LE DECADENZE. LA NUOVA GUINEA

di Denis Saurat

CAPITOLO IV – LE DECADENZE. LA NUOVA GUINEA

Da qualche tempo è di moda fare discendere intellettualmente le diverse civiltà dai selvaggi, così come una volta si faceva discendere l’uomo dalla scimmia. In tal modo si spiegava – non citiamo nessuno – che le meravigliose spiritualità dell’Egitto delle prime dinastie provenissero dai totemismi dei primitivi, i quali avrebbero abitato la valle del Nilo circa diecimila anni or sono. Questa moda sta scomparendo e il tentativo assurdo di far uscire il più dal meno deve essere logicamente abbandonato. Tutto ci porta a credere che l’uomo, creato molto rapidamente, sia stato subito un essere superiore, sia per intelligenza che per spiritualità; e che catastrofi, interiori ed esteriori, l’abbiano fatto degenerare su certe parti della Terra, in date circostanze che intravediamo abbastanza bene. Probabilmente, vi sono sempre stati uomini molto civilizzati da che l’umanità esiste. I selvaggi, lungi dall’essere all’origine delle civiltà, sono residui delle sconfitte, evidentemente numerose, che l’umanità ha subito nella sua lunga carriera. Senza dubbio sono coesistite contemporaneamente comunità raffinate, artistiche, intellettuali, in una parola, “umane”. Quando Malinovski (1) ci descrive un singolare traffico tra le isole del Pacifico che coprono una superficie uguale alla Francia, quello che dice si spiega molto meglio supponendo che un tempo vi fosse stato in quei luoghi un impero ormai scomparso. Infatti, quei selvaggi ancor oggi organizzano spedizioni, qualche volta rischiosissime, attraverso mari molto incerti, per trasportare da un’isola all’altra oggetti senza valore intrinseco, come: bastoni, vasi, anelli, utensili e impiegano parecchi anni per fare il giro dell’arcipelago e ritornare infine all’isola dalla quale erano partiti. La spiegazione più semplice di queste futili azioni sembra quella che, in altri tempi, questi uomini di buona fede dovevano radunare in qualche posto designato gli oggetti o le derrate che rappresentavano il loro tributo alle finanze di uno Stato centrale, probabilmente qualche occupante civilizzato.

1) Argonauts of the Western Pacific.

Poi questo occupante è scomparso, lo Stato è crollato e i selvaggi hanno continuato a trasportare d’isola in isola oggetti il cui trasferimento non era più necessario. Indubbiamente, anche i selvaggi hanno dato sempre meno valore agli oggetti trasportati. Il rito assurdo è ciò che resta di una antica legge ragionevole. Sarebbe inutile attendersi che una legge ragionevole uscisse dal rito assurdo. Gli Egiziani avevano una concezione contraria alla nostra (e con ciò intendiamo la tesi citata della selvatichezza madre della civiltà). Essi dicevamo, come tutti gli antichi, che non i selvaggi ma gli Dei avevano insegnato agli uomini le arti e l’industria. Ed erano gli Egiziani del tempo di Erodoto e di Platone che lo dicevano, cioè uomini civilizzati da tre o quattromila anni, uomini civilizzati come noi, scettici come noi, decadenti come noi. Se noi ci siamo sbarazzati della nostra religione in cento o duecento anni, cosa hanno potuto essi fare in 3000 anni? Non abbiamo nessuna ragione di crederci più intelligenti di loro. Uno degli etnografi e psicologhi più rinomati del nostro tempo, John Layard (1) ha osservato a lungo e molto da vicino, i selvaggi di un gruppo di isole a Sud-Est della Nuova Guinea. Le montagne della Nuova Guinea, secondo la teoria di Hoerbiger, sono state uno dei rifugi della grande cultura umana durante l’alta marea permanente del Terziario. E poiché abbiamo tracce dell’attività marittima degli uomini di Tiahuanaco, le Ande e la Nuova Guinea sono state certamente in comunicazione tra di loro per decine di migliaia d’anni. Sotto l’impulso di capi giganti, doveva esserci una civiltà mondiale. Sarà la conferma di questa avventurosa ipotesi che cercheremo nelle scoperte di John Layard. 1) Gli indigeni del gruppo di Malekula continuano a innalzare megaliti e, fino a poco tempo fa, davano a queste monotone pietre sembianze umane. Le comunità villerecce partecipano tutte insieme a questi faticosi lavori, i quali – con lunghi intervalli di riposo – durano anni e dei quali si sta perdendo la tecnica. Layard ha assistito quasi all’ultimo stadio di questa attività. Stonomen of Maledilla. Cliatto-Windus, London, 1942. Né Malinovski né Layard sono responsabili delle idee generali qui espresse; essi si sono occupati di raccogliere fatti e racconti dei selvaggi. (E ci serviamo di nuovo della parola “selvaggio” sostituita sovente dalla parola “primitivo”. Crediamo che quest’ultima contenga una idea totalmente falsa, poiché consideriamo il selvaggio come un decaduto di antiche civiltà. Il vero “primitivo” era un essere estremamente “civilizzato”, come l’Adamo della Bibbia o l’Osiride egiziano).

La troviamo e, pare, irrefutabile. Evidentemente, l’arrivo degli uomini bianchi porrà fine, qui come altrove, a tutto quello che resta di originale in vecchie tradizioni come queste. I megaliti sono enormi. Uno, alto dieci metri, si ruppe in tre pezzi durante le operazioni, e l’intero villaggio dovette tentare due volte con un lungo intervallo di riposo e con l’appoggio della magia femminile, prima di riuscire a sistemare le tre pietre nei luoghi prescelti. È ancora recente il tempo in cui questi monoliti erano scolpiti per rappresentare gli antenati. Le grandi pietre sono infatti le dimore degli spiriti dei morti ed è importante che uno spirito sappia riconoscere la propria figurazione. Questi “antenati” erano dunque, in origine, dei giganti. Ma l’arte di scolpire la pietra sta perdendosi. Anzi, è già scomparsa in molte isole. Molto spesso, infatti, il monolito non viene più scolpito e si pianta davanti al blocco di pietra grezza un tronco d’albero scolpito in modo che rappresenti vagamente un essere umano. Il pezzo di pietra e quello di legno rappresentano insieme l’antenato. Ma il legno marcisce. Allora, dopo poco, non restano che pietre erette che si trovano nelle pianure allineate a centinaia. Non vengono più rimosse, e gli spiriti, ormai abituati a una dimora fissa, (il pezzo di legno ha loro insegnato quale è quella eretta a loro intenzione) continuano a venire nella loro pietra, anche dopo che il legno è scomparso da anni. Altrove, la degenerazione è a uno stadio più avanzato. Gli indigeni pigri non erigono più le grandi pietre e si accontentano di un palo scolpito che, spesso, finisce per essere solo un rozzo bastone. Viceversa, in certe isole il legno ha assunto maggiore importanza. Il palo di legno è diventato un “gong” verticale che può avere quattro o cinque metri di altezza, naturalmente vuoto internamente e spaccato davanti fino quasi alla sommità, che è, quest’ultima, a forma di volto. Vere orchestre sono formate da questi gong e nelle grandi foreste, tutti insieme, il rumore è meraviglioso: le voci degli “antenati” possono così farsi sentire da tutti. Ma le statue, di monoliti o di legno, sono solo un elemento di una figurazione caratteristica. Normalmente, davanti alla grande immagine di pietra dell’antenato, è collocato un dolmen di un metro o un metro e mezzo, fatto generalmente di tre pietre, ma spesso più composito. Su questo dolmen, che è la tavola del gigante, si sacrificano maiali allevati in modo particolare.

E Layard non ha fatto fatica a scoprire che non molto tempo fa erano uomini che venivano offerti per nutrire il gigante. Poiché il menhir è il gigante e il dolmen è la tavola sulla quale egli mangia. Il dio vi ucciderà se non gli offrirete il sacrificio. I maiali sono sacrificati affinché “l’antenato” non venga a prendere gli uomini. Ma l’idea che un merito molto più grande venga acquisito quando un uomo è offerto è radicata nello spirito degli isolani. La presenza dei bianchi e delle loro navi da guerra sono il solo ostacolo alla continuazione di questo “cannibalismo sacro”. Diagramma di un insieme: menhir, dolmen, statua di legno. Si può anche vedere nell’arrivo dei bianchi la causa primordiale della degenerazione dei riti. Anche senza l’intervento delle forze armate dell’Europa, il negro, a contatto dei bianchi, perde quella sorta di potere psichico che prima possedeva, perde interesse per le sue vecchie pratiche e, in brevissimo tempo, degenera. Certamente, la legge dei bianchi che proibisce il cannibalismo e vieta i sacrifici umani con severi castighi, ha un effetto importante, ma l’influenza psichica è più sottile : i bianchi fanno la figura di nuovi “Dei” e gli antichi Dei spariscono davanti a loro. I Romani, con la forza delle loro legioni e quella dello scetticismo, soppressero i sacrifici umani – che si facevano spesso anche davanti a colossi di legno, di pietra o di metallo. L’alta statura è il simbolo del dio – il “dio” non era che la forma degenerata dei giganti d’altri tempi. Così si spiega il fatto che riti, che erano sopravvissuti per decine di migliaia d’anni, scompaiono rapidamente davanti a noi, davanti alla nostra mentalità più ancora che alle nostre armi. Noi togliamo al selvaggio ciò che gli permetteva di vivere spiritualmente – senza dubbio abbiamo diritto e ragione per farlo – ma poiché la morte fisica segue la morte morale, è facile prevedere prossima la scomparsa totale del selvaggio. La nostra immaginazione ha appena bisogno di mettersi in movimento per interpretare i fatti riportati da Layard. Le spiegazioni ci sono fornite dagli stessi indigeni i quali narrano che in una antichità assai remota, vi furono dei giganti benevoli i quali civilizzarono gli uomini, insegnarono loro le arti, utili o estetiche, la scultura in primo luogo: l’erezione delle statue dei re. Poi, vennero i giganti cattivi e cannibali e fu necessario mettere tavoli, di pietra davanti alle loro statue e offrire uomini in pasto. Tagaro, che era buono, era venuto dal cielo. Suque, che era cattivo, lottò contro Tagaro e fu precipitato nell’abisso: come in Grecia i giganti cattivi furono fatti precipitare dagli Dei buoni.

Poi tutti i giganti scomparvero, ma gli uomini terrorizzati continuarono a diffidare di loro erigendo statue e offrendo sempre le vittime. E adesso i bianchi arrivano, e tutto questo cessa. La testimonianza dei negri di Malekula è scritta nei megaliti, le teorie di Hoerbiger ricevono una evidente conferma. Conferma orale anche, forse ancora più sorprendente, con la trasmissione dei miti attraverso gli abissi del tempo: e questo ci conduce a pensare che non è passato molto da quando degli Dei civilizzati insegnavano la loro religione a quei selvaggi. Infatti, Layard ha raccolto certe leggende curiosamente hoerbigeriane. All’inizio, il mondo e gli esseri viventi furono creati dalla Luna. Gli uomini caddero dalla Luna (1). Ancora adesso, le anime degli uomini sono formate nella Luna donde discendono nel seno della loro madre. Anticipazione della teoria dei raggi cosmici e delle mutazioni repentine, oppure residuo sfigurato di un antico insegnamento? La Luna, in tutti i casi, occupa il primo posto in questa antropologia. E, d’altra parte, vi è la cognizione che la Luna può anche cadere(2). Infine, strabiliante cosa presso quei popoli marinari essi raccontano che all’origine non c’era il mare – tutto era terra – e un giorno, all’improvviso, sopraggiunse il mare e si stabili al posto che occupa adesso. Riepilogo della teoria di Hoerbiger sull’invasione delle pianure del Pacifico emerse quando le acque erano rigonfie verso settentrione e sommerse tutto di un colpo quando, caduta la Luna, le acque si stesero su tutte le pianure. Layard trovò ugualmente reminiscenze di scienze sperimentali diverse dalle nostre. Ed essendo quei negri assolutamente incapaci d’inventare alcuna scienza, osservazioni e pratiche sono verosimilmente conseguenza di tradizioni molto più antiche di uomini civilizzati non nel nostro stesso modo. Arriviamo così a una indicazione senza dubbio vaga ma abbastanza valida di ciò che era la scienza del periodo terziario. E questa indicazione sarà confermata al Messico, e in seguito da tutte le altre tradizioni. Dopo sir James Frazer in Inghilterra e Durkheim in Francia, era di moda considerare le pratiche di magia dei negri come puramente futili e basate su associazioni di idee puerili e senza fondamento.

1) Layard cita il padre Godefroy: Una tribù caduta dalla Luna, Les Missions Catholiques, Lyon, 1933. 2) Layard, op. Cit., p. 273 e p. 572.

Ma, dopo più attente e precise osservazioni si è scoperto che le pratiche magiche hanno qualche volta effetti precisi e controllabili, non sono dovute unicamente all’immaginazione dei selvaggi. Le cose si presentano piuttosto come se i negri fossero in possesso di certi frammenti di scienza un tempo bene organizzata e come se questi frammenti, utilizzati da cervelli poco adatti, fossero deformati e intaccati da errori, ma capaci di essere qualche volta ancora efficaci. John Layard scrive (1): “In certe circostanze, l’efficacia della magia che deve produrre il bel tempo o la pioggia, può non essere così illusoria come generalmente si crede. In Europa, è di moda da parecchi secoli non riconoscere la potenza della psiche umana sui fenomeni della natura. Le ricerche moderne hanno adesso in parte provato la realtà dei fenomeni d’ esteriorizzazione dell’energia psichica, benché vi siano pochissimi uomini che sappiano produrre questi fenomeni. Inoltre, è accertato che certi primitivi, dei quali Yego è meno differenziato di quello dell’uomo moderno, sono in contatto con forze collettive che l’uomo moderno non conosce qua si più e che certi maghi, particolarmente dotati, hanno una tecnica ben definita per utilizzare tali poteri. Maghi che sappiano produrre o disperdere temporali, esistono in tutte le parti del mondo, è noto che essi si preparano con lunghi periodi di digiuno ed esercizi psichici. Non è probabile che tanta energia possa essere stata spiegata da tanti indigeni particolarmente sviluppati, in tanti luoghi e per tanti secoli se non si fosse mai ottenuto nessun risultato. Di conseguenza, io propongo di accettare questa idea, non perché tutti i fenomeni atmosferici sono soggetti a potenza umana, ma perché, in certe circostanze favorevoli, il collegamento tra lo spirito primitivo e le forze della natura può essere tale che un contatto può essere stabilito tra le parti inferiori della coscienza e, in un certo grado, la volontà umana può avere un effetto sul tempo che fa (2).

1) Op. Cit. 2) John Layard è dottore in medicina di Cambridge e ha ottenuto In Imirca honoris causa di Oxford dopo la pubblicazione di questo libro, f uni) degli psichiatri più famosi d’Inghilterra e, inoltre, cristiano convinto. (JiirMn, perché si possa apprezzare tutto il valore della sua testimonianza, iimvulidutn, anche, da Deacon, altro eminente scienziato, in Malekula, 1.1 union, 1934. – Vedi anche: Paramhansa Yoganada, Autobiography of a Yogi. The Philosophical Library, New York. (N.d.T.)

E Layard dedica tutto un capitolo a un esame delle tecniche della magia del Pacifico dell’Ovest (XXIX, p. 628-648), come contributo agli studi delle forze psichiche ancora utilizzate da certi popoli primitivi”. Ciò nonostante, risulta dall’osservazione che questi procedimenti magici sono lontani dall’essere sempre efficaci. I risultati possono essere appurati, ma assai di rado, e soprattutto l’esame degli stregoni, anche i più esperti, rivela che non conoscono le ragioni né dei loro successi né dei loro insuccessi. Sono tutti apprendisti stregoni simili a quei negri, ai quali abbiamo insegnato a guidare l’automobile e in caso d’incidente sanno talvolta riparare i guasti più semplici, ma non comprendono veramente come la macchina possa funzionare né perché non funzioni. La limitata efficacia e la mancanza di teoria, messe in rilievo da Layard e da Deacon, mostrano che questi stregoni sono soltanto cattivi allievi di una scienza che li supera di molto, e che l’eredità raccolta dai maestri di un tempo si limita a qualche procedimento pratico. Qualche volta noi chiamiamo scienze psichiche elementi ancora incerti ottenuti da cercatori temerari. Scienziati di chiara fama se ne sono talvolta occupati. Moderni analisti della psicologia guardano questo lato con interesse. Ma in Europa e in America il vocabolo „scienza“ non può ancora applicarsi a simili osservazioni. Se le indicazioni date qui, e nei capitoli successivi, sono in qualche modo fondate, possiamo pensare che vi fu in altri tempi una civiltà nella quale esistevano veramente le “scienze” psichiche. La testimonianza di tutta l’antichità classica si unisce a quella dei selvaggi d’oggi per affermare la realtà dei fenomeni psichici. Forse, le antiche civiltà erano diverse dalla nostra perché la loro scienza era soprattutto „psichica“, mentre la nostra è soprattutto “fisica”. Verrà forse il giorno in cui saremo costretti ad ammettere la realtà, e anche la necessità, dei due generi di scienza. Forse i selvaggi sono vissuti fino ai nostri giorni per portarci la loro testimonianza prima di scomparire, e per consegnare alle nostre intelligenze la cura di riprendere e di rilevare i frammenti delle più antiche conoscenze umane, quelle che le tradizioni attribuiscono ad Adamo prima della caduta. Lo scatenarsi, che diventa terrificante, della nostra scienza fisica, necessita certamente influenze di ordine del tutto diverso. Come certe leggende narrano, gli uomini dell’Atlantide perirono per la troppa scienza psichica e noi, forse, siamo in pericolo di perire per la troppa scienza fisica. È necessario trovare un equilibrio, sotto una più alta autorità.

(Capitolo estratto dal libro  “L’Atlantide e il regno dei Giganti”, Edito da Le nuove edizioni d’Italia, Milano)

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