LE RAZZE UMANE DAL PUNTO DI VISTA GENETICO E COSMOLOGICO: UN CONFRONTO IMPARI

di GIUSEPPE ACERBI

A) Il punto di vista della Genetica

Il genetista Cavalli-Sforza ed un suo coautore, trattando del problema della differenziazione razziale (1), esordiscono con queste parole: “I biologi trovano sovente utile suddividere le specie in due o piú sottospecie, o razze.  Razze definite sulla base di distribuzione geografica e di varie caratteristiche corporee danno risultati simili a quelli ottenuti usando marcatori genetici. L’uso di marcatori genetici mostra anche molto chiaramente che non esistono razze ‘pure’.  Di conseguenza qualsiasi classificazione razziale è arbitraria, imperfetta e difficile (2).”  Il duo di genetisti di fama internazionale (3) aggiunge pur tuttavia di seguito che l’evidenza delle differenze morfologiche fra caucasoidi, mongoloidi e negroidi (4) ha cause biologiche eculturali.  Cosa su cui si può concordare in linea di massima da un punto di vista totalmente diverso, non genetico né etnologico. Il fatto però che questo tipo di scienza, preferiremmo definirlo “scientismo”, pretenda di dire la sua ignorando tanto il punto di vista della storia delle religioni comparata quanto ogni insegnamento scritturale, quindi zittendo sul nascere ogni pretesa di critica culturale che non sia fondata sull’antropologia o l’archeologia, ci lascia piuttosto perplessi.

B)  Il nostro punto di vista personale, legato al metodo tradizionalista o meglio rivelazionista

Il nostro punto di vista non coincide con quello dei genetisti, anche se abbiamo studiato Antropologia Culturale e varie materie archeologiche (5) all’Università di Torino. Chi scrive parte da un punto di vista completamente diverso e cioè tradizionalista, o se preferiamo ‘rivelazionista’ (che è una revisione del precedente, da noi coniata ex-novo, in quanto non condividiamo del tutto il metodo tradizionale); è aberrante l’idea che debbano poter dire la loro unicamente gli appartenenti al punto di vista cd. ’scientifico’, anche se il termine ha finito per essere abusato, facendo rientrare in esso anche molta parte delle scienze umanistiche intese nell’accezione accademica. Questo esclusivismo non è molto distante, anche se in apparenza opposto, da quello di coloro che in tempi passati utilizzavano la religione a scopo persecutorio onde impedire la libera manifestazione del pensiero umano. La ricerca culturale deve essere libera di spaziare in ogni dove, qualsivoglia sia l’autorità – religiosa, politica o scientifica  – che pretenda di bacchettarlo. Il pensiero tradizionalista stesso si è erto talvolta in analoga funzione negativa, la quale non fa che provocare danni alla ricerca effettiva di verità. Ovviamente il reale campo tradizionale, a differenza di quello tradizionalista, è fatto di acquisizioni interiori e non di operazioni culturali, quindi il problema invero non si pone.  Semmai è il modo di sfruttare tali acquisizioni che diviene determinante nel separare i reali acquisitori da quelli fasulli. Vedi i ‘buoi’ ed i ‘cani’ del Vangelo di Filippo, gli uni essendo capaci di alimentarsi coll’erba della stalla (l’erba aurea di Crono…), gli altri ponendosi scioccamente davanti all’entrata e non lasciando entrare i primi …magari colla scusa dell’erudizione. Qui tuttavia non vogliamo entrare nel merito, il tema in discussione è un altro: la questione delle razze analizzata da un punto di vista cosmografico, il quale non è la medesima cosa del punto di vista genetico. Per quanto il sostantivo ‘genetica’ ricalchi in qualche modo il termine ‘genesi’, come fa spesso la scienza moderna e contemporanea, la quale tende a sostituire le vecchie conoscenze dottrinali tradizionali e la loro terminologia con teorie e vocaboli assimilati ma espressi in forme del tutto nuove e per questo piú appetibili. L’atteggiamento scientifico, o scientista che dir si voglia, è quello tipico del parvenu; desideroso di scalzare i vecchi domini, con nuove metodologie, non guardando in faccia a nessuno. Ecco cosí che, attraverso il proprio futurismo gnoseologico, il genetista procede ad esaminare gruppi sanguigni, frequenze geniche, processi stocastici e via dicendo. Di fronte a tale atteggiamento inusitato la realtà sembra ribaltarsi, per cui è il tradizionalista a quel punto a diventare il parvenu, specie se non ha studiato le nuove materie e si trova a disagio in mezzo alla biologia molecolare del gene.  Non è il caso nostro, avendo frequentato Medicina e Chirurgia per qualche anno, sempre a Torino, prima di prendere la laurea in Lingue a Venezia. Tuttavia la sicumera colla quale vengono proclamate certe teorie come quella dell’origine africana della popolazione mondiale attuale, poggiantesi su reperti archeologici additati quali prove certe anzi certissime, ci fa riflettere sulle pretese sicurezze dell’animo umano.

Andando oltre nell’esame delle teorie dei suddetti genetisti ci troviamo dinnanzi ad un riconoscimento nei confronti di C.Linneo, ideatore del concetto di specie, ma simultaneamente limitatore dell’idea a qualcosa di troppo rigido, secondo quanto rilevato dai tassonomisti posteriori (6). Linneo, insomma, intendeva specie e razze quali creature divine immutabili (7). Ed è in codesti termini che va pure il pensiero dei tradizionalisti, ad essere sinceri; sebbene quasi nessuno si sia preso la briga di precisare meglio tale punto di vista, magari formulando una dottrina opposta alla teoria evolutiva. Per la verità qualcuno l’ha fatto, in una pubblicazione di una casa non in vista, la Borla Editore. Quegli è lo studioso italo-svizzero Titus Burkhardt, autore della celeberrima antologia L’Uomo universale (8). L’opera di cui sopra, pubblicata alla Fine degli Anni ‘60, pone a confronto il punto di vista della scienza con quello dell’esoterismo sapienziale (9). Fanno al caso nostro i primi due capitoli, il primo dedicato alla vera cosmologia, il secondo rivolto a sottolineare l’insipienza scientifica in generale. Il terzo, che non analizzeremo, è teso invece a confutare la teoria darwiniana dell’origine delle specie.  Dei primi due faremo ora una breve analisi.  

C) Il punto di vista tradizionalista, cosí come è stato espresso da Titus Burchardt

È opinione di Burckhardt che l’intreccio esistenziale di corpo, psiche e spirito sia tale da non poter esser colto dal metodo puramente analitico delle scienze moderne. La realtà non è fatta semplicemente di cose, a suo dire, ma di vita espressa in vari gradi dell’essere. La scienza attuale si basa esclusivamente su dati numerici, quantitativi dunque, che non colgono l’essenza della vita. L’autore addita in Cartesio l’antesignano del modo di pensare riduttivo, che concepiva limitatamente il pensiero ‘scientifico’ (epistémē) solo in termini di esperienza (gr. empeiría) sensibile. Come ha rilevato Guénon (10), non sono stati  gli antichi bensí i moderni a poggiare le loro tesi su un sapere pratico senza fondamenta speculative di gran valore; la differenza fra scienze tradizionali e scienze profane, infatti, è proprio questa. Se da un lato le scienze tecniche contemporanee hanno ridotto la conoscenza a ciò che è sperimentabile, dall’altro quelle umanistiche hanno fatto della soggettività il loro cavallo di battaglia. Sicché nessuno risulta piúin grado di percepire la profondità incommensurabile del reale. Non ci si può limitare a considerare la realtà nei suoi aspetti materiali, colla scusa che soltanto questi siano oggettivi: siffatta visione è totalitaristica. Vero che i due genetisti succitati utilizzano oltreché le categorie biologiche ed archeologiche anche quelle antropologiche e linguistiche, ma lo fanno sempre da un punto di vista empiristico, persino quando trattano di cultura. La cultura non riguarda unicamente gli aspetti pratici, cosí come l’intendono gli antropologi; è un insieme d’intuizioni intellettive, oltreché di comportamenti etici e di fattori societari. Essa, comunque, va oltre la banalità del quotidiano e del sociale. L’uomo nella cosmologia tradizionale è un riflesso dell’intero universo ed è per questo che nelle sue categorizzazioni, come può essere per esempio la suddivisione della società in classi ben determinate (o caste) od in razze, rispecchia il mondo. Ragion per cui si applicano ad esse gli stessi paradigmi che servono a capire ciò che ci circonda, insomma i 5 Grandi Elementi, gli unici capaci di rappresentare la realtà per quello che è veramente. Altrimenti si cade in una visione caotica, anziché qualitativa. La suddivisione numerica deve esser disciplinata attraverso un ordine, non può esser lasciata al caso, è il nostro intelletto ad esigerlo. Pena il fatto di non cogliere nel segno e ciò che non coglie nel segno, che erra nella conoscenza, è un orpello inutile.

Nel Cap.2 lo studioso d’origine elvetica mette in rilievo l’errore fondamentale del pensiero scientifico: il non tener conto del soggetto umano pensante. Nel soggetto esiste peraltro “un teste che trascende l’io”, fungente da garante d’imparzialità. La realtà quale si presenta ai nostri occhi la scienza la passa al setaccio, “e tutto ciò che durante questo setacciare rimane escluso viene dalla scienza moderna  ritenuto irreale”. Sicché tutti gli aspetti qualitativi delle cose rimangono fermi al setaccio, essendo proprio quelli che non risultano misurabili, visto che trascendono il piano quantitativo dell’esistenza.  Prescindendo “dal carattere cosmico delle qualità pure” (in India le chiamano guṇa) la scienza mette in dubbio persino che esistano. Di contro Burckhardt arguisce che le teorie moderne sull’origine dell’universo sono semplicemente assurde: come può essere lo spirito umano il prodotto d’una nebulosa originaria? Semmai si potrà dire che una data evoluzione del cosmo abbia creato le condizioni delle manifestazioni varie, dalle forme fisiche alle forme biologiche. Altrimenti, ci si dovrebbe chiedere, com’è possibile che l’effetto giudichi la causa? Il nostro spirito non è un prodotto dell’evoluzione cosmica, ma il testimone extra-temporale della realtà. Ecco perché gli antichi Greci asserivano che conoscere è in realtà ricordare, aver memoria della nostra natura metafisica. Gli uomini del passato, pur avendo una concezione erronea dei rapporti all’interno del mondo fisico, e in questo almeno la scienza moderna ha svolto sicuramente un’opera di chiarimento, intuivano che la realtà andava oltre la natura fenomenica e che ce n’era un’altra tutta racchiusa nello spirito. Invece, stando alla scienza, saremmo soggetti ad un insieme di potenze cieche. 

In pratica la scienza non si cura della Forma (eîdos(11), nel senso datole dai filosofi greci. La forma è un archetipo e come tale inscindibile, ma la scienza si occupa soltanto della molteplicità. Rispetto agl’individui, che da essa dipendono, la specie è un archetipo. Il darwinismo confonde la specie colla sottospecie, giacché non considera le varianti rispetto alla specie e le interpreta quali mutazioni verso una specie nuova. Pur non essendo le specie separate tra di loro da differenze abissali, ciononostante non esistono forme intermedie che accennino ad una connessione. Non è immaginabile che l’una possa essere nata dall’altra. Colle razze umane sarebbe eguale (12),  Le nuove caratteristiche degl’individui fungerebbero da malformazioni piú che da mutanti (13). Niente insomma può nascere da alcunché in cui non vi sia già contenuto in nuce (14).   

Sul tema è intervenuto pure U. Zalino, ma non staremo qui ad analizzarlo, dato che il punto di vista espresso concorda in sostanza con quello analizzato.

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NOTE

(1)      W.F. Bodmer & L. L. Cavalli-Sforza, Genetica evoluzione uomo– Mondadori, Mulano 1977 (ed.or. Genetics, evolution, and man– W.H. Freeman, S.Francisco 1976).

(2)       Bodm. & Cav., op.cit., Vol.III, p.37.

(3)       Sir Walter Fred Bodmer è un insegnante d’origine tedesca che ha lavorato negli Anni  ’60 come ricercatore post-dotttorale, presso la privata Stanford University in California e poi è divenuto nel decennio successivo primo professore di Genetica all’Università di Oxford.  Ha ricevuto grandi onorificenze e premi vari.  Attualmente è Capo del Laboratorio di Cancerologia e Immunogenetica della stessa università.  Il nostro scienziato genovese Luigi Luca Cavalli-Sforza, invece, è stato professore emerito a Stanford dagli Anni ‘70.  Si è occupato di migrazioni umane e di genetica delle popolazioni, oltreché di etnografia.  Ama scrivere con un approccio multidisciplinare: biologia, antropologia, archeologia, linguistica.

(4)       Questi 3 gruppi costituiscono in realtà l’interpretazione antropologica delle 3 Razze pure cosí come le concepice la dottrina tradizionale, benché limitata stranamente a 2 soli ambienti culturali: hindu e cristiano.  E, nell’ambito di queste tradizioni, esclusivamente in un settore marginale come il folclore del presepe o presso genti marginalizzate quali gli Zingari.

(5)     Il nostro intento era quello di pigliare una seconda laurea in Lettere, avendo solo a disposizione la laurea in Lingue, per poter accedere al corso di Perfezionamento in Archeologia.

(6)       Op.cit., pp. 37-8.

(7)       Si può osservare che è da questo concetto che nasce il razzismo, non dalla dottrina tradizionale delle Razze; la quale peraltro ritroviamo esclusivamente fra gli Zingari, oggetto da secoli  neanche a farlo apposta proprio di un razzismo culturale spietato colla scusa delle loro ruberie, alle quali sono stati costretti storicamente da condizioni di vita precarie.  Come ha dimostrato la Genetica, le razze sono interfertili e quindi il concetto razziale linneiano va ridimensionato, come hanno fatto del resto i tassonomisti dopo di lui.  Su tal punto crediamo abbiano ragione i genetisti.  Non c’è ragione – se non culturale – per far del razzismo.  Naturalmente anche il razzismo culturale, presente ovunque seppur talora in maniera larvata, andrebbe mitigato in favore d’uno sguardo piú ecumenico e meno unilaterale.        

(8)       T.Burckhardt, L’Uomo universale– Mediterranee, Roma 1981 (ed.or. De l’Homme universel, 1975).

(9)       T.Burckhardt, Scienza moderna e saggezza tradizionale- Borla, Torino 1968.

(10)    R.Guénon, Du prétendu empirisme des anciens (sta in Mélanges)- Gallimard, Parigi 1976, P.Ter., Cap.I sgg.  L’art. è tratto da E.T., luglio ’34. 

(11)   Come tale, ossia come essenza, si contrappone alla Sostanza (lat.substantia, gr. upokeímenon) oppure alla Materia (lat. materia, gr. hýle).  In India, al contrario, è il Nome (Nāma) che svolge la medesima funzione opponendosi complementariamente alla Forma (Rūpa).

(12)      Ivi si mostra la fallacia di parte del ragionamento di Burckhardt.  Le Razze non sono totalmente separate fra di loro, formano semplicemente dei gradi di manifedstazione d’uno stesso principo.  Altrimenti dovremmo parlare di poligenesi anziché di monogenesi, ma le scritture indiane postulano tutte quante la monogenesi.  Persino per il Kalpa.  E non in modo diverso fanno le altre, comprese quelle giudaico-cristiane.

(13)      Neanche su questo punto siamo d’accordo.  Le nuove caratteristiche possono risultare malformazioni se gli animali si trovano in un ambiente carente per qualche forma di cibo, o per altri fattori, ma in genere rappresenta una diversificazione.  Si vedano le razze canine, ad esempio.  Il problema, semmai, è che gli ibridi contrariamente a quanto si fa credere attraverso le leggi mendeliane, sono maggiormente deboli delle specie pure.  Ciò vale anche in campo vegetale, non solo animale.  Ed altrettanto per le razze umane e quindi per gl’individui, ma è altra cosa sia rispetto a quanto sostenuto dalla scienza, sia rispetto a quel che è stato sostenuto da Burckhardt.  Il quadro generale tracciato dall’autore tuttavia non solo è accettabile, ma di certo lungimirante, benché la negazione di valore alle scienze moderne appaia troppo rigida.

(14)      Giusto!  Ma proprio tale principio, in certo senso, tira la zappa sui piedi all’autore.  Bisogna ricordare, infatti, che tutto il mondo materiale – come indica l’etimo – è il prodotto della Gran Madre, che non è semplicemente la Natura tout court, ma lo Zero Metafisico.

LINK  A: una nuova teoria sulle specie.

 

Articolo di Giuseppe Acerbi, tratto dal Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2017/06/le-razze-dal-punto-di-vista-genetico-e.html

Comments 1

  • Insomma, proprio l’uomo non e la fa a sentirsi oggetto tra i milioni di oggetti che sono la realtà. Non sa rinunciare al sacro, vuole sentirsi figlio degli dei o, se è meno sprovveduto, parte di un metafisico vitalismo universale, deve ritenersi misura di tutte le cose o riferimento cosciente dell’universo; in ogni caso un essere speciale.
    A tal fine ricorre a ogni mezzo, accampa questioni di ogni genere e soprattutto punta a quegli aspetti della storia umana che ritiene sopraffatti dalla sterilità della scienza e soffocati dai numeri e il maledetto empirismo. Propugna visioni olistiche, panteismi cosmici, spiritualismi atemporali e ogni sorta di moine metafisiche che aprino la mente a soddisfazioni di eterno e di infinito.
    Noi poveri materialisti senz’anima ci arrabbattiamo alla meglio senza déi a illuminare il cammino e senza la certezza di uno scopo. Siamo poveri animali randagi, pensanti come può una pietra complessa, coscienti per definizione approssimativa di vita, lieti come beoti del poco che sa rallegrare i neuroni.

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