conoscenza soprannaturale (vidyâdhara), superiore alla naturale gnosi (jñana).  Ed ecco che giunge poi immancabile, da parte della figlia del Re Pescatore, la spiegazione di tutti gli strani eventi e la soluzione riparatrice.  Ossia Vindumati rivela allo sposo d’esser la sorella di Kanakarekha e di Vindurekha, ond’è costretta a partire alla volta di Kanakapuri, dove una quarta sorella l’attende.

Satyavati, la figlia del re pescatore (illustrazione contemporanea da antichi modelli, S.B.P. Pratinidhi, India).

Çaktideva però per via dei suoi raggiunti poteri shamanici è ora in grado di seguirla in volo e colà, nella Città d’Oro, diverrà alla maniera indiana il marito di tutte e quattro le sorelle.  Compresa la piú vecchia, Candraprabhâ (Lustro della luna).  Ed otterrà da Çaçikhandapada, re dei Vidyadhara, lo scettro di quel reame col nuovo nome di Çaktivega.  Un approfondimento di questa storia iniziatica chi vorrà lo troverà nel secondo dei miei due libri summenzionati.  Orbene, quanto ci narra il Mahabharata apparentemente è molto diverso, ma s’osservano alcuni punti in comune.  Come già rilevato, il nome proprio del Daçaraja non vien fatto.  Comunque la figlia adottiva è denominata Satyavatî, il che la collega strettamente a Satyavrata, persino sul piano filologico.  Il Re Pescatore non è altro infatti che Manu, come tale equivalente a Varuna, il Signore delle Acque tardivamente spodestato in codesta funzione da Indra o Vishnu.  Ed è significativo che ella sia denominata alternativamente Kâlî (la Vergine, non la Vegliarda), o meglio Matsyakâlî.  Vale a dire la forma ittio-uranica e primeva della dea Kali.  Del resto l’altro nome alternativo di Satyâ la designa, chiaramente, quale dea del Satyayuga (Età della Verità = Aurea).  Ed analogamente il fatto d’esser gemella di Matsyarâja, figura che funge nel poema da doppione del Matsyâvatâra, ne fa un corrispettivo di Parçu (Eva), la figlia-sposa di Manu (Adamo).  Che dire poi di Çantanu, il marito della figliastra del Daçaraja (mitica progenitrice dei Kuru e dei Pândava, le due stirpi apparentate affrontantisi nella fratricida guerra narrata nell’epico poema), se non che egli personifica Sâgara o Samudra (l’Oceano) e che perciò rappresenta la trasposizione umana di Varuna.  Infatti, come acutamente segnala E.W. Hopkins in Epic Mythology (Delhi et al. 1974), l’Oceano è presentato nei testi quale attendente di Varuna, l’Urano indiano.  Anche Platone in effetti, nel Timeo, subordina Okéanos ad Ouranós, mentre nella cosmogonia orfica il secondo funge da doppione del primo ed è Érôs a svolgere un ruolo primario.  Hopkins, illuminandoci sull’argomento, spiega che Varuna viene in genere considerato allotipo di Yama, benché l’uno sia associato cosmologicamente alla Prakriti (Sostanza) e l’altro al Purusha (Essenza).  Tant’è che il dio delle acque – un tempo celesti, poi marino-fluviali – ha come emblema la Conchiglia (Çankha) o l’Oca Selvatica (Hamsa), trasmesso anche al figlio Vala/Bala (o Vali/Bali) ed alla figlia Varunânî (cioè Ouranía, la quale per metatesi consonantica è divenuta la latina Venere); invece il dio dei morti e primo morto (al pari di Manu/Adamo) possiede la Verga, che lo rende simile al nostro Iânus.  In base a quanto appena osservato, si capirà quindi perché il Daçaraja per via della sua universale sovranità sulle acque presieda a fiumi e correnti.  Tra l’altro Çantanu, alter-ego di Satyavrata, tramite la dea Gangâ è altresí padre di Bhîshma (l’Achille indiano), cui è dedicata la cd. Bhîshma Gîtâ; intermezzo di carattere  çaiva alternativo nella forma e nei contenuti alla vaishnava e piú celebre Bhagavad, tesa ad esaltare la figura morente d’un invincibile guerriero alleato ai futuri vinti.  E non a caso in Grecia il “Tetide” Achille è parallelamente figlio d’una nereide avente quasi lo stesso nome della consorte del titano Oceano. 

Il Roi Pescheur dell’epica cristiana

Pelles, sovrano della Terra Desolata, il re pescatore cristiano (ill.cont.?).

Similmente all’Oriente in Occidente la stirpe di re pescatori – denominati alternativamente “ricchi pescatori” – è legata alla discendenza da un antenato illustre, Hebron, cognato di Giuseppe d’Arimatea; che, essendo parente di Gesú (Gardner l’identifica al fratello Giacomo, fondatore della Chiesa di Gerusalemme), connette la loro stirpe al Cristo medesimo.  In India invece, abbiamo visto, Il Re Pescatore è l’equivalente d’Adamo e la sua sede è un’isola paradisiaca.  Sede del culto cristiano viceversa è il Castello Avventuroso, dapprima identificato a quello non ben localizzabile di Corbenic e tardivamente trasferito al pirenaico Munsalwaesche (Môns Salvâtiônis).  Nei testi franco-britannici, facenti capo al Lancelot-St.Graal (XIII sec.), il depositario del culto è Re Pelles.  La bellissima figlia di costui (Elena), andata sposa a Ser Lancillotto del Lago, genererà al prode cavaliere l’ascetico Galaad; ma la trascuratezza del padre, invaghito di Ginevra, determinerà la drammatica morte della soave dama lunare.  Ciononostante sarà il mondano Lancillotto ad avvicinarsi per primo al mistero, la Voce (Interiore) promettendogli che avrebbe esaudito lo scopo della cerca da lui intrapresa analogamente ad altri compagni d’avventura.  E difatti, apertasi la sacra soglia del castello, egli scorge la Tavola d’Argento del Graal ricoperta di seta rossa; ma, ben presto, tutto dispare ed il cavaliere sviene.  Peggio ancora succede ad Estor delle Paludi, fratello di Lancillotto, cui si serrano tutte le porte.  Mentre a Galaad, indossante una cotta rossa di valore alchemico, si schiuderà alfine ogni mistero.  Gli altri cavalieri possono solo contemplare il Graal ricoperto di tela bianca fluttuare magicamente per l’aere, essendo incapaci per loro natura di penetrare il significato recondito della visione.  Il trio eletto invece, Bohors-Parsifal-Galaad, dopo l’avventura sull’incorruttibile Vascello di Salomone – che sta al Santo Vasello come la Confraternita (allusione ai Templari) sta al Cuore (purificato dal Santo Spirito) – e l’incontro colla “Pulzella-che mai-non mente” (Vêritâs) – la quale mostra loro la Corona d’Oro e il Letto a Tre Fusi (Verde, Bianco, Rosso), proveniente dal paradisiaco Albero della Conoscenza – riesce nell’intento di portare a termine la cerca nel Castello del Graal.  I 3 colori indicano la triplice fase realizzativa della trasformazione interiore: ViriditasAlbêdô e Rubêdô.  Essa è connessa colle tappe principali dell’iniziazione ermetica: Risalita, Rinascita ed Illuminazione.  Galaad, che già aveva retto la Spada di Salomone (immagine della Coscienza dell’Unità Divina), riunisce alfine le due metà della Spada Spezzata (la Conoscenza degli Opposti) con cui era stato ferito Giuseppe d’Arimatea; al dire di De Boron (XII sec.), il primo custode della Coppa dell’Ultima Cena, posta in un’arca e denominata in seguito Graal.  La storia narrata dal chierico borgognone differisce da quella del ciclo vulgato.  Entrambe le versioni concordano comunque che Giuseppe fu imprigionato dai giudei in un sotterraneo, ma la prima fonte aggiunge anche della fuga di Nicodemo; inoltre per il chierico è Gesú che gli porta direttamente la Sacra Coppa di nascosto in carcere, mentre per l’anonimo è Giuseppe che se la procura nella casa ove era stata consumata l’Ultima Cena il giovedí prima di Pasqua. In entrambi i testi non si fa menzione di Longino.  Da una parte è il Redentore a raccogliere il proprio sangue nel calice, dall’altra è Giuseppe a convogliarlo in esso dalle ferite stillanti.  Quasi che il corpo del Cristo fosse ancora vivo dopo la deposizione dalla croce, come peraltro paiono sottintendere gli Apocrifi allorché insegnano che la vera Resurrezione può avvenire soltanto in vita, non in morte.  Tant’è che secondo De Boron (iv), il quale del resto a differenza della fonte anonima – piú ambigua ancorché piú esplicita – mette in rapporto la Vergine Madre non collo Spirito Santo bensí col Padre, la coppa è il simbolo della morte di Gesú.  Una morte soltanto simbolica, dunque, poiché il Figlio è increato; sebbene l’anonimo incongruentemente attribuisca a Giuseppe, per volontà del Cristo risorto, il voler farsi credere morto “affinché la sua riapparizione assumesse la natura di un evento al di là dell’ordine naturale delle cose”.  Eppure del Figlio di Dio è scritto, proprio in De Boron, che “apparve a Maria Maddalena, ai Suoi Apostoli, ai Suoi seguaci… in carne ed ossa”.  Come se sulla Croce, col pretesto d’una rappresentazione rituale di carattere iniziatico, fosse scemata esclusivamente la natura corporea del Cristo e non lo spirito vitale. 

La Sacra Coppa del Graal (Anon., oggetto rituale antico, Cattedrale, Valencia, Spagna, dat.inc.).

Il ferimento rituale del primo possessore della santa reliquia, poi ripetuto nei confronti del Re Magagnato a mezzo di Lancia, aveva reso perciò tutta la dinastia dei Ricchi Pescatori dei re paralitici; o zoppi, se vogliamo.  Ad imitazione del Maestro.  Onde rappresentare materialmente lo stato di necessità in cui trovavasi l’uomo decaduto e bisognoso di purificazione, lontano dal regno edenico.  Quel che catechisticamente chiamasi “Peccato Originale”.  I tre cavalieri scelti all’interno del Castello del Graal hanno la visione di Gioseppo, il primo vescovo, figlio di Giuseppe d’Arimatea.  La veste rossa del Re Pescatore, qual è tratteggiata nelle descrizioni varie del personaggio, è quella stessa vescovile.  Trattasi tuttavia, in tal caso, d’un vescovo gnostico.  Gioseppo era stato l’unico ad avere il privilegio di ricevere il sacramento dell’ordine direttamente da Cristo nel Palazzo Spirituale della città di Sarraz, in Mesopotamia, laddove era passato il profeta Daniele cogli altri ebrei condotti schiavi a Babilonia da Nabucodonosor.  Colà, aprendo l’arca istituita dal padre aveva avuto a sua volta la visione dell’Uomo Rosso, di veste e di carne.  Ed aveva ricevuto i paramenti sacri: la bianca mitria, la veste rossa nonché l’anello del pescatore ed il pastorale.  Quest’ultimo simboleggiava simultaneamente il Rigore e la Misericordia, l’anello l’Unione con Dio e colla Chiesa, la mitria la purezza ottenuta colla confessione dei peccati; il color rosso alludeva invece alla Câritâs, ovvero all’Amore Divino, che a mo’ di fuoco spirituale scioglie i limiti d’ogni individualità e trasforma il prossimo in noi stessi.  I tre cavalieri dunque vedono recare nel castello da parte di 4 Angeli una lancia-grondante-sangue e il vescovo la posa nel Sacro Calice.  È per conservare la preziosa reliquia che è stata edificata la roccaforte di Corbenic, cui presiede appunto la figura enigmatica del Re Pescatore.  Da Gioseppo attraverso Hebron, Alano il Grosso ed altri, sono discesi Pellehan e Pelles.  Fra Gioseppo ed Alano si colloca il summenzionato Re Paralitico (ossia Re Evalac, detto lo “Sconosciuto” poiché nulla sapeva delle proprie origini), il quale dopo la visione trinitaria degli Alberi dall’unico fogliame e la conseguente conversione assume il nome di Mordrain.  Un po’ diversa sarà l’impostazione della narrazione nella letteratura tedesca tardomedievale, attestante una situazione posteriore di culto; allorché il Castello del Graal si sposterà in una regione piú meridionale, addirittura ispanica.  Tale sarà il castello di Anfortas (storpiatura letteraria per Alfonso d’Aragona, re di Spagna), alla corte del quale non giungerà Galaad in compagnia degli altri due eletti; bensí il solo Parsifal, detto non per niente il “Cavaliere Rosso”.  Ed allora si capisce quale debba esser stato il Sacro Calice nelle funzioni cerimoniali medievali: quello ovviamente a forma di doppia coppa – corrispondente nella sagoma al Sigillo di Salomone – ora conservato nella Cattedrale di Valencia ed ossequiato in un viaggio pontificio persino da Papa Woityla, sebbene la Chiesa Cattolica affermi dal suo punto di vista (legittimo, ma non vincolante) l’inesistenza del Graal.  Un’ultima cosa resta da dire sul simbolismo evangelico del Pesce.  A codesto emblema si richiama quel passo della Cerca in cui non sono “pesci e pani” ad esser moltiplicati per sfamare gli astanti, come nei Sinottici, ma un unico Grosso Pesce.  È il dodicesimo figlio di Hebron, Alano, a pescarlo un dí in Gran Bretagna su ingiunzione di Gioseppo dopo il trasferimento dalla Palestina in terre settentrionali dell’Europa.  Questo “pesce di notevolissime dimensioni” si richiama al tema del pesce piú grande non rigettato dal pescatore intelligente a differenza dei piccoli, ricorrente in un passo (vii ) del Vang. di Tommaso ed illustrante il Salvatore in dimensione gnosticheggiante.  Di tale pesce allusorio, relativo all’espandersi incontrollato dell’evangelizzazione su un doppio piano interiore ed esteriore, asserisce infatti il rimaneggiamento epico ottocentesco del Boulanger che “crebbe di modo che tutti coloro che avevano fame poterono saziarsi come se avessero avuto davanti a sé le migliori carni del mondo”.  In memoria di ciò Alano è stato denominato il “Ricco Pescatore” per eccellenza, dopodiché l’appellativo è passato a tutti gli altri discendenti a seguire.

                                                                                        Giuseppe Acerbi

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

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