LA LINGUA DEGLI UCCELLI. IL MESSAGGIO SEGRETO DALL’AVESTA AL NIBELUNGENLIED

di GIUSEPPE ACERBI

Ritratto di Attâr, il poeta della questua ornitomorfica (S.H. Mirzâ, miniatura persiana, dett., Majâlis al-‘Ushshâq, Biblioteca Bodleian, Oxford, Periodo Timuride, XVI sec.).

Oltre ai tre fattori fondamentali da me esaminati nel mio prec.art. sul Sîmorgh (Hera, A.X, N°112, mag.’09) – in realtà sintesi da me riveduta di 2 artt. distinti inviati alla Rivista nell’inverno 2009 ed unificati dal caporedattore M.Bonasorte – sulla scorta del Bausani (uno metafisico d’origine ebraico-islamica, un secondo cosmologico di provenienza vedica ed un terzo allegorico di matrice avestica), andrebbero inclusi nella saga ornitomorfica di Attar anche altri tre temi che l’eminente professore non sembra abbia tenuto nel giusto conto nell’analisi letteraria di tale poema didattico neopersiano: il motivo itinerario, la montagna sacra ed il linguaggio aviario; i quali non rientrano propriamente né nelle dottrine gnostiche, né nella cosmogonia indiana e nemmeno nell’epopea iranica.  Il primo ed il secondo motivo sono stati trattati a parte, unitamente, in altra sede.  Circa il terzo, di cui qui mi occupo, pur ribadendo che poco c’entra colla regalità iranica già considerata nel suddetto art., devo innanzitutto sottolineare che un testo cosmogonico pahlavico si riferisce all’intera Avesta come ad una composizione scritta nella lingua degli uccelli, in altre parole attraverso lettere e simboli che nella loro poetica ritmicità e trasparenza emblematica fungono per i mazdei da messaggeri interiori della Divinità.   Nel P. Bd.- xiv. 16 è dichiarato a questo proposito che il Karshipta, altrove considerato il Signore degli Uccelli, “sapeva pronunciar (bene) le parole”.  Fu tale mitico volatile, var. del Sênô-mûrûv (o Sîmorgh), che portò difatti a Yima nel paradisiaco “Recinto” (Vâra) – secondo quanto è narrato in Vd.– ii. 42 – la Rivelazione (lett. la Legge: pah.Daêna, pa.Damma, scr.Dharma).  E poi la fece liberamente circolare.  Ecco la ragione per cui l’Avesta è stata scritta nel linguaggio degli uccelli, vale a dire nel divino idioma.  Ciò però è ben distinto dal fattore regale firdusiano già menzionato, che caratterizza il Simorgh in quanto protettore dinastico e genio locale della regione del Sîstân (Sakasthana), antica terra scitica.  La funzione di rivelatore e patrono della lingua divina, o segreta, s’addiziona al tema simorghiano specifico senza mai confondersi con questo in tutta la storia della letteratura persiana.  Semmai, si potrebbe dire che il riferimento al linguaggio aviario partecipi ad una specie di koiné indoeuropea di cui fan parte oltre alla tradizione iranica pure la tradizione germanica e quella slava.  Le altre culture indoeuropee, da quanto ci risulta, ne paiono esenti o quasi ad eccezione della greca, anche se tradiscono qua e là una concezione analoga nella tematica maggiormente generica dell’apprendimento fiabesco del linguaggio degli animali.  Viceversa ne sono informate, non si sa bene per quale via impostando la questione in senso diffusionista, la tradizione ebraica ed indirettamente quella islamica.  A meno d’intendere una comune eredità jafeto-semito-camitica, che sarebbe cosa piú logica, anche se passata di moda.  

Il Garudha della tradizione iranica, protettore della dea-madre Anâhitâ, paredra acqueo-fluviale di Ahura (piatto arg. parz.dor., art.iran., dett., Museo dell’Ermitage, S.Pietroburgo, Ep.T.Sas.).

In India, benché il tema non sia presente apertamente se non nel folclore (ad es. in certi passi del Kathâsaritsâgara kashmiro di Somadeva Bhatta, XI sec.), troviamo un inno vedico (R.V.- x. 144. 3-4) nel quale si dichiara che fu Suparna – il figlio dell’Aquila (Ҫyena) ossia verosimilmente del Garutmat, prototipo solare vedico del Garuda (pa.Garula) epico-puranico – a rubare il Soma in principio dal Paradiso di Indra; ove era collocato il Pârijâta, grande albero corallino sorto dal Rimestamento dell’Oceano alla fine del II Ciclo Avatarico.  Ciò ricorda almeno parzialmente – benché a rovescio – l’impresa paradisiaca del Karshipta, l’omologo avestico del Simorgh. Vide suprâ.  In parte invece la leggenda, allorché viene ripresa nel Mhbh- Âdip.– xxxiii, si rifà al mitema della Sacra Penna analogamente a quello contenuto attraverso episodî varî nello Shâh Nâmah.  Narra infatti il passo testé citato che Garuda, dopo aver rubato l’Amrita (=Soma) ed esser stato scelto da Vishnu quale veicolo nonché ad emblema della bandiera del suo  carro, fu colpito dal Vajra di Indra e lasciò allora cadere a terra una piuma bellissima capace d‘infondere beatitudine a chi entrava in contatto con essa.  Il Devarâja indú, pieno d’ammirazione, venne subito dopo a patto con lui.  Cosí come il linguaggio aviario, anche il motivo itinerario e quello montano, non sono temi esclusivamente persiani né specificamente islamici.  Li ritroviamo del pari in India, in relazione al Garuda, assommando i dati dell’epica (Mhbh.- Âdip.– xxix-xxxiv) a quelli del folclore (Pañc.– i. xii; iii. 2; Kathâs.- ii. 9); benché in questo caso presentino una fisionomia piú generica, senza il riferimento sufico alle Sette Valli.  Un ulteriore doppione del medesimo motivo mitico è rintracciabile persino in Mesopotamia, dove un essere alato (, veicolo del dio delle piogge Ea) – al pari del Garuda raffigurato  semiantropomorfico nei sigilli sumero-accadici e connesso colle tempeste (vedi mito di Adapa) – figura diversamente quale ladro della Tavola del Destino.  Per non parlare di Etana, il re-pastore che in un mito accadico cavalca l’Aquila onde poter attraversare in volo le Sette Porte del Cielo ed ottenere la Pianta dell’Immortalità, situata presso la grande dea Içtar.  Ciò testimonia che non meno della Lingua degli Uccelli, variante specifica di quella piú generale Lingua degli Animali di cui si favoleggia nella tradizione islamica medesima od in quella indiana ed in altre (ad es. la mesopotamica attraverso il personaggio di Enkidu, vedi Epopea di Ghilgamêç), anche la cerca del Re degli Uccelli – a sua volta episodio peculiare della questua paradisiaca – ha un’origine non solo preislamica ma addirittura preiranica; poiché rientra, visibilmente, nell’ambito di quella cultura appartenente geograficamente alla vasta ecumene eurasiatica. 

La Lingua Aviaria nelle altre tradizioni indoeuropee

Il giovane Ivan, conoscitore russo della “lingua degli uccelli” (dis.cont., dett.).

La Lingua degli Uccelli è presente, come suddetto, anche nella tradizione russa ed in quella greca, nonché nella cultura germanica.  Nella prima, però, come in India compare ormai solamente in ambito folclorico.  Cfr. la fiaba di Afanasjev intitolata Il linguaggio degli uccelli, la quale narra del figlio d’un mercante capace d’intendere la lingua d’un usignolo in una gabbia.  L’uccellino pronostica il futuro sviluppo delle cose, ossia che il padre dovrà un giorno servire il figlio; in una variante il fanciullino ha nome Ivàn, tipico appellativo dell’iniziato per antonomasia in quell’ambito.  Amareggiato, il mercante assieme alla moglie si disfa una notte del bambino seienne ponendolo su una barchetta alla volta dell’ignoto.  In altomare, mentr’intanto l’usignolo è volato via dalla gabbia andandosi a posare sulla spalla dello sventurato infante, il ragazzino viene raccolto da un marinaio; che lo proteggerà a mo’ di secondo padre, fino a permettergli di raggiungere la meta finale, in quanto il piccolo riuscirà a risolvere un fastidioso dilemma beffardamente proposto dal sovrano d’un certo paese.  Una famigliola di tre corvi, formata da padre e madre col corvicino, è solita infatti disturbare di continuo gracchiando dinanzi alle finestre della reggia.  Chi non arriva alla soluzione del dilemma, come di consueto nelle fiabe, viene punito colla morte; ma il figlio del mercante riesce nell’intento, dato che conosce la lingua degli uccelli, trovando la soluzione.  E spiega al re che i due corvi domandano lui il seguente quesito: il corvicino deve seguire il padre o la madre?  – Il padre  – risponde il re.  È evidente che la questione dei Tre Corvi, al di là della formula apparentemente semplicistica della fiaba citata, concerne piú in profondità quel che in Cina è nota come “Grande Triade” (Cielo, Terra, Uomo).  Non a caso  nell’iconografia cinese si ha una simile troica di corvi al servizio della Regina Madre d’Occidente ed in alternativa al Corvo, o all’Uccello Rosso ( Solare ), a Tre Gambe.  Il Corvo è il Cielo, la Corva è la Terra e il Corvicino è l’Uomo in senso aureo-regale quale mediatore degli opposti.  Cosí riformulata, si comprende la vera ragione del dilemma, sibillinamente risolto additando il Cielo quale via da seguire per l’Uomo Vero.  Parola di re.  E alfine, realizzandosi la premonizione dell’usignolo, il mercante dopo la morte della moglie andrà ramingo per il mondo finendo per ritirarsi presso la corte dello stesso sovrano; la cui figlia a sua insaputa è in predicato d’andar a nozze con suo figlio, che sarà quindi costretto a servire sotto ignorate spoglie, essendo questi sul punto di diventare principe.  Esotericamente parlando, il mercante rappresenta l’origine profana del protagonista della storia, mentre la condizione di fanciullino di  costui allude al neofita; il marinaio costituisce, chiaramente, il suo iniziatore ovvero colui che l’induce a veleggiare “sul mare delle proprie passioni” ed il re il maestro che interiormente lo conduce alla realizzazione della Grande Opera.  Giacché i Tre Corvi – parlando fuor di metafora – non son altro che lo Zolfo alchemico, il Mercurio ed il Sale, vale a dire quel che teologicamente si trova espresso nel ternario medievale Deus, Nâtûra, Homô.  Nella tradizione norrenica (Sn., Ynglinga Saga– xviii) si parla d’un sapiente sovrano (certo Dagr), figlio di Diggvi, della stirpe degli Ynglingar.  È scritto apertamente nel testo che Re Dagr il Saggio era cosí lungimirante “che intendeva il linguaggio degli uccelli”, disponendo d’un passero il quale volava qua e là e lo rendeva edotto su quanto avveniva nel mondo.  

I Due uccelli di Odino, simbolo del doppio aspetto del Divenire, informavano il nume sugli eventi mondani (casco, dett., tomba I di Vendel, Museo Nazionale, Stoccolma, dat.inc.).

La rinomata scandinavista Chiesa Isnardi paragona codesta facoltà sapienziale a quella piú celebre di Odhinn, nume avente oltre alla capacità di tramutarsi lui stesso in uccello od altri animali il potere di sguinzagliare in giro i suoi corvi Huginn (Pensiero) e Muninn (Memoria).  Ogni sera i due uccelli riferivano quanto avevano scorto nel loro quotidiano volo mondano.  L’Isnardi sottolinea che pure il nipote in linea materna di Rigr (incarnazione del dio delle origini Heimdallr), ossia il giovane Konr, deteneva la medesima prerogativa degli altri due.  Un quarto conoscitore dell’idioma dei volatili in ambito norrenico è il Principe Sigurdhr (Sigfried), di cui narrasi nella Snorra Edda (ii. 6) una vicenda apparentemente raccapricciante.  È la fatidica storia della maledizione legata all’oro dei Nibelungi, ripresa poi nel Nibelungenlied e riciclata tardivamente da Wagner nella saga musicale dedicata all’Oro del Reno.  I Nibelungi sono i discendenti dei Nani o se vogliamo degli Elfi, quelle creature ancestrali unitamente identificate nel folclore islandese (isl. huldufolk = gente nascosta) agli occulti “figli di Adamo” precainiti.  Il protagonista capirà i discorsi degli uccelli solo dopo aver annientato il custode dell’oro maledetto in forma di serpe (poi drago).  La storia in dettaglio dei fatti esula dal nostro interesse in questo momento.  Rimane solamente da aggiungere quel che già la menzionata filologa ha posto a suggello del suo commento sul tema.  Ovvero che il volatile incarna la possibilità di comunicazione fra cielo e terra.  Dal momento che nella concezione degli antichi “l’uccello vede molti mondi e sente le voci della fama, attinge altezze inaccessibili all’uomo apprendendo le decisioni degli dèi.  Cosí conosce i destini e i segreti delle cose, può riportare le voci della fama e rivelare i messaggi divini.”  Apprendere il linguaggio degli uccelli significa dunque raggiungere quella sfera celestiale “cui si giunge dopo la liberazione dai fardelli terreni”.  Impossibile superare l’intuito femminile…, ma per capire veramente il significato dell’Oro, invano tenuto celato all’Eroe, occorre ancora una volta rifarsi all’Opus Magnum Alchŷmicum.

Pochi sono i riferimenti in Grecia al motivo in questione.  Un primo cenno lo troviamo nella storia degli Argonauti, dato che la nave Argo avendo avuto da Hera il dono della parola per via del legno di quercia di Dodona in essa incorporato, comprendeva il linguaggio aviario.  Molti sono d’altronde i rimandi astrali nella storia della cerca del Vello d’Oro, secondo quanto fu intuito per primo da Newton, a partire dal celeste Ariete con cui Frisso era fuggito nella Colchide (Caucaso) per non esser sacrificato.  Si può anzi legittimamente affermare che la nave Argo alluda all’asterismo di Arcônâvis, sul bordo della Via Lattea presso Sirio, dopo la mitica impresa essendo stata posta da Athena fra le costellazioni; cosí come le Plegadi, o Simplegadi, corrispondono evidentemente alle Pleiadi ed il costruttore Argo a Sirio.  Trattasi, insomma, d’un mito precessionale riguardante il passaggio del Punto Vernale dal Toro  (o meglio, dalle lunari Pleiadi) al solare Ariete.  Un secondo cenno al simbolismo ornitomorfico è reperibile in  relazione a Melampo, che non meno di Tiresia e Cassandra ebbe il dono della divinazione dopo aver avuto “le orecchie leccate da serpi”.  Antica espressione metaforica a significare che i veggenti coltivavano le conoscenze cicliche, di carattere cosmologico.  Codesto Melampo (lett. “dai piedi scuri” ) è figlio di Minia e nipote di Creteo (var. di Sisifo quale sposo di Tiro, la madre eponima dei Tirreni), che assieme a Salmoneo e ad Atamante costituisce una terna titanica di eolidi pre-ellenici.  Minia, a sua volta var. di Eolo, ci conduce ai Minî, vale a dire secondo Pausania ai Pelasgi.  Melampo è personaggio davvero interessante, visto che è considerato il primo mortale cui è stato concesso il potere divinatorio, oltreché la capacità di praticare l’arte medica e la costruzione dei templi.  A questo riguardo bisogna sapere che gli Egizî erano chiamati “Melampodi”, giacché similmente ad altri popoli come i Medi, erano d’origine camitica e quindi affini ai Minî.  Tutti gli Argonauti, in altre parole, appartenevano alla stirpe pelasgica ( i greci anellenici ) ed il loro capo Giasone – monosándalos per antonomasia – va annoverato similmente ad Edipo e ad altri analoghi “zoppi” fra le incarnazioni mitiche della figura dell’iniziato.

La Lingua Aviaria nella tradizione ebraica ed in quella islamica

Salomone – esperto di “lingua aviaria” – colla sua triplice schiera di genî, uomini ed uccelli (S.H. Mirzâ, min.pers., dett., Maj. al-‘Ush., Bibl.Bodl. [Ous.Add. 24, fol. 127 b], Oxford, XVI sec.).
Nella Bibbia Salomone (vissuto nel X sec. a.C.) viene tratteggiato quale unico fra i sapienti del tempo in tutta la terra, ma il grande sovrano non compare mai quale conoscitore della lingua degli uccelli.  Tutto quel che riguarda il regno del potente monarca israelita è narrato nei primi 11 capitoli del I L. dei Re, ma essi trattano soprattutto l’edificazione del Tempio con l’aiuto d’uno speciale architetto, Hiram di Tiro, il “figlio della vedova”.  Il decimo è dedicato all’incontro colla Regina di Saba, però si limita agli aspetti storico-formali dell’avvenimento.  In certi passi talmudici (Exod.R.- xxx. 16; Pesikta– 45 b), cosí come in G.Flavio (Ant.– viii. 2, 5), si fa cenno alla capacità salomonica di dominare i démoni; tuttavia quant’è asserito nel Corano ossia il fatto che il figlio di Davide conoscesse anche il linguaggio dei volatili è riportato esclusivamente nel T.Ҫeni, già a suo tempo descritto.  Salomone figura peraltro nella tradizione islamica quale novello Adamo, essendo sinonimo dell’Uomo nella sua naturale perfezione.  Onde viene identificato nella letteratura neopersiana a Jamshîd, il primo uomo della tradizione iranica.  E parimenti a questi e all’erede di costui Kai Kâvus è ritratto nell’atto di volare col trono trascinato per l’aere da 4 aquile, il che indica in lui il raggiungimento d’una coscienza eterica capace di dominare i 4 Elementi.  La normale interpretazione che scorge in ciò solo eccessivo orgoglio, Jamshid essendo non a caso accusato al modo d’Adamo del Grande Peccato delle origini, è troppo riduttiva.  Piuttosto dovremmo identificare tale Trono al Trono Divino e le 4 Aquile al Tetragramma,  visto che in codesto senso Salomone equivale altresì al candido ᾽Âdam Ḳadmon (‘Uomo Primordiale’) della Kabbalâh, a sua volta terrestre emanazione della polvere proveniente dalle Quattro Direzioni.

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Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

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