MICENE TRA STORIA E MITO

Architrave della “Porta dei Leoni” a Micene

 

Micene è stato un potente e maestoso regno che dominò sul Mediterraneo centrale. Molte sono le leggende e gli antichi miti che riguardano questa imponente civiltà che sorse nell’antica Grecia.

La storia di Micene così come la sua edificazione, viene fatta risalire dalla tradizione all’eroe leggendario Perseo.
Perseo era un eroe semi-divino dell’antica Grecia, figlio del re degli Dei Zeus e di Danae, a sua volta figlia del re di Argo Acrisio.

Perseo è ricordato soprattutto per l’uccisione della Gorgone Medusa (la cui testa, composta da serpenti, poteva trasformare chiunque posasse lo sguardo su di lei in una statua di pietra); per aver salvato Andromeda – poi sua sposa – da un terrificante mostro marino inviato dal dio dei mari Poseidone; per essere stato re di Tirinto dopo aver rinunciato al trono di Argo a favore di Megapente, e re di Micene, città che – come già detto – in precedenza aveva egli stesso fondato.

Molte sono le caratteristiche leggendarie assegnate a Perseo, così come gli oggetti sensazionali da lui posseduti, come ad esempio le famose scarpe alate del dio Hermes che gli permettevano di volare, o il prodigioso casco – un tempo appartenuto al dio della guerra Ares – che poteva renderlo addirittura invisibile.

LA CIVILTÀ MICENEA

Affresco raffigurante donna micenea, 1400-1200 a.C.

La civiltà micenea viene fatta risalire dagli studiosi alla tarda età del bronzo, dal XV al XIII secolo a.C. (anche se a dire il vero non c’è comune accordo tra di essi, e molti tentano di retrodatare la datazione delle vestigia) ed estese la sua influenza non solo a tutto il Peloponneso in Grecia ma anche, attraverso l’Egeo, all’intera isola di Creta e alle isole Cicladi.

Si crede che i Micenei siano stati influenzati dalla precedente civiltà minoica (2000-1450 a.C.) che si era ampiamente diffusa dal luogo della sua “nascita”, Cnosso (città della parte centrale dell’isola di Creta) per estendersi al più ampio bacino del Mar Egeo.

L’architettura, l’arte e i culti religiosi furono assimilati e adattati dall’originaria civiltà minoica per esprimere meglio la cultura micenea, che era indubbiamente più militaresca e spartana.

I principali centri micenei includono la città di Micene ovviamente (dove viene identificata la localizzazione della casa di Agamennone), Tiryns (la casa di Preto ed uno dei centri più antichi della civiltà), Pylos (casa tradizionale di Nestore), Tebe, Midea, Gla, Orchomenos, Argo, Sparta, Nichoria e molto probabilmente anche Atene.

Guerrieri armati di tutto punto, raffigurati sul cosiddetto “Vaso del guerriero”, recipiente di tipo cratere scoperto dall’archeologo Schliemann a Micene, in una casa sull’Acropoli

Oltre agli scambi di tipo commerciale, l’esatta relazione politica tra questi centri non è del tutto chiara. Tuttavia vi erano molte caratteristiche culturali condivise tra le varie città micenee, come l’architettura, lo stile degli affreschi, delle ceramiche, dei gioielli, delle armi e naturalmente la forma di scrittura micenea, che era adattata da quella della precedente cultura minoica – chiamata “Lineare A”, ancor oggi non decifrata – mutandola in una propria scrittura, una forma arcaica di greco – chiamata “Lineare B”, quasi del tutto decifrata.

In seguito alla decifrazione delle tavolette scritte in “Lineare B”, è stata avanzata l’ipotesi che i popoli attualmente chiamati “Micenei” dalla storiografia classica  possano corrispondere ai leggendari Achèi ( in greco Άχαίϝοι, da leggere “Achaiwoi”).

Le fonti scritte ritrovate nei siti micenei purtroppo non rivelano il termine con cui essi definissero se stessi. Stando all’Iliade, gli antichi abitanti del Peloponneso e delle isole adiacenti vengono spesso chiamati “Achei”, e tenendo conto delle scritte “Ahhiyawa” rinvenute sulle tavolette di argilla ittite della tarda Età del Bronzo, non sarebbe quindi un’eresia affermare che i Micenei siano proprio gli “Achèi”.

Infatti, a tal proposito nella cosiddetta “Lettera di Tawagalawa” scritta da un re ittita del XIII secolo a.C. e di incerta identificazione (si trattava di Muwatalli II o Hattusili III?) destinata al re di Ahhiyawa, quest’ultimo viene trattato come un pari, e vi si suggerisce che la città di Mileto (Millawata) fosse sotto il suo controllo; si fa riferimento a un precedente “episodio di Wilusa” implicante una forte ostilità da parte degli Ahhiyawa, coadiuvati dal loro ambasciatore anatolico, il principe arzawa Piyama-Radu, nei confronti degli Ittiti.
Il termine Ahhiyawa è stato così identificato con gli Achei, una delle fazioni protagoniste della Guerra di Troia, e la città di Wilusa con la leggendaria città di Troia.

Questo documento è estremamente importante, non solo perché in esso è possibile mettere in correlazione il popolo pre ellenico semi-leggendario degli Achei con i Micenei, ma anche perché in questo modo si attesta oltre ogni ragionevole dubbio  l’esistenza della città di Troia (considerata del tutto inspiegabilmente ancor oggi solo una città esistita nella fantasia della finzione letteraria) al di là del racconto presente nelle epopee omeriche.

Peter Paul Rubens, “Perseo libera Andromeda”

Micene fu costruita a quasi 280 metri sopra il livello del mare.
Le pareti che circondano la città vengono chiamate “Mura ciclopiche” poiché, stando alla tradizione, Perseo vi portò i mitici Ciclopi – giganti con un occhio solo – direttamente dall’Asia per aiutarlo a costruire le grandi mura fortificate in pietra megalitica.

Anche Tiryns, altra grande e antica città della civiltà micenea, ha una storia simile, poiché si narra che il re Preto – un altro re leggendario – si avvalse delle capacità costruttive dei Ciclopi per edificare le sue mura fortificate.

La descrizione di Micene nella mitologia greca antica è assolutamente accurata, infatti ancor oggi è possibile ammirare le imponenti pareti delle sue costruzioni e rimanere stupiti dinnanzi alla presenza delle gigantesche pietre assemblate in maniera incredibile l’una affianco all’altra, con alcune tra le più grandi che arriva a pesare addirittura fino alle 120 tonnellate.

Micene era una civiltà dal forte potere militare, politico e finanziario, e fiorì soprattutto durante l’Età del Bronzo intorno al 1400-1200 a.C., quando vennero aggiunti importanti e sopraffini edifici nella zona, tra i quali spicca particolarmente “La Porta dei Leoni”.

Essa era l’ingresso principale alla città di Micene ed è una delle strutture più sofisticate costruite in tutta l’antichità. E sorprendente sia per simbolismo che vi è espresso sia per la difficoltà della sua realizzazione. Sono rappresentati due maestosi leoni in piedi con le zampe poggiate ai piedi della colonna, e le teste – oggi mancanti – un tempo dovevano essere rivolte verso l’esterno.

Il triangolo decorato è alto 2,90 metri; l’architrave che lo sostiene è lungo 5 metri, profondo 2,50 e nel mezzo spesso 1 metro. La porta è larga 3 metri, profonda 1,20 alta 3,20. Si calcola che la sola architrave pesi più di 20 tonnellate.

Questa costruzione ricorda per alcuni aspetti l’arte ittita, e come nelle altre culture dell’antichità simboleggia il potere regale.

Chiunque si avvicinava a questo monumentale ingresso percepiva subito la straordinaria potenza di Micene.

Foto della “porta dei Leoni”

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L’ultimo discendente della linea di sangue di Perseo fu Euristeo. Dopo Perseo, a regnare in ordine di successione su Micene fu Atreo, padre di Agamennone e di Menelao.
Agamennone come primogenito diverrà re di Micene, Menelao invece divenne re di Sparta e sposò la giovane e bellissima ELENA, che nelle saghe omeriche verrà definita come “la donna più bella del mondo”.

IL MATRIMONIO FRA PELEO E TETI E IL GIUDIZIO DI PARIDE

“Il giudizio di Paride”, di Peter Paul Rubens, 1636 circa (National Gallery, London)

 

 
Per quanto riguarda l’evento catalizzatore che porterà all’inevitabile scontro tra Achèi e Troiani, nella leggendaria e sanguinosa battaglia che verrà ricordata come “la guerra di Troia”, Omero riporta nell’Iliade che Zeus venne a sapere dalla titanide Themis (una delle mogli dello stesso Zeus) che uno dei suoi figli avrebbe potuto detronizzarlo, proprio come lui aveva fatto secoli prima con suo padre, il titano Crono.

Un’altra profezia inoltre aveva predetto che la ninfa Teti, con cui Zeus tentava da sempre di avere una relazione, avrebbe generato un figlio che sarebbe diventato “più grande del padre”.

Zeus dunque decise di lasciar perdere la bella ninfa dei mari. Per queste ragioni Teti decise di sposare un re mortale molto più vecchio di lei, Peleo.
Secondo la tradizione fece questo o per ordine dello stesso Zeus o perché non voleva fare uno screzio ad Era (moglie di Zeus) che l’aveva allevata fin da bambina.

Durante le nozze che ebbero luogo tra l’anziano Peleo e la bella Teti (i futuri genitori di Achille), tutti gli dèi dell’Olimpo vennero invitati al matrimonio eccetto Eris, la dèa della discordia, che venne fermata davanti alla porta da Hermes per ordine di Zeus.

Ferita nell’orgoglio, la dea andò su tutte le furie, e gettò nel bel mezzo della tavolata una mela d’oro con la scritta «Τῇ καλλίστῃ (traslitterato Tê Kallístē)» – “alla più bella”.

Le bellissime dee Era, Atena e Afrodite pensavano che la mela spettasse loro di diritto, e quindi iniziarono a litigare fra di loro per entrarne in possesso. Nessuno degli dei intervenne per sedare la lite a favore di una delle donne per non inimicarsi le altre due.

Zeus quindi escogitò uno dei suoi stratagemmi per mettere fine (apparentemente) alla discordia tra le donne, ed ordinò ad Hermes di condurle dal giovane Paride, un principe troiano, che avrebbe fatto da giudice nella disputa.

Nella storia conosciuta come “Il giudizio di Paride” le dee apparvero al giovane principe mostrandosi splendide e nude, ma siccome il troiano non era in grado di dare un giudizio, le tre divinità gli promisero in cambio dei doni.

Atena gli offrì la saggezza, l’abilità in battaglia, il valore dei guerrieri più potenti; Era gli offrì il potere politico e il totale controllo su tutta l’Asia; Afrodite gli promise l’amore della donna più bella del mondo, ovvero Elena di Sparta.

Paride, allettato dall’idea di appropriarsi della mano della donna più bella del mondo, decise di dare quindi la mela ad Afrodite.
Le due dee che avevano perso andarono via infuriate, promettendo un giorno di vendicarsi. Fu questo l’evento scatenante che, secondo la leggenda, porterà Paride a rapire la bella Elena, e dunque a costringere Menelao ed Agamennone a radunare un grande esercito di re ed eroi (tra cui Achille, Ulisse ed altri eroi leggendari) per marciare contro le maestose mura fortificate della città di Troia e liberarla.

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A Micene si trova il tesoro del re Atrèo, conosciuto anche come la “tomba di Agamennone”, una delle nove sensazionali camere sepolcrali rinvenute nella cittadella. I micenei infatti usavano seppellire i loro nobili in tombe chiamate “thòlos”, grandi e imponenti camere sepolcrali dalle forme circolari, dall’altissimo valore ingegneristico, con un’alta copertura a volta e un passaggio di entrata dritto rivestito di pietre, decorate quasi sempre con oro, argento e bronzo.

Spesso insieme al defunto essi usavano seppellire anche oggetti come pugnali o altri equipaggiamenti di tipo militare. I nobili venivano seppelliti con maschere dorate, diademi, armature e armi ingioiellate.
I micenei venivano seppelliti in posizione seduta, e alcuni nobili si sottoponevano anche alla pratica della mummificazione, mentre gli eroi semi-divini omerici come Achille e Patroclo non venivano seppelliti ma cremati, secondo le usanze in voga dell’Età del Ferro, e onorati con un’urna d’oro invece che con maschere dorate.

LA MASCHERA DI AGAMENNONE

La famosa maschera d’oro attribuita al re di Micene Agamennone è stata rinvenuta dall’archeologo tedesco Heinrich Schliemann nel 1876, proprio in una di queste tombe, ed è sicuramente uno degli artefatti più famosi di tutto il mondo.

Lo scopo della maschera era quello di coprire il volto dei morti durante la sepoltura, anche se non tutti gli studiosi concordano sul fatto che la maschera appartenesse effettivamente ad Agamennone.
 
A tal proposito su Internet si possono trovare decine di documenti che ne “smentirebbero” l’autenticità per via dello stile considerato troppo “moderno” e soprattutto per l’inusuale forma dei baffi (con le punte all’insù) incise sul volto dell’uomo ritratto nella maschera, così da apparire nello stile di età “ottocentesca”, ovvero il periodo in cui avvennero proprio le scoperte di Schliemann.

Ciò ha portato alcuni ad ipotizzare che la maschera sia un “falso” commissionato dal suo scopritore, poiché i baffi e lo stile moderno mal si addicono a reperti così antichi risalenti all’Età del Bronzo. C’è da dire che la tesi del “falso”, per via dei baffi, è facilmente smontabile poiché è ampiamente noto per chi abbia un minimo di dimestichezza in campo storico e archeologico che, in un periodo equivalente all’epoca micenea ovvero in epoca Assira (1950 – 1365 a.C.) i regnanti venivano raffigurati nelle statue con i baffi arricciati all’insù, in uno stile simile a quello che si può osservare sulla maschera d’oro ritrovata dall’archeologo tedesco.

Ecco alcune immagini esplicative:

Regnanti di epoca assira
si notino i baffi all’insù

Vale la pena ricordare che Schliemann nel 1876 scoprì delle rovine a Hisarlik, nell’Asia Minore occidentale (nell’odierna Turchia) che affermò essere proprio quelle della mitica città di Troia.
Questo emblematico ritrovamento ha dato la conferma che l’esistenza della città – e di conseguenza la leggendaria battaglia – non furono affatto dei semplici miti della letteratura. Schliemann, era da sempre convinto che tutte le storie e le leggende narrate dai popoli dell’antichità non fossero dei semplici miti ma che dovevano per forza avere dei fondamenti di verità, anche se – a dire il vero – il dibattito sulle rovine ritrovate dall’archeologo tedesco non è ancora chiuso, perché altre fonti affermano che queste rovine mal si adattino al racconto omerico delle vicende della città di Troia.

Il Thòlos, considerato il tesoro di Atreo e noto anche come “tomba di Agamennone”

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Dunque, è possibile che Perseo sia realmente esistito? Se sì, fu davvero il fondatore della civiltà minoica? Era veramente legato agli dèi ed era in possesso di tutti quegli oggetti a lui attribuiti e dalle caratteristiche leggendarie? È possibile che una razza di esseri giganti (i Ciclopi) abbia costruito le mura fortificate di Micene, e che l’interferenza e la crudeltà degli dèi portò alla grande guerra di Troia? E’ un’ipotesi, ma va a confermare l’idea che queste storie, queste rappresentazioni, non fossero solo dei “racconti mitici” o leggendari, ma che si trattasse di vere e proprie cronache storiche.

Ø Micene su Google Maps e l’album delle foto

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