PARASHU-RAMA E PERSEO

di Nuccio D’Anna

Lo studioso che voglia intraprendere l’analisi dei miti ellenici secondo una prospettiva tradizionale, si trova di fronte non un corpus organico cui appoggiarsi, ma una serie di narrazioni che in realtà sono semplici frammenti di una tradizione che sembra racchiudere tesori ancora inesplorati.
Attorno all’Vlll-Vl sec. a. Cr. l’Ellade assiste a dei rivolgimenti di tale portata da cambiare strutturalmente le basi sacrali su cui poggiava I’attitudine spirituale dell Elleno. Da questa attitudine, che potremmo definire “mitica”, si passa ad un tipo di esperienza umana dai pronunciati caratteri “laici”. Certo, elementi importanti dell’antica spiritualità restano nell’ambito dei Misteri, dell’Orfismo, del Pitagorismo etc., ma come staccati dal corpo centrale della religiosità ellenica. In realtà sembra che i mitologhemi dell’arcaica Ellade e non siano più capiti. E quando i poeti, i tragici e perfino Esiodo ci conservano elementi di tale religiosità arcaica, questo viene fatto senza la percezione diretta del simbolismo soggiacente alle narrazioni leggendarie e ai miti (1).

Tutto ciò è già evidente per il ciclo mitologico relativo alle divinità pre olimpiche, alle leggende rimaste su Helios, su Eos, su Orione, sui Giganti, la cui strutturazione complessiva pare alludere perfino a situazioni astronomiche oggi non più coglibili. Particolarmente colpite le narrazioni sui Titani, le cui leggende sembrano in realtà racchiudere un simbolismo presente presso altri popoli e in modo specifico presso qli indù, con tutto un aspetto simbolico di tipo cosmico-celeste. Tale per es. il ciclo dei due fratelli Atlante e Prometeo posti da Zeus a presidiare i due poli estremi del mondo, il primo ad ovest e ii secondo ad est, secondo un asse equinoziale che costituisce una precisa indicazione sull’esistenza nell’Ellade di dottrine sui cicli cosmici del tipo presente in lndia. Ciò che in questo mitologhema può interessare anche il nostro problema è che dei due fratelli, Atlante era consideralo il padre delle Esperidi, di Maia e delle Plèiadi, ossia di tutto un gruppo di divinità poste sempre ad occidente, mentre Prometeo addirittura era detto essere il padre di Deucalione, l’unico sopravvissuto al diluvio che distrusse la stirpe bronzea, grazie all’intervento del padre Prometeo che gli ingiunse di costruire l’arca sulla quale potè salvarsi. Aggiungeremo che le connessioni rilevate fra l’Occidente, la stirpe bronzea e il diluvio possono essere chiarite anche dalla considerazione sulla sorte di Menezio, il terzo fratello dei due titani, quello considerato più particolarmente tracotante e aggressivo a tal punto che Zeus col suo fulmine lo precipitò nell’Erebo, procurandogli così una fine non dissimile da quella attribuita, appunto, alla stirpe bronzea.

Il problema sì pone in termini diversi per l’india, la cui tradizione ha conservato nel modo più chiaro la dottrina dei cicli cosmici e in particolare quella degli avatâra, che ci interessa nel modo più diretto. Nel corso degli evi umani il dio Vishnu (che nella Trimurti indiana costituisce il principio della conservazione degli esseri e dell’intero universo) viene a “discendere” nella manifestazione “incarnandosi” in determinati esseri, ognuno dei quali non è altro che il simbolo di un principio spirituale, una “Qualità” divina dell’Avatâra Eterno provvidenzialmente inveratasi in una funzione spirituale. Le “discese” (avatâra) divine con una funzione cosmica sono tradizionalmente precisate nel numero di dieci, ma di esse a noi interessa considerare brevemente le prime cinque, Matsya, Kūrma, Varâha, Narasimha e Vamana, perché la 6a, Parashu-Râma, costituirà l’oggetto specifico del nostro studio. Volendo schematizzare al massimo, e restando su un tipo di interpretazione connessa ai problemi che noi dovremo trattare a proposito di Parashu-Râma, si può dire che i primi 5 avâtara si pongono: (¹°) dopo il mahapralaya accaduto fra il sesto e il settimo manvantara; (²°) la conseguente strutturazione di una diversa situazione astronomica; la nuova sede boreale (³°); gli eventi che hanno contrassegnato la distruzione di quella sede (⁴°) e i trasferimenti in sedi circumpolari (5°) di quella che i Purânas chiamano Hamsa, il “popolo del cigno” della sede boreale. Nella nostra trattazione cercheremo di far vedere come anche nell’Ellade almeno una figura eroica possa simbolizzare la stessa realtà “avatârica” espressa in India da Parashu-Râma, la 6a  “discesa-incarnazione” di Vishnu. II raffronto che faremo potrà mostrare  elementi insospettabili ed indicare una direzione di ricerca per troppo tempo  trascurata, anche a causa dell’ignoranza manifesta dei simboli indiani da parte dei “classicisti” e dei simboli ellenici da parte di orientalisti miopi. 

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Cosi come il Bhâgavata-purâna presenta la storia di Parashu-Râma, questa “discesa” del dio Vishnu non è altro che la raffigurazione simbolica della lotta sostenuta per un periodo di tempo puttosto lungo dai Brâhmana contro la casta kshatriya, quando costoro pretesero di sostituirvisi e di assumerne in proprio I’autorità spirituale. Essa, inoltre, apre la serie delle tre “discese” eroiche del dio Vishnu, che vedranno via via dopo Parashu-Râma il cavalleresco Râma-Chandra appartenente alla Sûrya-vamsha, la “stirpe solare”, e Krishna, “il Nero”, della Chandra-vamsha, la “stirpe lunare”. La lotta intrapresa da queste tre figure eroico-divine contro i nemici dei detentori della sapienza divina, ci introduce in eventi dalla durata di più secoli, il cui svolgimento è stato contrassegnato da particolari cambiamenti della situazione celeste, in coincidenza di sedi diverse occupate dai detentori della sapienza tradizionale, fino a concludersi nell’attuale tradizione indù che in modo specifico è il risultato di queste tre “discese” divine.

La storia di Parashu-Râma comincia con la visita del re Kartavirya degli Hahihaya all’ashram del saggio Jamadâgni, il padre dell’eroe indiano. Nonostante i grandi onori di cui era stato fatto oggetto, il re cerca di impadronirsi della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu), la “pianezza sapienziale” che appartiene in proprio alla casta Brâhmana. Inoltre, oltraggio su oltraggio, contravviene alle regole dell’ospitalità stabilite dal rigido canone sacerdotale insultando la pia Renukâ, la moglie dell’asceta. Per punire questo primo atto di prevaricazione e di arroganza, Parashu-Râma sfida il re Kartavirya “dalle cento braccia” e lo uccide. A loro volta i figli del re invadono l’ashram di Jamadâgni e, con una azione che la tradizione indù in ogni tempo ha considerato come una delle più empie possibili, uccidono il saggio asceta. Parashu-Râma allora giura di sterminare gli kshatriya e, in una guerra durata 21 anni, ne uccide “tre volte sette”, permettendo tuttavia alle loro vedove di risposarsi con i Brâhmana e ricostituire così una casta kshatriya riconsacrata. 

Così come viene presentato dalla tradizione, Parashu-Râma appare non come un personaggio storico determinato ma come una “collettività sapienziale’ che nell’eroe ha voluto simbolìzzare tutta una serie di eventi e di azioni intraprese per la salvaguardia della tradizione spirituale della quale essa stessa era la depositaria e la custode. Anzi, come si vedrà meglio in seguito,  tutta I’azione di rettificazione di cui qui è questione, non può necessariamente porsi che parecchio tempo dopo la fine del Krita-yuga, in coincidenza di squilibri inerenti al popolo che occupò un continente oggi scomparso. Lo stesso attributo di Râma, Parashu = dalla “doppia ascia”, esprime perciò non tanto un’attribuzione estrinseca, quanto una precisa determinazione sacrale, una funzione spirituale espletata da quell”entità divina” “discesa” a combattere contro i portatori del disordine. Tale funzione è caratterizzata dall’arma di Râma, la “doppia ascia” di pietra dono del dio Shiva, che è un simbolo della folgore celeste. Perciò stesso simbolizza la “presenza” divina che regge i vari mondi e, in virtù della propria natura “solare”, interviene provvidenzialmente a rettificarne il corso. La sua stessa forma poi, non riproduce altro che le due metà del corso annuale del sole, “tagliato” dall’asse solstiziale nord-sud, come secondo le più svariate tradizioni spirituali dell’Umanità che qui, nel caso di Parashu-Râma, vengono fatte risalire addirittura ad un’origine iperborea. 

Il nemico per eccellenza di Parashu-Râma è il re Kartavirya, tipica personificazione della protervia e dell’arroganza della casta guerriera quando questa è disgiunta dal sacro. Egli è caratterizzato da “cento braccia”, un’attribuzione che richiama la natura proteiforme degli esseri elementari e dei tanti “mostri” che sbarrano la strada ai legittimi detentori della vera spiritualità. Tale aggettivazione inoltre, sembra in qualche modo simile non casualmente a quell’espressione esiodèa che voleva gli uomini dell’età del bronzo caratterizzati da una forza grandiosa, da mani invincibili e da un corpo gagliardo, mentre il loro comportamento è “terribile”, “violento” e” spaventoso”. L’empietà di Kartavirya viene espressa in due momenti: il furto della  “vacca dell’Abbondanza” e I’oltraggio a Renukâ, la moglie del rishi, che sottolineano un’idea similare. Kâma-dhemu infatti, è propriamente “la pienezza sapienziale”, equivalente alla Vacca-Luce dai “sette raggi” (sapta gavah) del Rig-Vêda, che le posteriori dottrine soteriologiche interpreteranno come la Coscienza Infinita, la Consapevolezza presente in ogni essere della manifestazione. Renukâ, poi, la moglie di Jamadâgni, è la sua shakti, ossia contemporaneamente la sua “sposa” e la sua “potenza”. La “vacca” e la”moglie” esprimono perciò i due aspetti di ogni vera spiritualità che appartengono in proprio ai Rishis primordiali, che I’empio re cerca di far propri “rubandoli” e sostituendosi così ai legittimi rappresentanti. 

Tuttavia I’episodio che scatenerà la guerra è I’occupazione, da parte dei figli del re ucciso, dell’ashram del rishi Jamadâgni e la sua uccisione che, come abbiamo visto, è un’azione considerata in ogni tempo in India come una delle più empie possibili. Tale misfatto, consumato in assenza di Parashu-Râma; ha un suo preciso significato, simbolizza una prevaricazione tesa a sostituire i rishis nella loro stessa sede. Ora, nella tradizione indù i rishis – termine questo che poggia su un radicale che esprime un’idea di “luce”e di “splendore” – sono simbolizzati dal “cinghiale”, ossia da una delle forme assunte da Vishnu nella sua “discesa” nella manifestazione. E siccome Vishnu in tale attitudine “provvidenziale” è identificato al Sole, anche qui abbiamo lo stesso simbolo legato alle “luci” che si inverano nel mondo e lo “illuminano”. L’azione dei figli di Kartavirya perciò non può essere intesa come una semplice vendetta, ma come una prevaricazione tesa a sostituire ai “cinghiali”(= “luci”) primordiali, quelli che la tradizione ci ha dato come le Orse in rivolta. Viceversa, tutta I’azione di Parashu-Râma si presenta come un intervento rettificatore teso a ricostituire le basi di una civiltà tradizionale. Lo stesso tempo indicato dai testi per compimento dell’opera dell’Eroe pare così non essere altro che I’equivalente di un “eone”, di un tempo conchiuso in sé e  perfetto, in relazione alla dottrina dei cicli cosmici e in particolare alla durata  della precessione degli equinozi. Quest’ultimo rilievo va cosi a completare  quanto detto precedentemente a proposito della “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma e del simbolismo solstiziale che le è proprio, perciò con le “stazioni del sole” che parimenti contrassegnano lo svolgimento ciclico.

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Figlio di Zeus e di Danae, secondo la tradizione Perseo dopo il concepimento in una tomba di bronzo, assieme alla madre era stato rinchiuso in un’arca e posto sulle acque. Questa fu avvistata da un pescatore che la scambiò per un grosso pesce, ossia uno dei simboli più antichi dell’umanità, che la tradizione indù pone addirittura all’inizio stesso del nostro manvantara. Il nome di Perseo si lascia scomporre nei suoi elementi costitutivi-base PRS che secondo “Geticus” (autore di una serie di studi di vario valore sulla Dacie hyperboréenne, “Etudes Traditionnelles”, 1936-37) (2) sono gli stessi che è possibile riscontrare nel termine sanscrito PaRaShu, dove ha una funzionalità semantica identica a quella del termine greco. Aggiungeremo che il  procedimento esegetico utilizzato da “Geticus” per spiegare il rapporto PaRaShu-PeRSeo è identico a quello utilizzato da René Guénon per individuare la radice dei termini Kronos e Karneios, KRN. ll nome dell’Eroe ellenico perciò, non sarebbe altro che la “razionalizzazione” di un appellativo che precedentemente era servito per designare una funzione spirituale, il quale poi venne riferito ad un personaggio nel punto in cui non fu più compreso nella sua realtà simbolica.

Abbiamo detto che la tradizione ci dice che Perseo era figlio di Danae e di Zeus. Questi, per poter entrare nella stanza sotterranea nella quale era stata rinchiusa la futura moglie, si era trasformato in pioggia aurea. Zeus è il sovrano di un ciclo spirituale già lontano dalle origini, susseguente la fine dell’età aurea e in connessione con un ciclo cosmico certamente più ridotto di quello di Kronos/Saturno. Tutto ciò può essere comprovato anche da un fatto generalmente poco notato: se si moltiplica la durata del percorso sidereo del pianeta Giove di 12 anni per i 360 gradi del cerchio cosmico, si otterrà la cifra di 4320 anni. Rapportando tale cifra alla durata di un semiperiodo della precessione degli equinozi (= 12960) come era usuale in Grecia, si otterrà una “stagione cosmica” delle tre nelle quali si divideva I’anno in un tempo in cui i progenitori degli Elleni abitavano una regione che tali dati ci dicono non già, polare, ma circumpolare. Ora, è questo precisamente quello che indica il Rig-Vêda quando parla delle “tre terre e dei tre cieli”, oppure delle “tre splendenti regioni celesti” , che poi non è altro che un aspetto del simbolismo compreso nella 5a “discesa” dell’aureo Vishnu quando, sotto la forma di  Vamana-avatâra, “misura” il mondo con i suoi tre passi (= trivikrama) e ristabilisce I’ordine cosmico. 

Tutto ciò ha una sua corrispondenza nel mito ellenico. Il ciclo mitologico di Perseo, infatti, ha inizio con la strana guerra dei due gemelli Acrisio e Preto per la sovranità su Argo. Già tale guerra ha un suo parallelo con quella dei fratelli Atreo e Tieste, quando Zeus intervenne in aiuto del primo cambiando perfino il corso delle stelle, fino a spingere le Pléiadi dove sono attualmente – un’eco di questi avvenimenti fu conservato da PLATONE, Pol., 269A e sgg. La città per cui litigano i due fratelli è Argo, la “città bianca”, dato che tale termine è identico a quello dell’aggettivo argos, “bianco”, con la semplice differenza di accentazione. Questo riferimento appare perciò come il frutto di una precisa scelta, dato che “Argo” è uno dei termini con cui veniva intesa la sede boreale da cui trae ad essere il ciclo che stiamo studiando. Ma C’è di più. La tradizione pone il mitologhema di Perseo almeno in tre occasioni in rapporto a cambiamenti della situazione cosmica; 1) durante la guerra fra Acrisio e Preto fu inventato lo scudo rotondo, quello stesso che fu appeso ad un cippo a ricordo della guerra; 2) al piccolo Perseo cade di mano una palla; 3) alla fine di tanti combattimenti Perseo uccide incidentalmente il nonno Acrisio, colpendolo con un disco. Sono, questi, tre simboli che ci dicono il tempo in cui situare I’azione di Perseo. Qui, infatti, si tratta di alterazioni della volta cosmica che hanno portato a cambiamenti della stessa strutturazione dell’equatore celeste, con la nascita di un nuovo piano equatoriale e di un nuovo axis mundi. La lotta per Argo perciò, pare coincidere con un tempo preciso collocabile già dopo la fine dell’età aurea e I’inizio di un nuovo ciclo, mentre I'”azione” di Perseo pare non limitarsi a questi fatti, ma si dispiega anche in tempi successivi per una durata di molti secoli, in una curiosa sintesi del simbolismo compreso in Vamana-avâtara e in Parashu-Râma, rispettivamente 5a e 6A “discesa” di Vishnu, comunque in rapporto all’istituzione di nuovi centri spirituali sulla cui importanza nel mito di Perseo avremo da tornare.

L’arma che Perseo utilizza per compiere le sue straordinarie imprese è la harpe, la “falce” con la quale egli staccherà la testa della terribile Medusa. La harpe si ritrova nel ciclo precedente legato ai Titani, poiché è proprio quella che Kronos utilizzerà per colpire il padre Urano, restando poi come uno dei simboli più caratteristici di Kronos/Saturno. Il fatto che tale arma dalle caratteristiche cosmiche – come la “doppia ascia” di Parashu-Râma – si trovi adoperata da Perseo può perciò significare solo che qui ci troviamo di fronte ad una forma tradizionale che continua, riadattandolo, un ciclo precedente ormai definitivamente concluso. 

Per le sue caratteristiche questa arma divina può essere accostata alle varie armi che presso diverse tradizioni gli dèi o gli eroi utilizzano per ristabilire I’ordine cosmico. Tale il Miollner di Thor, oppure la “doppia ascia” di pietra di Parashu-Râma, le quali poi non sono altro che un simbolo della folgore che in un suo aspetto è in relazione col “fuoco celeste”, e con gli attributi di “provvidenzialità” che in diverse tradizioni sono propri del Sole e in India di Vishnu. Quest’ultima considerazione può farci capire un altro particolare del mito di Perseo. Nell’unico fr. Delle Forcìdi di Eschilo giunto fino a noi, è detto che “egli penetrò nella caverna [delle Gorgoni] come un cinghiale”, ossia con un’attribuzione che possiamo ritrovare in altri miti ellenici (nel cinghiale bianco di Calidonia: nel mito di Achille etc.), ma il cui valore simbolico sembra non essere stato più compreso nell’Ellade storica. In India il cinghiale (Varâha) è il simbolo che si ritrova come la 3a “discesa” di Vishnu, Varâha-avâtara, mentre tutto il nostro kalpa è designato come Swêta-vâraha-kalpa. Il “ciclo del cinghiale bianco”. Il Guénon, inoltre, farà notare che la stessa “terra sacra” polare, la sede del centro spirituale primordiale del nostro manvantara, è chiamata Varâhi, la “terra del cinghiale”. Varâhi è propriamente un aspetto della shakti (= sposa-potenza) di Vishnu, quella più particolarmente in relazione con I’aspetto “solare” (e perciò “provvidenziale”) di Vishnu, che esprime il suo inveramento nella manifestazione, la Pritvi-Lakshmi, I”’archetipo” della manifestazione corporea. perciò per eccellenza la “terra boreale” che contiene in principio tutte le possibilità della manifestazione spaziale del nostro manvantara. È per questo motivo che i “cinghiali” sono identificati ai Rishis vedici e alle sette stelle del Gran Carro, ossia ai Detentori della Sapienza primordiale che sono propriamente le “luci” che ne trasmettono I’essenza nel corso dei diversi cicli. 

Questa relazione del cingniale-Perseo con la “terra boreale” è pure’ presente nell’Ellade. Pindaro dirà che Perseo si recava spesso nell’lperborìde, la mistica terra dell’estremo nord, identica alla Varâhi indù. Il termine sanscrito, infatti, poggia sulla radice var, I’esatto equivalente dell’ellenico bor, da cui si forma “Borea”, la “terra del cinghiale” posta, appunto, all”’estremo nord”. Nello stesso modo, perciò, in cui Parashu-Râma non fa che esplicare una funzione spirituale derivata da quella dei Detentori (= “cinghiali” = Rishis) della Sapienza primordiale, così Perseo attualizza una “presenza” divina che il mito ellenico ci sta dicendo qui in rapporto all’iperboride. 

L’impresa più caratteristica di Perseo è la lotta contro le Gorgoni, il “nemico” per eccellenza. le divine sorelle delle quali due erano immortali ed una mortale. Erano figlie di Forco, il “vecchio del mare” da cui era nata Echidna, la “serpe” che aveva per fratello Ladone, il “drago” o “serpente”, col quale veniva posta in connessione una terra ad Occidente su cui avremo da tornare. Quello che può essere ritenuto importante in questa genealogia è il fatto che Echidna è ritenuta anche la madre di Orthros, I’esatto equivalente ellenico dell’indiano Vrtra, “colui che avviluppa”, il drago che il dio Indra ucciderà in 360 giorni (= un intero ciclo cosmico) ridando cosi un nuovo ordine al cosmo. 

Tutta questa congerie di esseri elementari dalle attribuzioni sovrapponibili ed estremamente similari, appartiene al ciclo titanico che ha preceduto quello olimpico. Essi, tutti insieme, così come ci vengono dati dalla tradizione, sembrano personificare le forze del caos e del disordine la cui distruzione è indispensabile per ristabilire un nuovo ordine cosmico. Le Gorgoni in particolare hanno una specificità che risalta dai loro nomi: Steno, Euriale e Medusa sono tutti nomi che hanno relazione col mare, mentre lo stesso termine collettivo che le designa esprime un’idea similare. Venivano descritte come particolarmente orribili, tali da “pietrificare” chiunque le guardasse. A parte i serpenti posti sulla testa, che riprendono un motivo presente in Echidna, Ladone e Orthros, venivano loro attribuite “mani di bronzo” e “zampe di cinghiali”. E’ questa la precisa “signatura” della loro appartenenza al ciclo dei “giganti” che la tradizione pone sempre in relazione con un continente scornparso posto sul mare ad Occidente, mentre il cenno alle “zampe di cinghiali” quale attributo di esseri elementari e del disordine, è tipico della casta guerriera in rivolta contro i legittimi detentori della sapienza sacra. Il Guénon a questo proposito ha dimostrato che il simbolismo della casta guerriera è femminile, perché i guerrieri hanno in proprio un tipo di spiritualità che procede da Prakriti, ossia dalla “potenza primigenia” da cui si origina ogni aspetto della manifestazione. Ora, secondo la notizia dataci da Pausania e da Diodoro Siculo, le Gorgoni anticamente sarebbero state “donne guerriere” che, nel linguaggio razionalistico di questi autori, non è che un modo per esprimere la loro appartenenza al ciclo dell’età del bronzo e perciò ad Atlantide e ai “giganti” prediluviali, ossia ancora a quei guerrieri in rivolta contro l’autorità dei brâhmana, sterminati da Parashu-Râma. 

La sola ad essere Mortale tra le Gorgoni è Medusa, quella che sembra aver personificato tutti gli attributi che appartenevano collettivamente alle tre sorelle, e che Omero ci descrive come “gigantesca”. Delle tre sorelle è il suo nome quello più in relazione con la “sovranità”(come il re Kartavirya del ciclo indù), ma una sovranità che pare essere labile a causa della sua natura 
mortale. Per poter recidere la testa di quest’essere, Perseo è guidato da Athena (la “sapienza” divina) che lo protegge e gli dà la “falce” con la quale I’Eroe staccherà la terribile testa-come la “doppia ascia” di Parashu-Râma, donata all’eroe da Shiva. E’ questo un punto fondamentale per la nostra argomentazione: Perseo è sempre in armonia con la sapienza divina, è “guidato” da essa, mentre i suoi nemici sono per eccellenza “ribelli” che, come tali, hanno scatenato il caos e il disordine. Nel loro essere e nella loro azione costoro sembrano aver trasformato la “potenza”, che è inerente alla loro “vocazione” guerriera, in puro tumulto e perciò in ribellione.

Dal collo della Medusa fuoruscirono il cavallo alato Pegaso e I’eroe Crisaore, quest’ultimo forse una specie di “doppio” di Perseo che avrà un ruolo insignificante nella mitologia ellenica e il cui nome sigifica “dall’arma dorata”. Il cavallo bianco è un simbolo abbastanza diffuso e in India è rinvenibile come veicolo specifico del Kaikin-avatâra, la 10a “discesa” di Vishnu che alla conclusione dei tempi metterà fine all’empietà e preparerà un nuovo ciclo cosmico. Nella tradizione di Parashu-Râma però, troviamo il furto, da parte dell’empio re Kartavirya, della “vacca dell’abbondanza” (Kâma-dhemu) che simbolizza la “pienezza· sapienziale”. Per i suoi attributi il simbolo ellenico non è sovrapponibile a quello indù, tuttavia resta il fatto che Pegaso fuoriesce dal collo della Medusa come se finalmente potesse riacquistare una sorta di libertà, quasi che la Medusa (= la “sovrana”) si fosse appropriata di qualcosa che non le apparteneva e che semplicemente stava custodendo. 

Un altro ciclo di leggende può contribuire a sviluppare tutta questa serie di problemi. Nel suo peregrinare Perseo giunge in Etiopia dove regnano Cefeo e sua moglie Cassiopea. A causa dell’empietà di costoro, il dio Poseidone aveva mandato per devastare il paese un mostro marino “con una testa di cinghiale”. Per poter arrestare tale calamità Cassiopea lega ad una rupe la 
figlia Andromeda per immolarla al mostro e ridare pace e fertilità all’Etiopia. Il termine “etiopia” deriva dalla radice aith-col significato di “bruciare”, ma anche di “splendere”, dato che qui la radice aith- è quella propria ad un fuoco che “brucia”. Essa si riferisce non ad un paese abitato da popoli di razza nera, ma ad uno popolato da una razza rossa che il simbolismo spaziale pone sempre ad Occidente, come d’altronde ci dice esplicitamente la tradizione che vuole Poseidone come il dio proprio degli Etiopi, percià stesso assimilati agli Atlantidi. Ciò che puo aiutare a capire questo punto è il fatto che la razza rossa è detta abitare quella “terra del Toro’ di cui è questione presso diverse tradizioni, sulla quale per es. nel mitologema di Zeus ed Europa si hanno elementi abbastanza chiari. La tradizione ellenica ci dice precisamente che Europa era figlia del re Fenice (phoinix = “porpora”), il “rosso”. Il cui radicale ritroviamo ancora in phoinios, “rosso” e, riferito ai raggi del sole al tramonto, phoinos, “rosseggiante”. 

La figura di Cefeo (che almeno secondo una versione del mito risulta essere figlio del re Fenice) è piuttosto sbiadita, non ha rilievo e sostanzialmente sembra essere una specie di opaco riferimento per una narrazione che in realtà intende evidenziare il ruolo di Cassiopea, la “basilissa”, la “regina” che in arcaiche raffigurazioni della volta celeste siede su un trono formato da conchiglie, con i piedi che toccano il circolo polare, mentre un po’ più lontano si trova Coetus, il mostro marino, forse una balena che devasta I’Etiopia. Il mito ci dice che fu l’arroganza di Cassiopea a provocare l’ira degli dèi, la sua pretesa di essere la più “bella” un attributo, questo, che è compreso nel termine kosmos. E’ l’empietà tipica dei re in rivolta, della casta guerriera (che abbiamo visto avere in proprio un simbolismo femminile) che non riconosce più I’autorità spirituale o, peggio, attribuisce a se stessa tale autorità. Ora, le tradizioni di tanti popoli pongono tale rivolta in rapporto proprio al continente di Atlantide e alla razza rossa che lo popolava, mentre nell’Ellade essa viene specificata nel modo migliore nel mitologhema della caccia a certi cinghiali, oppure nel presentare tale simbolo associato all’idea del caos, così che si ritrova proprio nel mito di Perseo, nella balena “a testa di cinghiale” che egli uccide, liberando però Andromeda, che nei termini della tradizione indù non è altro che la sua shakti = la “sposa-potenza”.

Secondo i dati frammentari del ciclo di Perseo a noi giunti, si può affermare che le sue vittorie introducono un nuovo ciclo cosmico, probabilmente in relazione alla distruzione di Atlantide, la quale all’inizio, prima della ribellione di cui abbiamo parlato, era un centro regolare “emanato” da quello polare, un suo riflesso che ne adattava la spiritualità, spesso riproducendone i simboli. Alla distruzione di tale centro (ormai diventato elemento di infezione e di disordine) e ai cambiamenti astronomici relativi allude probabilmente la conclusione del mitologhema di Perseo. Dopo tante avventure I’Eroe torna ad Argo e qui uccide incidentalmente lo zio Acrisio colpendolo alla coscia con un disco. Il Guénon ha spesso rilevato che il termine greco per “coscia” mêros, non fa che riprodurre foneticamente la Montagna cosmica degli indù, il Mêru, I’Axis Mundi, secondo una curiosa assimilazione che può trovare una sua spiegazione nelle leggi compositive delle lingue sacre. Il “disco”, poi, non è che un simbolo dell’equatore celeste che si sposta e “colpisce” I’axis mundi, determinando una nuova strutturazione celeste. Aggiungeremo che sono forse tali cambiamenti che hanno determinato riferimenti astronomici nuovi, ai quali allude la situazione celeste delle costellazioni Cefeo, Perseo, Andromeda, Cassiopea e Coetus, ossia di alcuni protagonisti della “discesa” divina simbolizzata dall’Eroe ellenico. 

Resti del tempio di Sturno, oggi.

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Note

1) Abbiamo analizzato questo periodo di passaggio in N. D’ANNA, La religiosità arcaica dell’Ellade, Edizioni Culturali internazionali di Genova (ECIG), Genova 1986 2a ed., che è bene aver presente per capire quanto diremo in questo studio. Sui cicli cosmici, cfr N. D’ANNA, Virgilio e le Rivelazioni divine, cap ⅠⅠⅠ (“I cicli cosmici e il regno di Saturno”), ECIG, Genova 1989, pp 49-68.

2) Circa ogni valutazione o utilizzazione del pensiero di “Geticus”  lasciamo al nostro collaboratore ogni responsabilità, dal momento che già piú volte la nostra rivista si è espressa molto negativamente (n.d.R).

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Articolo di Nuccio D’Anna “Parashu-Rama e Perseo” – Pubblicato in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990

 

 

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