⁠⁠⁠INANNA, REGINA DEL CIELO E DEA DELL’AMORE

La dèa degli inferi Inanna raffigurata come “Queen Of The Night” (“La regina della notte”). Originariamente catalogata come “rilievo Burney”, questa immagine fa parte della collezione Norman Colville ed è conservata al British Museum di Londra.

 

Inanna era un’antica dea sumera, “Anunna” dell’amore, della sensualità, della fertilità, della procreazione e della guerra.

Denominata successivamente “Ištar” dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi, è identificata successivamente dagli Ittiti con “Šauška”, “Astarte” dai Fenici (un’altra traslitterazione è “Ashtart”; nella lingua ebraica biblica il suo nome è עשתרת (traslitterato Ashtoreth), in ugaritico ‘ṯtrt – anche ‘Aṯtart o ‘Athtart, traslitterato Atirat – e in accadico è As-tar-tu); ella era Afrodite per i Greci e Venere per i Romani.

In tutti i racconti antichi viene associata al pianeta Venere, il qual fatto permette di associare il suo nome a quello di “Signora della Luce Risplendente“.

L’iconografia della dea è associata anche alla stella a otto punte (un simbolo che si ritrova successivamente nell’iconografia cristiana correlato alla Vergine Maria).

Il simbolo della stella a otto punte rievoca il fatto che il pianeta Venere ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di 8 anni terrestri, cosa già ampiamente conosciuta dagli astronomi in epoca sumera.

Ishtar/Inanna raffigurata come una guerriera che presenta i prigionieri di guerra al re

La più antica attestazione del nome di questa antica divinità è riscontrabile in alcune tavole di argilla rinvenute nell’antico complesso templare dell’Eanna (nell’antica città sumera di Uruk) e risalenti ai periodi del tardo Uruk-Gemdet Nasr, quindi intorno al 3.400-3.000 a.C., risultando tracciato con i segni più antichi come i pittogrammi, mentre quelli le indicazioni più recenti sono riportate in maniera più astratta.

Inanna è considerata come una delle più importanti divinità di tutto il vasto Pantheon mesopotamico. In alcuni miti viene descritta come figlia del dio del cielo ANU, il padre degli Anunnaki, divinità suprema del vasto Pantheon mesopotamico, mentre in altri appare come figlia di Nanna/Sin, Dio della luna e della saggezza, e in altri ancora è indicata come figlia del Dio Enki.
Come figlia di Nanna, era la sorella gemella dell’Anunna solare Utu/Shamash. Era soprannominata dai sumeri “Anunita” (o Anunitu), poiché era la preferita del grande Anu, il padre degli dèi che dimorava in cielo e che usava giacere con lei quando veniva in visita sulla terra.

Ella fa parte del clan degli Anunnaki Enliliti (cioè del clan di Enlil) in contrapposizione agli Anunnaki del clan di Enki, fratellastro ed eterno rivale di Enlil.

A volte viene ritratta come una giovane ragazza che sta sotto l’autorità patriarcale, altre volte invece come una figura ambiziosa che cerca in ogni modo di espandere la propria sfera d’influenza.

Inanna è il soggetto principale ritratto nel “Rilievo Burney” – anche se, a dire il vero, non c’è comune accordo tra gli studiosi su questa rappresentazione, e alcuni vedono nella donna ritratta Kisikil-lilla-ke (Lilith) presente nell’epopea di Ghilgameš, oppure la dea Ereshkigal, sorella di Inanna e regina del mondo sotterraneo.

Il “Rilievo Burney” è un altorilievo di terracotta di fattura si crede paleobabilonese, risalente al regno di Hammurabi di Babilonia (1792-1750 a.C). Alto 50 cm., fa parte della collezione Norman Colville conservata al British Museum di Londra.

Prende il nome dal suo scopritore, ma è famoso sopratutto per essere stato soprannominato ufficialmente “Regina della Notte” (“Queen of the Night” in inglese) durante una mostra tenutasi nel 2003.

Attraverso le opere scritte dall’alta sacerdotessa e poetessa Enheduanna (2.285-2.250 a.C.), figlia del mitico Re Sargon iniziatore della leggendaria dinastia di Akkad (2.334-2.279 a.C.), Inanna fu assimilata ad Ishtar e identificata come una divinità della vegetazione e della rinascita.

Ištar armata, rilievo in terracotta dell’inizio del secondo Millennio a.C., proveniente da Eshnunna

La “Regina del Cielo” divenne sicuramente la dea più popolare di tutta la mezzaluna fertile. La studiosa Gwendolyn Leick – famosa per aver pubblicato molti testi sulla storia della Mesopotamia – ha scritto a tal proposito: “Inanna era la più importante dea sumera e patrona di Uruk. Il suo nome era scritto con un segno che rappresenta un gambo di canne legato in cima con un cerchio. In questo modo esso appare nei più antichi testi che ci sono pervenuti della metà del IV millennio a.C.. Essa è anche citata in tutti gli elenchi relativi ai primi periodi della civiltà sumera ed era menzionata tra le quattro principali divinità sumere insieme a Anu, Enki e Enlil.
Nelle iscrizioni regali del primo Periodo Dinastico, Inanna è spesso invocata come protettrice speciale dei Re. Sargon di Akkad invocava il suo sostegno in guerra e in politica.
Sembra che durante il terzo Millennio a.C. ella abbia prerogative marziali, che potrebbero derivare da un sincretismo con la figura della divinità semitica Ishtar.
Il principale santuario di Inanna era l’Eanna (la “Casa dei cieli”) a Uruk, anche se aveva templi o cappelle a lei dedicati nella maggior parte delle città”.

La dea appare in molti antichi miti mesopotamici, in particolare quello di Inanna e dell’albero di Huluppu (un mito della creazione dell’inizio), di Inanna e del Dio della Sapienza (in cui lei porta la conoscenza e la cultura alla città di Uruk, dopo aver ricevuto i doni – i ME – dal Dio Enki [mentre questi era ubriaco]), del corteggiamento di Inanna e Dumuzi (la storia del matrimonio di Inanna con il dio-vegetale o della vegetazione) e nel poema più noto come “La discesa di Inanna” (circa 1.900-1.600 a.C.), nel quale la Regina del Cielo viaggia nel mondo sotterraneo, dimora della sorella Ereshkigal.

Oltre a queste opere e inni brevi dedicati a Inanna, ella è anche nota grazie al più lungo e complesso inno scritto da Enheduanna in onore della sua dea personale e della patrona di Uruk: Inninsagurra, Ninmesarra e Inninmehusa, che si traducono come “La Madre dal grande cuore”, “L’esaltazione di Inanna” e “La dea dai poteri tremendi”, tutti e tre bellissimi inni che hanno influenzato generazioni di abitanti della Mesopotamia nella loro comprensione della dea e della sua elevazione da una condizione di divinità locale ad una di divinità suprema.

La sua ambizione personale è attestata in una serie di opere che la caratterizzano.
Il Dr. Jeremy Black (1955-), storico e docente di Storia presso l’Università di Exeter, scrive: “Violenta e lussuriosa dopo aver ottenuto il potere, Inanna sta accanto ai suoi Re preferiti mentre essi combattono. In un poema sumero Inanna è descritta mentre lotta contro il “Monte Egih”. Il suo viaggio verso Eridu per ottenere i “ME” e la sua discesa nel mondo sotterraneo sono descritti come destinati ad accrescere la sua energia”.

INANNA E L’ALBERO DI HULUPPU

Nel noto racconto di “Inanna e l’albero di Huluppu” si narra che la dea avesse trovato un albero chiamato “Huluppu” sulle sponde del fiume Eufrate che era stato sradicato dall’erosione dell’acqua; ella lo prese con sé per piantarlo nel suo giardino con l’intenzione di utilizzarne la legna per creare il proprio trono e il proprio letto. Dopo dieci anni però, quando l’albero era cresciuto, non poté essere più utilizzato per quello scopo.

“Quindi un serpente, che non può essere incantato
fece il suo nido tra le radici dell’albero Huluppu.
L’uccello Anzu mise i suoi piccoli tra i rami dell’albero
e la vergine oscura Lilith costruì la sua casa nel tronco”.

Inanna, la giovane dea che sorrideva sempre, a questo punto pianse a dirotto ma non risolse la situazione. Chiamò in aiuto il fratello Utu/Shamash che però non l’aiutò, e così si rivolse al grande eroe semi-divino Gilgameš che, dotato di una forza fuori dal comune, colpì il serpente tra le radici; l’uccello Anzû fuggì quindi insieme ai suoi piccoli verso le montagne e lo stesso fece anche Lilith che si diresse verso i luoghi selvatici. Consegnato l’albero Huluppu alla dea, ella trattenne per sé le sue radici che trasformò in pukku (tamburo) e traendo dai suoi rami il mekku (le bacchette per suonare il tamburo).
Impadronitosi di questo strumento musicale, costrinse i giovani di Uruk a danzare al suo ritmo fino allo sfinimento. Giunta la sera, posò lo strumento, ma il pukku e il mekku precipitarono agli Inferi.

Questo racconto è particolarmente interessante perché in esso possiamo osservare la presenza di “Lilith”, una figura molto nota nella cultura Mesopotamica e che poi sarebbe diventata nelle leggende ebraiche addirittura la prima moglie di Adamo, precedendo dunque “Eva”, considerata dall’esegesi cristiano-cattolica la “prima donna” ovvero la capostipite dell’umanità di genere femminile. Lilith dunque potrebbe essere stata assorbita dalla cultura ebraica direttamente dal corpus letterario babilonese durante la prigionia (cattività) in Babilonia, così come da altri culti ed antichi eventi rimasti nella memoria, come ad esempio il Diluvio universale presente nell'”Epopea di Gilgameš” e altri fatti narrati sopratutto nel libro della Genesi.

* * *

Nella mitologia fenicia e nella tradizione ebraica appare come la divinità Astarte, a cui viene attribuito il ruolo di “Elohim”.

Nel mito greco “Il Giudizio di Paride” – ma anche in altri racconti degli antichi Greci – Inanna viene identificata con la dea Afrodite, tradizionalmente associata a Inanna per via della sua incantevole bellezza ed estrema sensualità. Inanna viene sempre descritta come una giovane donna, mai come madre o come una moglie fedele, pienamente consapevole del suo potere femminile e che fa fronte alla vita con coraggio senza timore di come sarà percepita dagli altri, specialmente dagli uomini.

Nell'”Epopea di Gilgameš”, il famoso ciclo epico di ambientazione sumerica, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla (2.700 – 1.400 a.C.), Inanna appare come Ištar, una dea dalla sessualità promiscua, gelosa e vendicativa.

I suoi appellativi sono “Argentea” e “Donatrice di Semi” e, come la sua controparte sumera, governava la fertilità e il raccolto.

In epoche successive divenne anche protettrice delle prostitute e dell’amore sessuale. Era la dea delle tempeste, dei sogni e dei presagi e distribuiva agli uomini potere e conoscenza tramite i “ME” sottratti al dio Ea/Enki.

Uno dei suoi simboli era il bastone con i serpenti intrecciati, simile a quello portato dall’Anunna Enkilita Ninsghizidda, a quello tipico dell’eroe divino civilizzatore delle Americhe “il serpente piumato” Quentzacoatl, allo scriba degli dèi Toth e a quello portato da molte altre divinità dell’antichità.                        

Uno dei monumenti più famosi dedicati alla dea Inanna è senza dubbio la “Porta di Ištar“, che era l’ottava porta della città interna di Babilonia. Essa fu costruita attorno al 575 a.C. sotto il regno di Nabucodonosor II, nella parte nord della città.

La ricostruzione della porta di Inanna fatta dal “Pergamonmuseum” di Berlino

 

Dal 1930 la porta si trova conservata al “Pergamonmuseum” di Berlino, ricostruita con i materiali recuperati dagli scavi condotti dal noto archeologo tedesco Robert Koldewey, insieme ad una parte della “Via Processionale” che passava sotto di essa.

La struttura era in realtà una doppia porta di cui ciò che è in mostra nel Pergamonmuseum è solo la più piccola parte frontale. L’ingresso posteriore, più ampio, è custodito nei magazzini del museo, mentre altre parti della porta, e due leoni della Via Processionale si trovano in altri musei sparsi nel mondo.

I decori principali della porta sono: leoni, tori, draghi e fiori. Le maioliche sono costruite con lapislazzuli e rivestite con finissima ceramica invetriata. Una più piccola riproduzione della porta è stata costruita in Iraq sotto Saddam Hussein come entrata ad un museo che però non fu completato.
Danni alla riproduzione avvennero durante la guerra in Iraq per colpa degli eserciti statunitensi che, come si venne a sapere in seguito, avevano l’ordine di distruggere gli antichi monumenti conservati nei musei iracheni.

Il culto di Ištar si diffuse anche in Egitto, si pensa durante la XVIII dinastia. Secondo la tradizione il culto potrebbe essere stato importato in Egitto dal faraone Amenhotep III (Tebe, 1.400/1.390 a.C. circa – Malkata, 1.350 a.C. circa) con la richiesta fatta a Tushratta, sovrano del regno dei Mitanni, di poter avere una statua della dea conservata nell’antica e famosa città assira di Ninive allo scopo di sanare una malattia che aveva afflitto il dignitario egizio.

Nell’iconografia egizia la dea è talvolta raffigurata nell’atto di allattare. Nell’epopea di Gilgameš, questi rifiuta le sue proposte sessuali, rinfacciandole che nessun uomo è mai rimasto vivo fino all’indomani mattina dopo avere giaciuto con lei nella notte. Inanna quindi per vendicarsi del rifiuto di Gilgameš gli inviò Gugalanna, il terrificante “toro del cielo”. Gugalanna, “i cui piedi fanno tremare la terra”, era stato il primo marito della sorella di Inanna Ereshkigal, la dea del “regno dei morti”.
Gugalanna però venne trafitto a morte nello scontro dalla spada di Gilgameš e smembrato poi da Enkidu. La dea Inanna/Ištar osservò la scena dall’alto delle mura della sua imponente città; Enkidu, sfidando la dea, prese una coscia di Gugalanna e la mostrò agitandola dinanzi alla dea, minacciandola che avrebbe fatto lo stesso con lei se fosse riuscito a catturarla. Per la sua empietà e sfrontatezza, Enkidu morirà durante il viaggio che svolgerà successivamente insieme all’amico di mille avventure Gilgameš, quando si incamminarono verso il “Paese delle Montagne”, dove si trovava la “Foresta di Cedri”, e lì avrebbero raccolto legname per costruire una enorme porta da dedicare al dio Enlil.

La morte di Enkidu è il fulcro catalizzatore di tutta l’epopea, e fu proprio questo triste evento che fece riflettere l’eroe Gilgameš sul senso della vita, e lo spinse ad incamminarsi in un lungo viaggio per cercare di ottenere l’immortalità.
Inanna, dunque, è fondamentale nella storia e per il destino di uno dei più grandi eroi dell’antichità.

Sicuramente però il racconto più famoso in cui compare Inanna è il poema principale a lei dedicato, e cioè “La discesa di Inanna agli Inferi”, che inizia subito dopo gli eventi appena raccontati.

LA DISCESA DI INANNA AGLI INFERI

Decorazione del cilindro che descrive la discesa di Inanna agli inferi. Credit: Istituto orientale presso l’Università di Chicago

“La discesa di Inanna” (conosciuto anche come “La discesa di Inanna agli inferi” oppure “La discesa di Inanna nel mondo sotterraneo”) è un famoso poema dedicato alla dea Inanna, uno tra i più famosi ed importanti dell’intero corpus letterario dell’antica Mesopotamia. Questo antico evento, raccontato in forma di poema, era scritto originariamente in cuneiforme e inciso su tavole di argilla. La discesa di Inanna racconta del viaggio dell’eroina in forma allegorica nel mondo sotterraneo per visitare o sfidare il potere di sua sorella, che vi era giunta di recente, di nome Ereshkigal.
Si pensa che il poema de “La discesa di Inanna” sia stato composto tra il 3.500 e il 1.900 a.C., anche se è stato suggerito da alcuni studiosi che potrebbe essere stato compilato in una data ancora precedente.
Questo famoso poema contiene 415 righe, mentre la versione accadica, nota come “La discesa di Ištar”, rinvenuta nei pressi dei siti archeologici assiri di Assur e Ninive, viene raccontata invece in sole 145 righe.

Rispetto alla versione sumera vi sono però alcune importanti variazioni sia nello stile della narrazione che nella caratterizzazione dei personaggi, a cominciare proprio dalla protagonista. Alcuni studiosi credono che questa differenza sia dovuta all’influenza crescente del patriarcato, che col tempo diminuì sempre di più l’influenza matriarcale e con ciò l’importanza del ruolo delle divinità femminili durante il II millennio a.C..

“La discesa di Inanna” inizia con i seguenti versi: “Dal grande paradiso ella si immerse nel mondo di sotto. Dal grande paradiso la dea mise la sua mente nel grande abisso. Dal grande paradiso Inanna mise la sua mente nel grande abisso. La mia padrona abbandonò il cielo, abbandonò la Terra e scese nel mondo sotterraneo. Inana abbandonò il cielo, abbandonò la Terra e scese nel mondo sotterraneo”.

Una spiegazione dell’interesse di Inanna per il mondo sotterraneo secondo alcuni ricercatori è da ricercare nelle ambizioni della dèa, in quanto ella sperava di estendere la sua sfera d’influenza fino a quel regno, la cui regina era invece la sorella Ereshkigal. Inanna si mise d’accordo con il suo primo ministro (donna), Ninshuba, dicendole che, se Inanna non fosse tornata entro massimo tre giorni e tre notti dal sottosuolo, il ministro avrebbe dovuto organizzare grandi cerimonie funebri e avrebbe dovuto chiamare gli Anunnaki perché corressero in suo soccorso. Presi questi accordi, Inanna cominciò la sua discesa nel mondo sotterraneo. Al primo dei sette cancelli degli inferi (o del mondo sotterraneo), la giovane dèa venne fermata dal custode, Neti, che le chiese il motivo della sua visita. Inanna informò il guardiano che vi si era recata per rendere omaggio a sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba, e per portarle le sue condoglianze per la morte di Gugalanna, suo marito, il “toro del cielo” ucciso da Gilgamesh e da Enkidu.

Questa tavoletta cuneiforme di terracotta raffigura il mito di “Inanna che preferisce l’agricoltore”. In questo mito Enkimdu (il dio dell’agricoltura) e Dumuzi (il dio del cibo e della vegetazione) cercano di conquistare la mano di Inanna
Ereshkigal, sorella di Inanna e regina del mondo sotterraneo (gli inferi)

Quando sua sorella Ereshkigal ricette la notizia non fu affatto soddisfatta e ordinò al suo guardiano che le sette porte degli inferi fossero bloccate per impedirne l’accesso alla sorella. Il guardiano Neti quindi obbedì e chiuse tutte e sette le porte degli inferi. Ad Inanna fu permesso solo di attraversare un cancello alla volta e, prima di ogni cancello, era tenuta a rimuovere un pezzo alla volta del suo abito regale. Così accadde ad ogni cancello. Pezzo dopo pezzo Inanna dovette rinunciare a tutti i suoi gioielli e ai suoi ornamenti finché, attraversando l’ultimo dei cancelli, si ritrovò splendidamente nuda di fronte alla sorella Ereshkigal, sovrana del regno sotterraneo.
Inanna, spogliata dai suoi averi, si ritrovò dunque nuda ed inerme dinnanzi alla sorella. Ereshkigal volse i suoi occhi di pietra su sua sorella venuta dal mondo di sopra trasformandola in un istante in un “cadavere inanimato” lasciandola poi “appesa ad un gancio per tre giorni e tre notti”.

Al suo sguardo Inanna perse la sua vitalità e rimase per tre giorni e per tre notti come un cadavere, giacendo inerme nel regno sotterraneo. Visto che Inanna non aveva fatto ritorno al suo regno celeste nei giorni da lei prestabiliti, la ministra Ninshuba fece ciò che le era stato ordinato dalla dèa.
Si mise quindi alla ricerca di Enki (che in questa versione della storia era il padre della dèa) che, venuto a conoscenza della situazione, corse subito in suo aiuto. Enki, con lo sporco che aveva sotto le unghie, diede vita a due strane creature, “Kurgarra” e “Galatur”, e le inviò nel mondo sotterraneo insieme a cibo e acqua per riportare in vita Inanna che vi giaceva inerte.

Inanna venne recuperata con successo dalle creature create da Enki ma era previstoche  nessuno potesse lasciare il mondo sotterraneo se non fosse stato trovato un sostituto che rimanesse per sempre al suo posto nella “Terra del Giudizio” (gli inferi).

Inanna, ormai libera, giunse ad Uruk, la sua città sacra, ma inaspettatamente trovò che il suo amante Dumuzi non era affatto a lutto, anzi in sua assenza si era appropriato del suo posto di comando. Infuriata per tanta presunzione, la dèa ordinò che proprio lui fosse portato come suo sostituto nel regno di Ereshkigal (degli inferi). Fortunatamente per Dumuzi, la sua affezionata sorella Gestinanna lo seguì nel mondo sotterraneo e ottenne da Ereshkigal la vita del fratello per la metà di ogni anno, la metà d’anno in cui le piante del deserto fioriscono, perché Dumuzi era il dio della vegetazione.

In alcune versioni del racconto fu la stessa Inanna, e non Gestinanna, a liberare Dumuzi. In altre versioni ancora della storia fu proprio Dumuzi, per amore nei confronti di Inanna, a sacrificare la propria libertà e permettere così alla dèa di ritornare alla vita.

Inoltre, la tristezza di Geshtinanna, sorella di Dumuzi, commosse Ereshkigal a tal punto da permettere a Dumuzi di tornare sulla terra durante l’estate e la primavera.

Come per il mito greco di Persefone e Demetra, questo evento è generalmente preso ad esempio come spiegazione per il cambiamento e la variazione delle stagioni.

LA “GUERRA DELLE PIRAMIDI”

Inanna combatte contro Marduk/Ra (raffigurazione da un cilindro sumero)

Della dea Inanna dalle tavolette sumere viene fuori, come abbiamo visto, un ritratto vivace e molto battagliero.
La dèa aveva sposato Dumuzi sperando di trarre dall’alleanza col marito nuove opportunità per espandere i propri domini. Accadde però che Dumuzi fosse stato assassinato per motivi non chiari: i miti sumeri narrano che il motivo fu o una vendetta per aveva osato usurpare il trono della dèa stessa quando questa giaceva inanimata nel mondo sotterraneo la cui custode era sua sorella Ereshkigal, o perché Dumuzi era caduto e dunque morto affogato in un fiume.

Fatto sta che Inanna restò da sola e per nulla rassegnata a diminuire le proprie possibilità di espansione: ella inoltre accusò il dio Marduk/Ra di essere responsabile della morte di suo marito e dunque del fallimento (temporaneo) della sua sete di espansione.
Decise quindi di intraprendere una guerra vera e propria contro il dio Marduk/Ra. L’impresa era ardua, e suo padre Anu l’aveva scoraggiata dal compiere un tale azzardo. La donna, equipaggiata di tutto punto di ogni genere di armi, decise di affrontare l’impossibile: le tavolette sumere raccontano che assaltò il monte Ebih e riuscì, alla fine, addirittura a demolirlo.

Ora, che si trattasse di una montagna vera e propria è improbabile, per evidenti motivi; tre informazioni aggiuntive ed esterne alla storia ci potrebbero però far capire che si trattava di altro, forse meno alto di una montagna ma altrettanto sontuoso ed importante, oltre che più familiare: 1) il nome collettivo utilizzato per indicare il “monte Ebih” poteva servire anche ad indicare una “catena” montuosa, un “gruppo di cime”; 2) in un dipinto raffigurante Inanna che fronteggia un nemico armato, si vede sullo sfondo il profilo di tre cime… corrispondenti alle tre piramidi principali della Piana di Giza; 3) c’è il ricordo che, nella Piana di Giza, si trovasse anche una quarta piramide, che era andata “perduta” in circostanze non chiare o di cui non c’era più memoria. Dunque veramente la dea Inanna potrebbe aver demolito (distrutto?) la quarta piramide (nera) che era presente nella Piana di Giza.

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