L’UOMO SELVATICO. PERSISTENZA D’UN MITO ORIONICO IN AMBITO ALPINO

di GIUSEPPE ACERBI

a) Introduzione

S.Onofrio, a mo’ d’uomo selvaggio, con 4 attri- buti allegorici (A.Baschenis, affresco, Chiesa di S. Brigida, XV sec.).

Il difetto principale degli storici delle religioni, colla sola eccezione di M.Eliade, è stato in genere la pretesa di ridurre la mitologia ed i simboli dei quali essa è composta sul piano semplicemente storico: i miti in verità non sono storicizzabili, se non in minima parte.  Cercare di dimostrare il contrario è fare dello storicismo a vanvera.  Ogni mito va inquadrato principalmente in una realtà che è sovra-mondana.  Inoltre va interpretato, necessariamente, su piú piani.  Se il piano ontologico – come detto – è il piano per eccellenza, attraverso cui il mito s’esprime in tutta la sua potenzialità trascendente, un secondo piano è quello cosmologico.  Questo è caratterizzato da una spiegazione che non varca i confini del cosmo, ma ne evidenzia la fenomenica invisibile.  Oltre ai due citati vi sono altri due piani, per cosí dire minori, conferenti invece alla narrazione mitica un senso esteriore.  Codesti due piani secondarî, altrettanto legittimi, sono l’allegoria e la lettera.  Ben diverso è il letteralismo, che riduce l’interpretazione dei simboli alla mera lettera.  Non a caso l’Alighieri stigmatizzava i letterati di tal guisa, definendoli con disprezzo “litterali”.  Va da sé che all’interno del significato letterale siano leciti tutti quegl’intendimenti che permangono sul piano della pura accezione letteraria, storica, sociale, psicologica od antropologica e che non si spingono mai oltre il livello logico.  Questo livello è chiamato, con abuso del termine (1), ‘scientifico’; ma dovrebbe esser definito, piú correttamente, ‘logico-scientifico’.  Ogni altra suddetta interpretazione, a partire dalla stessa allegoria, lo superano.  L’allegoria è infatti adatta all’interpretazione filosofica o teologica.  Vedi, ad es., il mito della Caverna di Platone.  Uscendo dal piano exoterico ed addentrandoci in quello esoterico rinveniamo delle accezioni superiori, adatte alle menti piú sviluppate e capaci di penetrare oltre la sfera del sensibile.  Ad esser precisi, già l’allegoria a causa della propria astrattezza si trova formalmente al di là di essa, ma le implicazioni che la caratterizzano ne rimangono al di qua.  Ecco perché è considerata ancora nell’ambito dell’exoterismo.  L’esoterismo viceversa non s’accontenta di metafore, il suo intento è di sviscerare i miti nei loro aspetti piú profondi ed elevati.  Sebbene pur in tal campo vi sia una distinzione netta fra chi tende a trascurare mitologicamente il senso metafisico limitandosi a quello astrale, che non è comunque il banale riduzionismo astronomico di certi pur bravi storici della scienza, e chi invece lo coglie appieno.  Un simbolo è tale solamente quando l’oggetto del simbolismo supera il mezzo d’espressione, rimandando ad altri piani interpretativi: la cosmologia ha come punto di riferimento il Paradiso Terrestre; ma può estendersi pure oltre, sino alla soglia del Paradiso Celeste, ch’è invece meta dell’ontologia.  Anche l’interpretazione allegorica del simbolo è corretta, ma poco efficace.  Se manca persino l’ambito metaforico, ci si trova nuovamente sul piano letterale e vale allora quanto specificato sopra.

b) La leggenda dell’Uomo Selvaggio

Uomo Selvaggio europeo con Verga in mano e Testa di Leone su scudo (Chiesa di San Martino, Ambierle, XV sec. ).

Ciò riferito, tanto per chiarire l’essenziale problema interpretativo dei miti (spesso sottovalutato dagli esegeti ordinarî), passo ad analizzare direttamente il tema in discussione.  Innanzitutto va osservato dal punto di vista faunistico che nell’ultimo secolo ed in quest’inizio di nuovo millennio è stata rilevata una presenza pressoché ubiquitaria di giganteschi o scimmieschi uomini pelosi del tipo dello Yeti himalayano, dallo Yeren cinese all’Alma mongolo (entrambi i termini significano non a caso “uomo selvaggio”), dal Bigfoot o Sasquatch nordamericano all’Isnashi o Mapinguari amazzonico.  Sullo Yowie australiano infine, cosa interessante, vi sono dei riscontri mitologici che potrebbero spiegare parallelamente le altre similari presenze.  Gli ominidi asiatici e nordamericani sono stati posti biologicamente in relazione coll’estinto Gigantopiteco, quelli sudamericani col Milodonte patagonico, vissuto sino a 10.000 anni or sono.  Si tratti realmente d’un ominide o d’una sottospecie rara di Homo Sapiens o di Neanderthalensis non è dato per ora di sapere con certezza.  Al momento si è ancora in una fase di studio e di rilevamento generale delle impronte.  Quantunque non si possa esser certi che da codeste analisi si possa ricavare qualcosa d’importante sul motivo qui sottoposto.  Il caso dello Yowie parrebbe tuttavia smentire questa preoccupazione.  Bisogna d’altronde tener conto che spesso in passato i fossili hanno funto da base figurativa per animali mitici.  Ad es. il Kêtos (padre delle Gorgoni), ossia il grande e mostruoso cetaceo dei miti greci, è stato effigiato iconologicamente in un antico vaso corinzio a mo’ d’un particolare sauro – termine greco per “lucertola” – oggi realmente rinvenuto dagl’archeologi nella zona di rappresentazione figurativa del simbolo.  Coll’Uomo Selvaggio può esser successo alcunché d’analogo.  S’è preso magari spunto da creature realmente viventi allo stato selvaggio o semiselvaggio, oppure da fossili di uomini preistorici, e su tali basi è stata ricamata una leggenda che in ogni caso va al di là dello spunto iniziale rientrando nella casistica mitico-leggendaria sopra enucleata.  In ambito alpino la tipologia rappresentativa locale dell’Omo Selvadego è di tipo erculeo-eracleo, cioè lo si effigia come un energumeno munito di mazza.  Siffatta tipologia eroica ne cela però una titanica di carattere orionico.  Pure il mitico cacciatore greco era infatti dotato di clava e di pelle di leone, non meno di Ercole.  In piú, possedeva fra i suoi emblemi cintura e gladio, cosa che dava ragione formalmente della collocazione celeste dell’asterismo zodiacal-lunare omonimo.  Mentre Ercole costituiva una figura chiaramente solar-zodiacale.  Dalle celebri “Fatiche” (i Labôres latini) sono derivate per filiazione post-cristiana gl’equivalenti “Lavori” massonici, cosí come dalle antiche corporazioni artigianali (Collêgia Fabrûm) provengono le moderne Logge.  Il passaggio del Sole attraverso il Cerchio Zodiacale tenuto in conto non era di carattere annuale, bensí epocale, giacché le Fatiche procedevano in senso retrogrado-precessionale a partire dal Leone Celeste.  Volendo fare delle comparazioni, basta guardarsi attorno.  Ad es. fra i Celti è rintracciabile il gallico Ogmios (irl. Ogma, inventore della scrittura ogamica; cfr. col gr.ógmos = “linea tracciata dai corpi celesti, fila, solco”, lat.agmen = “corso, corrente, schiera, corteo”), secondo il De Vries da Luciano messo in rapporto giustamente con Eracle – nonostante fosse un vegliardo calvo – per via del Bastone e della Pelle di Leone, ma con in piú Arco e Faretra ed una schiera di figure incatenate al seguito (gl’astri, il che non esclude altre interpretazioni del pari legittime).  Altri uomini-selvaggî, desumibili dalle varie mitologie, sono stati segnalati con acume dal Centini in un proprio scritto (2), in cui egli riprende il medesimo tema d’un libro compilato quasi un decennio prima.  Si va dall’Enkidu mesopotamico, l’irsuto compagno di Gilgamêsh, al Merlînus Silvêstris celto-cristiano; ed ancora, da Esaú a Nabucodonosor.  Un rimando generale obbligatorio va fatto in ogni caso ai varî spiriti delle foreste, ai genî dei boschi ed ai signori della vegetazione dei quali abbondano le piú disparate culture.  I Fauni, i Silvani ed i Satiri della tradizione greco-romana colle loro Ninfe non ne sono che la transustanziazione in chiave letteraria ed artistica in tempi storici.  L’India conosce altri speciali genî abitanti delle selve non dissimili come gli Yaksha, i Kimpurusha ed i Kinnara, sui primi dei quali il grande Coomaraswamy ebbe a scrivere un trattato (3).  

Orione colle sue 4 armi simboliche ( I Lama dei Tarocchi, riportata dal Wirth senza didascalia).

Dell’Uomo Selvaggio (Hômô Silvâticus) nonché della correlata Donna Selvaggia esiste, inoltre, un’iconografia medievale abbastanza conosciuta in quanto associata alla figura dell’Unicorno; ma il Centini l’ha ampliata in ogni sfaccettatura, raccogliendo immagini davvero significative, nonché esteticamente deliziose.  Correttamente questi assegna all’Uomo Selvaggio il ruolo generale di eroe culturale ovvero di trickster, ruolo che ciclicamente rimanda all’Argentea Età di Crono ovvero di Saturno, seppur mediato in tempi piú recenti – mitologicamente si deve parlare d’Età Ferrea – dalla ripresa d’un simbolismo analogo reperibile soprattutto nell’effigie dell’Egipan (cfr. coll’Ajaikapâda sanscrito, il Fauno latino od il Lesy slavo).  Mentre le analogie con Ercole appartengono ad un’età intermedia fra le due, l’Età Eroica, altrimenti nota a Greci e Latini come Età del Bronzo.  Krónos equivale in India a Kâla, cioè a Çiva, ed è cosí che nel Mahâbhârata rintracciamo l’arboreo nume vestito di scorze d’albero.  Nel testo è specificato chiaramente che siffatto costume appartiene al mondo australe.  Vi sarebbero da spiegare ulteriormente le connessioni  orioniche col Selvaggio Cacciatore, dato che la costellazione d’Orione trovasi nel cielo meridionale, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.  Come avviene nella tradizione greco-romana, anche in quella indiana esiste una versione maggiormente recente ( kaliyugica, oseremmo affermare ) di tale spettrale cacciatore, di cui Tilak (4) seppure con una certa parzialità arianizzante ha tracciato l’ambientazione nella letteratura e nel folclore indoeuropei.

c) Sant’Onofrio, versione cristiana del mito nella Tardo-antichità

Kernunnos-Esus, bicorne dio degl’inferi, con accanto il Cervo (placca argentata, dett., Calderone di Gunderstrup, Museo di Copenaghen, I sec. a.C.).

Un altro studioso, lo Scotti, ha preso in considerazione ulteriori diramazioni di codesta tematica. In particolare l’interpretâtio cristiana del simbolo.  In tal caso l’indagine si svolge ad un livello diverso, di tradizioni popolari anziché col metodo etno-antropologico.  Il dott. Scotti s’era già soffermato in un primo tempo (5) su una peculiare icona della Chiesa di Santa Brigida, in Val Brembana, ed aveva in quell’occasione constatato l’affinità fra la figura di Sant’Onofrio (IV-V sec.) e quella appunto dell’Omo Selvadego segnalata dal Centini.  Personalmente gli facemmo notare che gli attributi in dotazione al santo ricordavano apertamente le sacri armi d’Orione.  Allora però, sfortunatamente, non conoscevamo ancora – come abbiamo avuto in seguito modo d’accertare – l’intera vicenda del monaco della Tebaide.  Lo studio agiografico ha confermato successivamente la nostra intuizione.  Dal canto suo lo Scotti ha proseguito su quell’indicazione la propria ricerca a ritroso enumerando in un suo scritto successivo (6) altre figure di santi paralleli sulle quali avevamo alla Fine degl’Anni Ottanta tentato invano di costruire una seconda tesi di laurea.  Pur essendo all’oscuro o quasi delle nostre ricerche, il dott.Scotti è giunto a sua insaputa a risultati non molto diversi dai nostri, purtroppo solo in parte pubblicati (7).  Dopo aver illustrato in maniera piú ampia la figura del romito egiziaco ed aver citato alcuni santi omonimi (Chao, Kursk), ha pensato bene non meno del sottoscritto di rifarsi ad un modello preistorico ossia allo ‘Shamano danzante’ del disegno rupestre di Les Trois Frère; ed ha menzionato di poi, relativamente a tempi prossimi, il Kernunnos celtico nonché l’Al-Khadir islamico.  Seppure quest’ultimo rientri propriamente nella categoria del Dio Verde, che non è per l’esattezza la stessa cosa; dato che il motivo presenta risvolti ittici e marino-fluviali estranei all’argomento qui dibattuto, in quanto uranico-primevi, vale a dire maggiormente ancestrali.  Sono invece interessanti le annotazioni dello Scotti su Sant’Elia.  

Uomo Selvaggio europeo con Albero sradicato (H.Holbein il Giovane, disegno, finestra a vetri colorata, Mus.Brit., Londra, Basilea, XVI sec.).

Altri spunti (dal Battista a S.Antonio, da M.Maddalena a Maria Egiz.), non rientrano nella tematica da noi affrontata, perciò li tralasciamo.  Direttamente legato alle considerazioni fatte è al contrario il capitolo su santi e corna, in cui s’enumerano le prerogative cervine dei varî Eustachio, Cornelio, Egidio, Uberto; alcuni dei quali (Teliano, Giuliano, Meinulfo) confessiamo che non c’erano noti prima della lettura del bel libro dello Scotti.  Un posto un po’ speciale è assegnato infine a S.Edern, che il N. paragona a Merlino.  Su Merlino ed suo ruolo silvestre ci sarebbe molto da dire approfondendo la questione della selvatichezza del personaggio.  Dato il breve spazio qui a nostra disposizione, rimandiamo ancora una volta al nostro succitato opuscolo.  Bisogna naturalmente distinguere fra il Merlino storico, che il Gardner identifica a Emrys di Powys,  ed il Merlino leggendario da cui deriva il titolo omonimo indicante il veggente druidico di corte; il secondo, non meno d’Artú e d’altri, ha acquisito nella saga medievale la funzione di depositario tradizionale epocale.  In altre parole il fatidico Mago ha sostituito il magico nume Bran, dal Graves equiparato a Crono; quindi mutatis mutandis al pari del nume greco egli funge nell’epica graalica da malcelato signore dell’Età dell’Argento, dai Celti denominata secondo Arora “Età di Nemed”.  Seppure, ad esser sinceri, nell’etimo e nell’iconografia appaia piú corretta la comparazione del De Vries di Bran con Var-un-a; o, meglio secondo noi, coll’omologo Brahm-â.  Donde la doppia veste aurea ed argentea, evidente pure in Crono e nel corrispettivo indiano Kala, non solo in Bran.  L’una (uranio-solare) equivale al compito di dio paradisiaco, l’altra (saturnio-solare) a quella d’eroe culturale o civilizzatore rilevata dal Centini. Tuttavia è unicamente a quest’ultima, sottintendente un’incipiente orticoltura tramite il cd. “bastone da scavo”, che va ascritto il Genio della Foresta colle sue fantasmagoriche leggende e le sue comparse silvane.  L’Uomo Selvatico, un re ormai privato del suo naturale regno, ne è l’erede un po’ corrucciato in tempi storici.

* * *

Note

(1)             G.Acerbi, La vita è d’origine extra-terrestre?– Alle pendici del Meru, on line (19-01-06), n.1.

(2)                M.Centini, L’Uomo Selvaggio. Antropologia di un mito della montagna– Priuli & Verlucca, Ivrea (To) 2000, passim.

(3)             A.K. Coomaraswamy, Yaksas– Smithsonian Inst., Washington 1928-31 (2 PP.); ried.ind. Munshiram M., N.Delhi 1971.

(4)                 L.B.G. Tilak, The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas– Shri J.S. Tilak, Poona 1893, passim; ried.itcomm. (a c. di G.Acerbi) Ecig, Genova 1991.

(5)                   R.Scotti, La figura di Sant’Onofrio…– Pro Loco, Santa Brigida (Bg) 2001.

(6)                  Id., Dal santo allo sciamano. Uomini di Dio, uomini selvaggi e guaritori– Ananke, Torino 2005.

(7)              Vedi allo scopo G.Acerbi, Le magie e gl’incantesimi di Merlino e Morgana nell’ambito del folclore eurasiatico- Viator ( A.VII, N°3 ), Rovereto (Tn) 2003, pp. 219-70.

* * *

Articolo di GIUSEPPE ACERBI pubblicato sul Blog: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/

Link all’articolo: http://allependicidelmontemeru.blogspot.com/2011/

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *