IL MITO DEL GOKARNA ED IL DRAMMATICO AGONE FRA PERSEO E MEDUSA

di Giuseppe Acerbi

1. Il gigante Paraçurâma, VI Avatâra (ill.pop.cont.).

L’Antartide è stata concepita in un lontano passato, secondo una data tradizione, come sede degl’Inferi.  Vedi ad es. il mito di Illo, un figlio di Ercole (1) ucciso da Epopeo di Sicione (2). Il ratto del Corno Cervino per attingere acqua dallo Stige e l’uccisione del possessore, come suggeriscono tacitamente gli autori, indica lo scambio di due asterismi al Polo Sud: uno incarnato dall’ucciso e l’altro dall’uccisore, che gli subentra nel dominio.  A questa tradizione se n’è contrapposta una antitetica, probabilmente a partire dalla seconda metà dell’Eone, che invece considerava il medesimo luogo una sede semi-paradisiaca.  A tal proposito vi sono leggende nella letteratura puranica che si rifanno misteriosamente ad un Dvîpa scomparso nella parte meridionale dell’Oceano Indiano molti millennî or sono. Trattasi d’un mito cosmografico piú arcaico persino di quello platonico dell’Atlantide, giacché l’ecumene scomparsa risalirebbe secondo i dati tradizionali alla fine del VI Ciclo Avatarico, vale a dire a quasi 26.000 anni fa.  Il periodo insomma che in gergo ellenico vien considerato la fine del III Grande Anno (3), ma è l’inizio del VI Periodo Avatarico e non la fine di tale ciclo a far invero da spartiacque nell’ambito del Manvantara; insomma, c.6.500 anni prima della data testé menzionata, il che farebbe cadere l’evento precisamente a metà del III G.A.

Codesto mito concerne una località chiamata Gokarna, centro scomparso nelle acque oceaniche a mezzo fra l’Oceano Indiano e quello Antartico. Collo stesso nome, inteso lett. come ‘Orecchio di Vacca’, esiste ancor oggi un luogo inNepâl, non lontano dalla capitale, altrove additato quale riproposizione in chiave himalayana d’un sito a suo tempo sprofondato negli abissi; che la leggenda (4) dipinge non a caso come “cresciuto enormemente di dimensioni in direzione sudovest”, quasi si avesse a che fare con delle terre emerse, prima probabilmente soltanto affioranti sopra la superficie dell’acqua.  Per la verità tal centro col tempio annesso, a posteriori chiamato Dakshinagokarna, sembra sia stato in un primo tempo ricostituito sulla costa sudoccidentale dell’India Meridionale; ossia in Kerala (5), la controparte nepalese dello stesso essendo da immaginare quale successivo contraltare nordico (6), per ragioni che esplicheremo fra breve.

2. Il brahmano Parçu, della famiglia Bhârgava, stermina i Kârtavîrya onde vendicare la morte del padre (id.).

Non è da credere che il centro sprofondato fosse un semplice isolotto, come si potrebbe facilmente ipotizzare; ma, piuttosto, che costituisse un gran tronco peninsulare inabissatosi per cause cicliche.  Senz’ombra di dubbio ilNârada lega codesto fatto ai tempi di Paraçurâma (Rama dell’Ascia), corrispettivo hindu di Perseo, il titano greco. In altre parole, al VI Periodo Avatarico, cosa di per sé ineccepibile.  Per qual motivo siano sorti i due Go-karna,tuttavia, non è facile da intuire stando alla comune interpretazione del termine.  Se scomponessimo però il composto nominale nei due sostantivi che lo formano e dessimo a ciascuno di questi un significato diverso da quello comunemente accettato, potremmo tentar di risolvere l’enigma.  Poniamo per ipotesi che Karna, il secondo sostantivo del composto, sia una corruzione di Carana ed abbia dunque il senso di “Piede”, non già di “Orecchio”; inoltre che Go, il primo sostantivo, sia da interpretare al maschile anziché al femminile.  Nel senso cioè di “Toro”. L’accezione del vocabolo in tal modo cambierebbe notevolmente: da “Orecchio di Vacca”, un’espressione apparentemente senza senso immediato, a “Piede di Toro”. Quest’ultima interpretazione apparirebbe oltremodo piú sensata, specie se applicata ai poli geografici.  Il che, se comprovato, darebbe ragione della doppia collocazione d’un omonima località al nord ed al sud dell’India.  Crediamo infatti che la locuzione “Piede di Toro”, in base a numerosi esempî che non stiamo ivi a riportare, alluda ai Poli intesi quali Colonne del Dharma, in senso cosmico naturalmente ma nel contempo anche geografico. Si deve rammentare altresì che le Grandi Congiunzioni settenarie ricorrenti all’inizio d’ogni Yuga; ossia ogni 6.480 anni, avvengono sempre nel segno zodiacale del Toro; il quale, spostandosi nel quadrante annuale attraverso i solstizî e gli equinozî, determina le Ere.  Le retrogradazioni precessionali sono d’altronde strettamente associate, dal punto di vista siderale, ai movimenti pendolari dei 2 Poli Celesti.  Ora, siccome la prima parte del nome del VI Avatâravishnuita (scr.Paraçu, var.Parçu) equivale etimologicamente al gr.Perseús (lat.Persêus), il mitico avversario della GorgoneMédousa (lat.Medûsa), non ci rimane che comparare le due rispettive mitologie; nel doppio intento di dimostrare che entrambe fan riferimento ai Poli, in particolare al Polo Antartico, essendo tra di loro inevitabilmente correlate.

Il Sesto Avatara

3. Il titano greco Perséo vincitore su Medusa (B. Cellini, bronzo, Loggia dei Lanzi, Firenze, XVI sec.).

Si tramanda che il gigante Paraçurama sia figura strettamente inerente alla prima colonizzazione del Deccan, d’un sol ciclo antecedente a quella avvenuta per il tramite dell’altro Rama, il piú noto ed amato Râmacandra (Rama della Luna).  Questi 2 Rama rappresentano in realtà la vishnuizzazione di figure in origine shivaitiche, ma il secondo è piú prossimo a Krishna; l’VIII Avatara, forma umana in cui – ad eccezione del IX Avatara – si riconosce principalmente l’incarnazione del dio Vishnu.  Biblicamente Krishna va paragonato a Noé, figlio di Lamech e nipote di Matusalemme; invece i 2 Rama equivalgono rispettivamente, in ordine cronologico, alla figura apollinea di Hebel e a quella saturnina di Seth.  Benché il scr.Râma corrispponda etimologicamente al nome del cacciatore cainita Lamech, il cui figlio (Iabal) tuttavia non è che un doppione di Abele nel ruolo di pastore (7). Equivalendo  Hebel/ Iabal a Parçu-Perseo (indipendentemente dal fatto che l’uno appartenga a tradizioni semitiche e l’altro a tradizioni jafetiche) (8), è da ritenere che il VI Avatara abbia svolto la sua missione spirituale nell’antico ed immenso Paese di Bhârata, dilatato comunque rispetto alla geografia antropica odierna sia longitudinalmente che latitudinalmente.  Il Deccan secondo le descrizioni puraniche si spingeva infatti assai piú avanti nell’Oceano Indiano dell’altopiano attuale, fino a lambire il Polo Sud, probabilmente perché il Continente Antartico non era a quel tempo ancora ghiacciato oppure s’era disgelato da una glaciazione precedente; stando a certe tradizioni analoga cosa potrebbe dirsi della costa asiatico-medidionale del Mar Arabico, un tempo probabilmente boscosa, diversamente da quella desertica odierna che a varcarla – parlo per esperienza diretta – pare un oceano disseccato.

4. Medusa (G.Bernini, ritratto scultoreo, XVII sec. ).

A differenza di Paraçurama, Ramacandra è il classico personaggio riadattato all’ambiente indiano dopo che il vero significato cosmografico delle figure avatariche era andato smarrito, tant’è che cosi come vengono oggi concepite sono inadattabili alla cosmografia tradizionale hindu. Personalmente abbiamo svolto negli anni a tal proposito un lavoro minuzioso di ricerca, anche se non riconosciuto in sede accademica quasi da nessuno, onde provare che la cosmologia puranica ha valore universale (9). Poiché i cicli avatarici percorrono geograficamente il globo in senso solare, il VI Avatara non può che aver svolto il suo mandato successivo oltre l’Oc.Indiano, ovvero nel Sud dell’Atlantico. Potremmo dire in quell’area che oggi corrisponde piú o meno all’America Meridionale, tenendo conto del variare inesorabile del quadro delle terre emerse di epoca in epoca; area studiata da C.Hapgood, sebbene confusa da questi e da altri con quella antartica, a causa del supposto ma non provato spostamento terrestre dei poli geo-magnetici (10). Vi è difatti una teoria scientifica alternativa (11) che non prevede siffatto spostamento, quantunque in ogni caso le cose non cambierebbero poi di molto rispetto al quadro ora tracciato (12).  La possibile estensione in linea longitudinale dell’antico Bhâratavarsha – denominazione perdurata ancor oggi a quel che geograficamente rimane di esso, cioè l’India attuale – è ricostruibile a grandi linee analizzando l’orografia dei rilievi oceanici proprio in direzione sudovest, a conferma dei dati puranici.  Si constata in modo semplice dando un’occhiata a quel che appare sulla cartina geografica a sud dell’India, ovvero alla dorsale che partendo da Ceylon e dall’Arcipelago delle Laccadive si spinge attraverso le Maldive ed altri arcipelaghi fino al Madagascar, di seguito continuando verso l’Antartide in direzione sudest.  Interessante osservare pure il fatto che la dorsale dal Madagascar si dirami verso l’Australia, tramite le Isole Croizet e Kerguelen, ciò mostrando la probabile via primaria di comunicazione tra le genti paleo-austronesiane e le popolazioni proto-malgasce o proto-boscimane, senza dover pensare ad improbabili ed estenuanti tentativi di costeggiamento da parte di costoro prima delle coste asiatiche e poi di quelle africane.  Una terza via possibile potrebbe esser stata del resto quella intermedia, costeggiando il Bharatavarsha originario.

5. Idem (D.Davies, Scontro di titani, effigie cinemat. a c. R.Harryhausen, G.B., 1981).

Un secondo testo puranico (13) mette però illogicamente i 2 Gokarna in relazione a Râvana, il nemico di Ramacandra. Come interpretare allora questo nuovo dato delVarâhapurânam, assolutamente incoerente con quelli precedenti del Nâradapurânam?Disponendo figurativamente il sovrano di Lankâ (antica Ceylon) di 10 Teste umane, oltre all’undecima asinina (per cosí dire suprema) alla maniera del Tifone greco (che però a differenza aveva molteplici teste, in riferimento evidentemente alla  molteplicità dei cicli umani), quegli non può che incarnare parimenti alla Bestia a 10 Corna dell’Apocalisse giovannea l’intero Eone o Manvantara che dir si voglia; ma l’XI Testa lo collega per forza di cose a Canopo, asterismo fungente da perno del cielo meridionale durante il Ciclo Antartico.  Come si spiega dunque l’associazione all’altro Rama, anziché a Parçu?  Se il capo dei râkshasa compare nelRâmâyana è necessariamente in ragione della trasmissione culturale fra il VI ed il VII Ciclo Avatarico.  L’avversario di Ramacandra costituisce quindi l’ennesimo emblema canopico, con allusione al ciclo anteriore, il cui annientamento assume valenza cosmogonica per il ciclo posteriore.  Per analoghi motivi Lamech, rappresentante non meno di Abele del VI Ciclo adamitico nelle tradizioni apocrife ebraico-cristiane, uccideQayin; che rimanda, a sua volta, al V Ciclo.  E s’è visto che Lamech corrisponde a Parçu, il VI Avatara; cosí come Caino andrebbe identificato a Vâmana, il V.  In divinis costui altri non è che Kâla (Re Crono), chiamato alternativamente Bhrigu e descritto in un passo del Veda come il massimo conoscitore del Kâlacakra.  Orbene, tal Bhrigu viene considerato il fondatore d’una famiglia sacerdotale, i Bhârgava, e proprio da costoro discende Parçu.  Non è pure Lamech, difatti, d’origine cainita?  Di conseguenza, si potrebbe asserire senza tema di smentite, che il VI Avatara funge d’annientatore dei discendenti dei suoi illustri antenati.  Visto che il figlio titanico di Jamadagni combatte gli Kshatriya (propriamente iKârtavîrya, nei quali son chiaramente adombrati i guerrieri pigmei di ceppo negritos-austronesiano) per l’offesa fatta alla propria famiglia.  Famiglia sacerdotale sí, ma di provenienza australe; shivaita, non brahmanica.

6. Lamech (altorilievo, dett., portale del duomo, Modena, XI-XII sec.).

A conferma della nostra congettura il nano Agastya, mitico zio di Ravana, viene ritenuto nella cultura dravidica un rishi presiedente alla stella di Canopo; cui è attribuita peraltro la storia della ‘Bevuta dell’Oceano’, evidente allusione letteraria all’emersione d’una dorsale oceanica, che fapendant con quella analoga narrata nel Narada Purana. L’Oppert, pertanto, equipara apertamente il nano al nipote rapitore di Sîtâ.  D’altro canto, vi è un rapporto indiretto fra l’azione sacerdotale condotta da parte di Agastya e l’opera di spiritualizzazione portata avanti da Parçu.  Con ciò si deve intendere, dal punto di vista antropologico, che il Ciclo dei Nani (il V) ha non solo generato ma pure influenzato in maniera commista il Ciclo dei Giganti (il VI).  Non parlavano gli antichi greci, per l’appunto, di Pigmei e Giganti?  Per Pigmei si debbono intendere i cd. Negritos, i quali dall’Indonesia e dal Sudest Asiatico si sono spinti sino alle regioni equatoriali africane, ove hanno formato il ceppo dei Negrilli.  Mentre per Giganti vanno intesi i Paleonegritici, rimasti relativamente puri in Africa Occidentale, ma mescolatisi nella parte orientale in tempi relativamente recenti con popolazioni camitiche provenienti dal Mediterraneo generando le popolazioni nilotiche.   Sicché in definitiva, pur facendo un’opportuna distinzione fra Nani e Giganti, da tutto ciò si deduce l’omogabilità di Parçu stesso a Ravana-Agastya, sia pure esclusivamente sul piano ciclico-temporale. Quest’ultima affermazione è piú difficile in apparenza da sostenere, ma diviene lecita se pensiamo che il corrispettivo greco di Parçu è il domatore di Pegaso, il bianco cavallo alato fuoriuscito dalla testa recisa di Medusa.  Per “Cavallo Bianco” devesi intendere ancora una volta Canopo, simbolo che non per nulla tornerà altrove in tempi assai posteriori (14) ad indicare escatologicamente l’avvento d’un nuovo ciclo edenico, il vecchio essendo portato a termine dall’uccisione della Bestia (Dragone del Nord) (15).  Cavalcatura (il Bianco Cavallo) e cavaliere (il Re dei Re), c’insegna l’iconologia delle religioni, inevitabilmente s’identificano; onde parafrasando Coomaraswamy dovremmo parlare, in rapporto all’annientamento del Drago, d’Autosacrificio dell’Âtmâ.  Resta solo da individuare, allora, perché mai il cavallo alato nella mitologia greca fuoriesca dalla testa d’un mostro.

Perseo e Medusa

7. Râmacandra, VII Avatara (ill.pop.cont.).

Non meno di Parçu, il gigante Perseo compie nella mitologia greco-latina numerose imprese titaniche, dalla Libia al’Etiopia. Quella piú rinomata, non fosse che per la plastica interpretazione che ne ha dato il Cellini, risulta essere ovviamente la decapitazione della gorgone Medusa ed il conseguente uso del Gorgóneion col suo sguardo pietrificante per liberare Andromeda dal sacrificio cui è stata sottoposta dall’etiope Re Cefeo. L’Etiopia, non meno della Libia, nel linguaggio arcaico designava genericamente l’intero Continente Nero.  Siccome però il quadro delle terre emerse nel Golfo Persico era diverso un tempo da quello odierno, tanto che si tramanda nella tradizione popolare hindu uno strato di terra unisse l’India all’Egitto, è possibile che greci e latini abbiano assegnato all’Africa un mito che apparteneva in principio al profondo sud indiano. Si spiegherebbe in tal modo tanto la presenza dei varî templi dedicati al VI Avatara nell’India Meridionale, secondo gli Stutley,  quanto la presenza del culto di Perseo in Egitto a detta d’Erodoto. 

Venendo all’impresa principale, bisogna sapere che Medusa era figlia di Phórkys e Kê rispettivamente re e regina del mare; costituiva inoltre una delle 3 Gorgô (Gorgòni), vergini anguicrinite dalle auree ali oltre a ferree mani, con zanne di cinghiale nel volto e serpi nel cinto. Il termine è connesso al gr.górgûra (‘gorgo, abisso’). La decapitazione della gorgone con hárpê (spada a falce, tipica dei titani) è punita da Poseidone, nuovo sovrano marino facente le veci sicuramente di una delle piú vetuste faciês del Vecchio del Mare, probabilmente Forco; fratello di Nêreús, padre delle Nereidi e come lui figlio di Ponto. Onde vendicare il misfatto viene liberato il Kêtos, spaventoso mostro d’aspetto metà ittico metà ofidico. Che Medusa medesima fosse da considerare una sovrana marina non meno della madre, alter-ego di Teti, è dimostrato dal nome, avente valore di “Dispositrice”. Di che disponesse la figlia di Forco e Keto è facilmente intuibile in riferimento a Perseo, a sua volta denominato Eurymédôn (16), cioe “dispositore del buon corso, dall’ampio dominio” con allusione alle acque celesti.  In questa maniera si comprende perché Medusa e Perseo siano avversarî soltanto apparenti, momentanei si direbbe, ma in realtà è chiaro che andrebbero appaiati. Kerényi (17) li definisce addirittura ‘sposi’. L’uso decisivo  del Gorgoneion da parte del titano dopo lo straordinario agone lo prova, oltre al fatto che Medusa aveva una volta Testa di Giumenta non meno di Demetra; e, piú anticamente, pare avesse intera forma equina seppure con testa di gorgone in quanto sposa di Poseidone sotto forma di stallone (18). Ecco perché da lei, dopo il sacrificio impostole dal figlio di Danae, scaturiscono Pegaso e Crisaore. Egualmente nel mito di Paraçurama si ha una rituale decapitazione, non dell’avversaria-consorte, bensí della madreRenukâ  Di costei esiste altresí una versione infera quale demonessa serpentina (nâ), immagine aborigena al dire degli Stutley della sacralità primordiale contenuta negli oceani.

8. Seth riceve la trasmissione spirituale da Adamo morente (P. della Francesca, affresco, dett., Chiesa di S.Francesco, Arezzo, 1452).

Insomma, qualcosa di simile a Medusa.  La relazione fra Parçu-Perseo, nonché della controparte femminile Medusa-Renuka, e Canopo vien in tal modo palesemente chiarita.  In certo senso la coppia Parçu-Renuka appare un doppione diVaruna e della propria figlia-consorte Vârunî-Varunânî (Urano ed A.Urania), i numi indiani preposti alla sovranità delle acque cosmiche; mentre la coppia corrispettiva Perseo-Medusa si richiama alla omologa coppia Forco-Keto. Il Ketos dal suo canto, essendo il messaggero per eccellenza del signore del mare, ne è il veicolo esclusivo o se si vuole la forma primeva; parimenti, in India il Makara è il vâhana di Varuna. Vi è una distinzione doverosa da fare, tuttavia, in quanto ad identificazione cosmologica: se il connotato equino rimanda necessariamente a Canopo ed al Polo Antartico, il sembiante ofidico risale per contro al Dragone del Nord ed al Polo Artico. L’ambivalenza polare è insita del resto nel luogo di residenza delle 3 Gorgoni (Steno, Euriale e Medusa), il Paese delle Tenebre, ubicato oltre la grotta ove risiedono le 3 Graie (Pefrédo, Enio e Perseide), caratterizzate da un unico dente e da un unico occhio che si scambiano a vicenda.  Di certo la doppia triplicità si riferisce al triplice passaggio nel mezzo del cielo settentrionale o meridionale delle costellazioni fungenti di volta in volta da perno polare: Lyra, Dragone ed Orsa Minore nell’emisfero boreale; Sirio, Canopo, Croce del Sud nell’emisfero australe.  Non si comprende bene tuttavia se il riferimento infero sia all’Artide o all’Antartide, oppure – come crediamo – approssimativamente ad entrambe.  Vale a dire, Medusa e Renuka nel loro sembiante serpentino rimandano per forza di cose al Dragone del Nord, quindi all’Artide; questa la ragione onde Perseo, prima di liberare Andromeda dal Ketos – altro rimando boreale – vola coi calzari alati nel Paese degl’Iperborei.  Perseo e Parçu, viceversa, alludono a Canopo.  Non bisogna dimenticare, infatti, che l’Eone ha già compiuto la sua svolta a partire dall’inizio del VI C.A.  La duplice vittoria su Medusa ed il Ketos si spiega col fatto che nell’emisfero australe il Polo N. non era piu visibile, ciò essendo percepito dagli antichi come una grave caduta dell’umanità rispetto alle origini, una perdita cioè del Centro del Mondo; cui veniva posto rimedio dalla scoperta d’un nuovo centro polare, ribaltante il precedente.  Donde è cominciata la demonizzazione del primo e la valorizzazione del secondo, cosa che è andata avanti sino ai tempi apocalittici (quelli odierni dopo il Duemila), coi quali è avvenuto il raddrizzamento dei poli.  In senso simbolico naturalmente, non magnetico, come qualcuno scioccamente avrebbe preteso ed assurdamente pretenderebbe tuttora (19).

 

9. Charles. H. Hapgood (1904-82), autore della confutata teoria dello slittamento dei poli geografici (foto, 1958).

Le spiegazioni di Kerényi sulla doppia sovranità celeste – l’A. purtroppo l’intende in senso esclusivamente oceanico – c’avvisano ad ogni modo come l’agone fra Perseo e Medusa possa tramutarsi benissimo in complementarietà, visti gli attributi equini dell’amante di Poseidone.  Appare rilevante a questo punto per il nostro discorso che Demetra venga menzionata (20) quale signora degl’Inferi assieme a Dioniso. Stessa cosa valga per Medusa con attributi equini e per Pegaso.  L’Occhio Unico delle Forcidi non è diverso dallo sguardo pietrificatore del Gorgoneion e nemmeno da Pegaso medesimo, tali emblemi equivalendo all’Occhio Magico di Ermete, il dio che offre i requisiti indispensabili al gigante per l’impresa titanica (calzari, ecc).  Come non pensare allora al Terzo Occhio di Ðiva, se è vero che certi tratti quali l’itifallismo avvicinano indubitabilmente i due numi?  La mitologia induista collega non per niente il Terzo Occhio da un lato al tema della Cavalla Sottomarina (l’apsaras Vadabâ), secondo una versione alternativa nata dal tapas di Aurva (nipote di Bhrigu ed antenato di Parçu), in altre parole al Polo Antartico; e dall’altro all’Aureo Corno della Carpa Unicorne, ossia al Polo Artico.  L’apparente contrapposizione Pesce-Cavallo è di carattere positivo, ha valore complementare e si riferisce da un lato all’andamento spirituale dal I al V Ciclo dell’Eone; dall’altro, a quello dal VI al X Ciclo.  Ciò che appunto abbiamo definito in precedenza la questione del rovesciamento dei Poli.  La dicotomia Serpe-Cavallo, al contrario, è negativa e presuppone una trasformazione demonica dei vecchî simboli. In altre parole, da una certa epoca in poi il Cavallo antartico assume le valenze positive attribuite prima al Pesce artico; viceversa la Serpe, denotante negatività come antecedentemente il Cervo Unicorne (21). Dato l’esiguo spazio riservabile ad uno scritto on line non possiamo approfondire ulteriormente i concetti, onde siamo costretti ad inviare al nostro art. L’Albero Bianco di Abele e la Testa di MedusaParallelismi colle imprese titaniche d’un vetusto personaggio della mitologia induista (22). Concludiamo ricordando un passo avestico (23), descrivente un sacrificio a 2 rinomate bestie ed al sacro Haoma (pah.Hom, scr.Soma) dall’aureo fiore.

9. Charles. H. Hapgood (1904-82), autore della confutata teoria dello slittamento dei poli geografici (foto, 1958).

La prima bestia è il gigantesco Pesce Kara (av.Kara-masya, pah.Kar-mâhî) dalle 50 pinne (o scaglie?), altrove chiamato anche Ariz (‘Re’, lett. ‘Balena’), che secondo un altro passo(24) vivrebbe sui fondali dei profondi laghi.  Ecco di sicuro la piú antica allusione letteraria ai mostri lacustri, sopravvissuti stando all’odierna criptozoologia, in certi inesplorati laghi nordici ad una certa latitudine.  La seconda bestia è un Unicorno dimorante nel Vouru-kasha (25), di cui piú specificatamente altrove (26) si attesta trattarsi d’un Bianco Asino Tripode a sei occhi e nove bocche, nonché dotato d’un aureo corno cavo in grado d’estirpare  la corruzione dal mondo (27).  Fin qui sembrerebbe riprodotta la medesima dicotomia Drago-Asino di cui sopra, varianti rettiliane od equine a parte.  Sennonché, nel medesimo testo si anticipa nel capitolo prima (28) che un Albero sorto nell’ampio oceano il primo giorno della Creazione e chiamato Gokard (var.Gokarn/ Gogrv, av.Gaokcrcna), produce il rinnovamento del mondo attraverso 10 Gran Pesci Kara creati daAûharmazd; codeste manifestazioni dello Spirito Buono svolgerebbero nelle varie epoche il compito d’opporsi ad una Gran Lucertola (Vazagh) impedendo alla maggior manifestazione di Ahriman, lo Spirito Malvagio, di vessare il Bianco Hom.  Il quale, in tutta evidenza, è tutt’uno col Gokard. Dato che l’Albero è l’Axis Mundi ed allude cosmologicamente all’Asse Bipolare terrestre, il Kara fra gli asterismi circumpolari artici rimanda quindi alla Lyra, non al Dragone, l’antitesi negativa precedentemente osservata fra Serpe e Cavallo essendo già svolta nei testi iranici dal binomio Lucertola-Asino.  Donde è lecito supporre che il Gran Pesce Kara (Rosso?)(29) dell’Avesta parimenti al Gran Pesce Aureo delVeda incarni la Divinità nel suo primo apparire in forma umana, non rappresentando demonicamente il Drago bensí ilMatsyâvatâra; mentre i 10 Pesci Rossi del Piccolo Bundahiçnè probabile alludano oltreché al Matsya ai susseguenti 9Avatâra (29), a dimostrazione se non altro dell’universalità della dottrina avatarica, diffusa dall’Asia Orientale sino al Mediterraneo.

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Note

(1)    Sicuramente, in origine, di Elio od Apollo.

(2)    Cit. da Fozio (Bibl.) e ripreso nella loro celebre opera dal De Santillana e dalla Von Dechend (App.35).

(3)    III Mahâyuga in sanscrito.

(4)    Nd.P.- Utt., lxxiv, 2-21.

(5)   Ibîd., vv. 3 e 30.

(6)    Uttaragokarna, onde distinguerlo dall’altro omologo.

(7)    Stando a Gen.- iv. 17-20.

(8)    Attribuendo alla sottostirpe jafetica il nome fasullo di Ariani o di Arioeuropei (Indoeuropei ecc.) e facendone poi, assurdamente, una razza distinta di artica o centrasiatica provenienza rispetto ai Semiti ed ai Camiti (per di piú lasciati sempre maggiormente in ombra) l’Ottocento ha stabilito uno iato che nelle tradizioni bibliche non compare.  Gl’Indoeuropei in realtà non esistono, cosí come non esistono le lingue indoeuropee né l’indoeuropeo originario.  Ciò che esiste sono le lingue e le culture jafetiche, questo insegna la Tradizione vera al di là del Romanticismo <illuminato> ottocentesco, le quali avendo parzialmente la medesima origine (eracleo-noaico-krishnaita) di quelle camitiche e semitiche sono per forza di cose ad esse apparentate.   Il che giustifica perfettamente la nostra comparazione.  Il nome indoiranico di Ârya (‘Nobili’) – equivalente nell’etimo e nel significato (con una minima variante lessicale) a quello greco di Hêrôes (‘Eroi’) – infatti non può esser considerato appannaggio esclusivo dei Jafeti né tanto piú d’una supposta ed inesistente razza primordiale cosí chiamata (le Razze si distinguono tradizionalmente per colore della pelle e per provenienza, non per altre connotazioni), in quanto ciò risulterebbe una forzatura del nome.  Né vale il richiamo, in ambito di letteratura persiana, all’Airyânem Vaêjo fatto da certuni quali il pur eminente prof. P. Filippani Ronconi (Upanishad– Boringhieri, Torino 1960, p.549, n.1).  Non è mai stato dimostrato che tale ecumene sia la stessa cosa – ciclicamente parlando – del Vara (Var-jam-kard nella tarda mitologia)il primevo ’Recinto’; cioè il Giardino Paradisiaco costruito da Yima, di cui tratta l’Avesta in Vid.– i-ii.  Certo, non si può negare che vi sia un rapporto ineludibile fra Razza Bianca ed Arya; o, meglio, fra Razza Bianca e Jafeti.  Probabilmente in parte anche in senso residenziale, ma questo non basta ad identificare i primi ai secondi.  Giacché gli Arya od Eroi, secondo quanto ci tramanda la letteratura ellenica (Hês., Erg– i. 156-73), sono una stirpe di razza mista corrispondente etnicamente per metà alla Razza Rossa (il ceppo paleolitico) e per metà alla Razza Bruna (quello mesolitico); impura proprio per questo, essendo ibrida.  Ovviamente Esiodo non usava termini razziali, che sono termini moderni, anche se concettualmente risalgono ad un’alta antichità; ma attribuiva loro una doppia discendenza, umana e divina, proprio come accade anche nella letteratura indiana.  E i Jafeti non sono che una sottostirpe degli Arya, stirpe comprendente nel suo insieme oltre ai Jafeti, anche i Semiti e i Camiti.  Ossia tutte le genti d’origine eroica, insomma eracleo-noaico-krishnaita.  La sincresi fra culti eraclei  (jafetici) e culti krishnaiti (camiti) ci è stata tramandata dall’Antichità, ma pure i culti noaici (semitici) rientrano nella stessa tradizione.  Per questo vi sono notevoli convergenze, non solo in apparenza, fra i tre filoni mitico-leggendarî.

12. Ravana colle sue 10 Teste e quella d’Asino dinanzi a Sîtâ rapita e ad altri râkshasa (Anon., miniatura, Bibl.Brit., Londra. XVII sec.)

(9)    Cfr. sul tema G.Acerbi, Introduzione al Ciclo Avatarico. Da Matsya a Kalki- Heliodromos, N.S. (pri. ’00-02, NN. 16-7), Catania 2000-2, pp. 15-24 e 15-24; nonché Id., I dieci Avatar e la mitologia induista – Hera, A.XI (7-03-10 ), N° 122, Binasco [Pv]  2010, pp. 42-5.

(10)   Da non confondere collo spostamento polare celeste, di cui è traccia persino nelle Upanishad.

(11)   A.Gross., com.or.

(12)   Personalmente ci siamo oggi convinti che Hapgood & C. potrebbero avere ragione.  La teoria dello spostamento parallelo dei poli anche in sede terrestre andrebbe allora applicata non soltanto all’Antartide, ma pure all’Artide.  Come si fa del resto ad immaginare che i popoli artici, Paleoeuropei o Paleoasiatici che fossero, si siano spinti nelle gelide plaghe boreali dopo la glaciazione?  Evidentemente deve esser avvenuto qualche fenomeno che ha congelato quelle contrade boreali e li ha bloccati colà.  Se i Paleoeuropei fossero emigrati dall’Artide, perché non anche i Paleoasiatici?  L’unica teoria seria è supporre che i Paleoeuropei, non dimorassero originariamente nell’Artide attuale, ma da un’altra parte, per es. in Scandinavia o in Groenlandia.  In quanto alle popolazioni paradisiache dei tempi aurei – delle quali ad es. il mitico Yama appare il prototipo umano in India – la loro collocazione nel Vara avestico (cfr.n.8) andrebbe distinta da quella di Yimanell’Airyanam Vaêjo (lett. ‘seme’ ossia culla ‘degli Ariani’), seppure lo zoroastrismo identifichi le due terre non meno di quanto si faccia nell’Induismo fra Ilâvrita ed Uttarâkuru; la cosa viene giustamente indicata nei Sacred Books of the East editi da M.Müller da parte di J.Darmesteter, che fa di codesto piú prossimo Yima un semplice eroe civilizzatore (The Zend-Avesta, Vol.I, P.I, Intr., Cap.IV, §38, p.lxxv).  Ciò è indiscutibile, nonostante le brillanti argomentazioni di Tilak sulla mitezza del clima in epoca interglaciale (Arctic Home, Cap.11 sgg) ed i mutamenti intervenuti successivamente, con abbassamento della temperatura climatica fino ad instaurazione duratura di rigidissimi e lunghi inverni di 10 mesi.  Il dato testimonia, inoltre, che i cambiamenti in quelle lontane terre avvennero per una catastrofe climatica graduale e non, come talora fantasiosamente si suppone, a causa di eventi geologici naturali o per la caduta di grossi meteoriti.  In tali mutamenti potrebbero aver giocato un ruolo di certo le correnti oceaniche, lambenti le coste artiche, ma questo non implica che si trattasse di un’azione diretta.  Del resto, ritenere che al di sotto dell’attuale Polo Artico vi sia una terra sprofondata d’un centinaio di metri c. (tale sarebbe la distanza dei fondali oceanici dalla superficie ghiacciata attuale) è sinceramente poco credibile; parrebbe assai piú probabile che le cose siano andate diversamente, ossia che collo spostarsi dei Poli Celesti – per ragioni a noi ignote di natura magnetico-planetarie o magnetico-stellare (settemplici congiunzioni od altro) – sia avvenuto simultaneamente uno spostamento dei Poli Terrestri.  Spostamento che, sia detto per inciso, non avrebbe nulla comunque a che fare o per lo meno non coinciderebbe con quello dei Poli Geomagnetici, i quali variano in tempi di gran lunga piú stretti.

13. Lamech saetta Caino ( altoril., portale del duomo, Modena, XI-XII sec.).

(13)   Vr.P.- ccxvi. 13-24.

(14)   In Ap.– xix. 11-6.

(15)   Ibîd., xvii. 7-14.

(16)   Ap.Rh., cit. da Kerényi (cfr. n.succ.).

(17)   K.Kerényi, Gli Dei e gli Eroi della Grecia– Garzanti, Milano 1963, Vol.I, Cap.3, p.52.

(18)   Ibîd., Vol.II, L.I, Cap-4, p.58.

14. Caino (idem, dett.).

(19)   Per l’inversione dei Poli Magnetici vale, parimenti, quanto già stabilito alla n.12 per i Poli Geomagnetici.  Poco c’entrano con i Poli Celesti e quelli Terrestri, che fanno da perni siderei e geografici nelle varie epoche.

(20)   In Hêr., Hist.– ii. 123, 2.

(21)   Cfr. il  succit. mito di Illo (vide n.2).

(22)   In prep. per una riv. romana.

(23)   Yas.- xlii. 4.

(24)   Vid.– xix. 2. 42.

(25)   Cfr. in sanscrito il Mare di Varuna, sc. l’Oc.Indiano.

(26)   P.Bd.- xix. 1-7.

(27)   Codesto Corno in tutta evidenza, prima d’assumere la valenza paradisiaco-positiva associata al rinnovamento cosmico ed appartenente parallelamente alla ‘Spada’ del Cavaliere apocalittico su cavallo Bianco del Secondo Avvento (cfr. con Kalkyâvatâra), dovette avere il medesimo senso demonico-negativo dell’Unico Corno di Cervide attribuito ad Illo (ibîd. come alla 21) ed al corrispettivo indú Rishiçringa, provocante siccità (sc. influenze celesti negative).  D’altronde un significato infero, questa volta però antecedente alla suddetta  relazione con il Canopo perno polare del VI Ciclo, l’Asino Bianco Unicorne necessariamente lo detiene; visto che può esser messo in rapporto col II Ciclo umano, ossia il momento della scoperta dello slittamento dei poli.  Cfr. all’uopo con Uccahiçravas, l’omologo equide induista uscito dal Rimestamento dell’Oceano (Samudramathana) alla fine del II Ciclo Avatarico, un tempo considerato un bianco cavallo (re dei cavalli) ma oggi interpretato quale onagro.  È significativo che nell’Avesta l’Asino Unicorne appaia quale khara, termine denotante non meno che in sanscrito l’asino per il suo raglio, ma nello stesso tempo convergente sul piano fonetico all’a.m. kar-a = ‘rosso?’ (vide n.29); anziché esser descritto di color bianco, come nel Bundahiçn.  Il che ci fa ricordare il temutissimo Asino Rosso menzionato da Plutarco (De Is.- xxx. F ), incarnazione del Set egizio in funzione demonica, dall’autore identificato all’egualmente rosso ed asinino Tifone; oltreché Khara, fratello minore e luogotenente di Ravana nel Râmâyana, un asura dalla testa forse asinina facente le veci di Kâla, cosí come il fratello maggiore di Yama.  Ecco perché Uccaihçravas funge nel Rigveda da cavalcatura di Namuci, alter-ego di Vritra quale condottiero dei Dânava.  Namuci adombra Orione, il paranatéllon dellla costellazione del  Toro <decapitato> da Indra (il Sole) mediante una magica arma schiumosa (la Via Lattea), e Uccaihçravas è Canopo.  Quando infatti al Punto Vernale si trova il Toro – e questo è capitato, guardacaso, proprio all’inizio del II e del VI Ciclo Avatarico – inevitabilmente Canopo fa da perno polare antartico, essendo la precessione equinoziale sideralmente correlata allo slittamento dei poli.  Nel primo caso, vigendo ancora il simbolismo artico quale norma positiva del mito il simbolismo antartico aveva funzione negativa (per cosí dire, anti-avatarica), donde l’associazione del  Sovrano dei Cavalli vedico coi Danava; viceversa nel secondo caso, in cui l’Asino avestico a causa dell’inversione simbolica dei poli, ha assunto valenza positiva (avatarica).  Difatti è identificabile a Parçu e a Perseo, il titano che nel nome stesso tradisce senz’ombra di dubbio un rimando alla Persia preistorica, di certo piú ampia a sud di quanto non sia oggidí.  Da notare che – come già abbiamo rilevato sopra – nel VII Ciclo Avatarico, pur preservandosi l’ottica dell’inversione dei poli fino alla fine del Manvantara, per via del riferimento al ciclo precedente ormai trascorso tornerà provvisoriamente il simbolismo negativo dell’Asino in Ravana-Tifone; allorché il sorgere eliaco sarà caratterizzato dal  lunare Aquario (il vaso celeste contenente il Soma a mo’ di Lûnus) ed il dominio dei cieli antartici apparterrà alla Croce del Sud (scr.Triçanku, soprannome del Prithide Satyavrata, doppione del padre quale signore della prima agricoltura), umanamente incarnata dal verde Ramacandra.  Cfr. a questo proposito col Dio Verde amerindo, il Saturno latino ed il Seth ebraico.  (Il primo non ha risvolti umani nella propria tradizione a parte i sacerdoti che lo incarnano ritualmente, ma le altre due figure sí, secondo gl’insegnamenti rispettivi della letteratura latina e di quella ebraica.)  Non per niente Sîtâ , il nome della consorte del secondo Râma, significa ‘solco’ in senso agrario.  Nell’ultimo ciclo, il X, ricorrendo di nuovo l’associazione astrale Toro-Canopo avremo ancora il Bianco Cavallo di Kalki e del Profeta apocalittico in veste escatologico-benefica; nonché il demone taurino, almeno nel simbolismo cristiano, a far da avversario avatarico in senso escatologico-malefico.  Naturalmente la stazione canopica è ricorsa in sede antartica anche nel IV e nell’VIII Ciclo, ma in quel caso non era associata vernalmente al Toro, bensí allo Scorpione.

15. Il nano Vâmana, V Avatara (ill.pop.cont.)

(28)   P.Bd-xviii. 1-5.

16. Jamadagni, padre brahmanico di Parçu ucciso dal figlio di Kritavîrya, con tridente infuocato sul capo a mo’ di Çiva (altoril., dett., Sundareçvara M., Mela Pazhuvur, Per.Chola, XI-XII sec. d.C. ).

(29)   Da notare che la base iranica *kar, donde si hanno lo zd.av kar-a ed il pah. kar è l’esatto rovescio della base sanscrita *rak-; da cui si ha ha il l’a.m. rak-t-a (‘rosso’), derivato dal vr. ra(ñ)j (‘arrossare, arrossarsi’).  Anticamente, quando i sensi delle scritture non erano ancora ben determinati, si poteva  leggere nella doppia direzione.  Ciò spiega perché molte parole, con analogo senso, abbiano opposta radice consonantica; il fenomeno ritorna talora, piú raramente, nella cd. metatesi.  Un ulteriore prova di quanto appena sostenuto è da vedere, probabilmente, nel fatto che il Kara (Pesce) sia associato al Khara (Asino).  Orbene, se come supposto alla 27 l’Asino Unicorne avestico fosse in realtà un onagro (animale dal pelo di color rossiccio) non meno dell’Uccaihçravas rigvedico, si spiegherebbe allora l’affinità fonetica e sicuramente anche filologica dei due vocaboli iranici in questione.  

(30)   A chi mettesse in dubbio la liceità della traduzione del testo iranico del P.Bundahiçn o B. indiano da parte di E.W. West riguardo il numero 10 – nella trad.ingl. dell’ed.Anklesaria del Gr.Bundahiçn o B. iranico compaiono solamente two kar fish ed il wazag è tradotto frog anziché lizard – ricordiamo che esiste nel vasellame preistorico rinvenuto sulla costa del Mar Arabico (benché al momento non riusciamo a rintracciare la fonte libraria ove a suo tempo avevamo visto l’immagine) una raffigurazione di 10 Pesci simbolici d’uguale dimensione, circa i quali non ci risulta sia mai stata fornita alcuna interpretazione, essendo stata scambiata forse per un motivo semplicemente ornamentale.  Personalmente crediamo che questi 10 Pesci Kar, natanti celestialmente attorno all’Albero Cosmico (Polare), alludano ai Dieci Soli ai quali sono paragonabili i Dâçavatâra indú.   I  2 Pesci dell’altro Bundahiçn, ammesso che la diversità della doppia traduzione sia corretta (cosa che soltanto gli esperti in lingua iranica possono sapere), non cambiano poi di molto le cose; dal momento che la concezione ciclica zoroastriana dell’ordine temporale rassomiglia sostanzialmente a quella induista, a parte i dettaglî.  In altre parole, i 2 Pesci Kar potrebbero benissimo aver a che fare colle due metà dell’intero ciclo avatarico, una cosmograficamente discendente e l’altra ascendente; giacché, non lo si dimentichi, l’Albero Cosmico definito Gokard – non a caso in India vi sono due luoghi chiamati quasi in tal modo – è quell’Asse Polare indicato parallelamente dalla Doppia Ascia di Parçu.  Altrimenti, come farebbero i 2 Pesci a produrre il rinnovamento del mondo?  A meno d’intenderli come il Sole e la Luna, ma sarebbe una forzatura, perché mai in alcuna mitologia la Luna è stata dipinta ittiomorfa.   Oltretutto a ben ragionare sono semmai tutti gli astri nel loro assieme, pianeti compresi, a determinare ciclicamente il Divenire.   Perché mai solo i due luminari?  Nei passi ove si parla dell’Unico Pesce Kara lo si ritrae come il Re dei Pesci e proprio l’equivalenteMatsyarâja è in sanscrito una variante del Matsyâvatâra.

 

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(Articolo di Giuseppe Acerbi, tratto dal blog “http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2013/01/il-mito-del-gokarna_17.html“)

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