di Denis Saurat
CAPITOLO III – TIAHUANACO
Presso il lago Titicaca, nelle Ande, a circa quattromila metri d’altitudine, si trovano le rovine di diverse città ammucchiate l’una sopra l’altra. Fino al giorno d’oggi, l’esistenza di queste rovine è rimasta inesplicabile. I discepoli di Hoerbiger enunciano una tesi generale che permette di concepire come queste enormi pietre si trovino a quell’altezza, in una regione che dove la vita normale dell’uomo, è pressoché impossibile. Ma una esplorazione scientifica resta ancora da farsi. Alcuni caratteri rivelati rivelati fino a oggi costituiscono, presi nel loro insieme, una schiacciante conferma delle teorie di Hoerbiger, tanto più che la teoria generale dello scienziato viennese non deve niente, per la sua origine, a questa archeologia. Si è trovato che i calcoli di Hoerbiger sulla luna terziaria, sulla marea permanente e sulla caduta del satellite sono confermanti da una esperienza preistorica. Se le tesi di Hoerbiger di dimostrassero false, bisognerebbe inventarne altre, molto simili, per spiegare Tiahuanaco(1). Il primo fatto schiacciante è d’ordine geologico. Si è potuta studiare una linea di sedimenti marini che si stende ininterrottamente per quasi settecento chilometri. Questa linea comincia presso il lago Umayo, nel Perù, a circa cento metri d’altezza al disopra del livello del lago Titicaca, e passa a Sud di questo lago, a 30 metri al di sopra dell’acqua, e termina inclinandosi sempre più in basso, verso meridione, al di là dal lago Coipusa, 250 metri più in basso della sua estremità settentrionale. Inoltre, questa declinazione non è una retta, ma una curva. Per un quarto della distanza, la linea dei sedimenti discende di 30 centimetri per chilometro, e nell’ultimo quarto di circa 60 centimetri. Lungo questa linea vi fu quindi un mare. Quel mare non era orizzontale per rapporto al nostro orizzonte. La superficie di quel mare era curva, e molto più di quanto sia la superficie dei nostri oceani e della Terra in generale. I geologi hanno avanzato l’ipotesi di un innalzamento del continente sud-americano al di sopra del mare attuale. Tesi poco soddisfacente perché non si vede bene da dove sarebbe venuta la tremenda forza necessaria. 1) Tutto questo capitolo è un sunto del bel libro di H. S. Bellamy:Built before the flood-The problem of Tiahuanaco. Faber, London, 1947. Mentre le date sono tratte da libri più recenti:The calendar of Tiahuanaco by Bellamy and Allan, 1956. The Great Idol of Tiahuanaco pure di Bellamy and Allan, 1957. Inoltre, com’è possibile che questo sollevamento di un paese di montagna così accidentato abbia lasciato regolare una linea di sedimenti tanto lunga? Quella linea sarebbe stata spezzata in migliaia di frammenti non identificabili da un simile sollevamento. Infine, perché la linea di sedimenti presenterebbe una curva definita in modo così preciso? I cataclismi, anche lenti, non seguono affatto le geometrie regolari. La spiegazione di Hoerbiger è migliore. La marea permanente causata dalla vicina Luna Terziaria aveva accumulato l’acqua fino a quella altezza e l’anello che l’acqua formava era per legge naturale regolare e convesso, ed è durato un tempo sufficiente per depositare i suoi sedimenti sulle montagne già esistenti. Così, i presupposti del 1948 dei geofisici sono rispettati(1) Ora, questo antico lido passa davanti le rovine di Tiahuanaco, che era dunque, alla fine del Terziario, un porto sul mare. Le pietre stesse di queste rovine presentano caratteristiche che non si riscontrano in nessuna altra parte del mondo. La civiltà primaria delle Ande non rassomiglia a nessun’altra posteriore e le sue singolarità si comprendono soltanto se riferite a una data infinitamente antica. Ecco qui, per prima cosa, una pietra di circa 9 tonnellate, scavata sulle sue sei facce da incastri inspiegabili. Architetti d’ingegno e sapienti archeologi hanno trascorso inutilmente settimane a osservare questi incastri, gli scopi di questi fori geometrici. Questo monolito è alto tre metri e aveva una funzione ormai dimenticata da tutti i costruttori della storia susseguente. Si trovano portali di tre metri d’altezza, quattro metri di larghezza e mezzo metro di spessore, intagliati in un unico masso di pietra con porta e false finestre intagliate e sculture del fregio scolpite nel vivo: il peso supera 10 tonnellate.
Si trovano parti di muro che pesano 60 tonnellate. E si trovano per sostenere altri muri composti di pietre più piccole, massi di arenaria dal peso di oltre 100 tonnellate interrati sotto l’edificio. E, finalmente, ecco le statue gigantesche. Una statua scolpita in una sola pietra è stata trasportata al museo all’aperto di La Paz. Ha 8 metri d’altezza, un metro di spessore e pesa 20 tonnellate. Vi sono decine di statue di questo tipo e ricerche sistematiche non sono ancora state fatte. Ciò nonostante, in scavi appena abbozzati sono state trovate ossa umane in stratificazioni principali, in prossimità di ossa di „toxodonti“, animali scomparsi alla fine del Terziario. Ciò basterebbe a dare una data a questa civiltà, ma l’esame del calendario decifrato nel 1937 porta prove più precise, sebbene non più decisive. Le teste stilizzate di „toxodonti“, sono anche utilizzate nella decorazione dei portali e nella formazione del calendario. L’esistenza simultanea dei costruttori e degli animali terziari non sembra quindi possa essere messa in dubbio. Problema curioso: i monoliti scoperti sembrano essere stati messi in opera da giganti. Mentre le aperture, le porte e le finestre scalpellate, sono di proporzioni umane. E perché gli uomini si sarebbero messi spontaneamente a fare statue alte otto metri, intagliate in un solo masso di pietra? Il lavoro necessario è immane e sarebbe difficilissimo anche oggigiorno, con i mezzi a nostra disposizione. Non è più semplice pensare che queste pietre siano state lavorate dai giganti stessi, sebbene per l’uso e il buon esempio di uomini di proporzioni ordinarie? Vedremo come, per tradizione universale, le arti sono state insegnate agli uomini da “Dei-re-giganti”. I circhi senza tetto potevano servire da sale d’assemblea dove il gigante parlava ai suoi sudditi. Più oltre esamineremo le gesta e le azioni dei selvaggi degenerati del Pacifico occidentale, che continuano a erigere monoliti qualche volta scolpiti in onore di antenati divini, i quali, un tempo lontano, erano stati i loro Re giganteschi. Anche la Bibbia, lo vedremo, ci parla di tribù della Palestina che avevano per Re dei giganti.
1) Nel Settembre del 1956, P.M.S. Blackett, presidente della
British Association, ha riferito al congresso annuale
(Sheffield) che scoperte poste-riori al 1950 sul magnetismo
delle rocce provavano, viceversa, che immensi cambiamenti
erano avvenuti nella posizione e la forma dei Continenti. La
geofisica entrerebbe così in un nuovo periodo, e nessuna delle
date o delle teorie accettate prima del ’50 sarebbe valevole.
Comunque, tutto questo non muta nulla per la nostra tesi
principale sui giganti. Nel 1956, il dott. Pei, dell’Accademia
delle Scienze di Pechino, ha scoperto oltre una cinquantina di
resti di giganteschi ominidi (sia di uomini che di scimmie di
400.000 anni fa) nella Cina del Sud. La cifra da 300.000 a
500.000 testa accettabile per le razze gigantesche.
Perché vi sarebbe stato un gigantismo delle statue se non vi fosse mai stato un gigantismo degli uomini? Ancora ai giorni nostri, i selvaggi di Malekula cercano di sottrarsi al compito di erigere monoliti e li sostituiscono con statue o anche semplici pali di legno, più leggeri da trasportare, più facili da scolpire. Valide e potenti ragioni hanno dovuto motivare la erezione dei giganti di pietra dell’isola di Pasqua. Lo stato di civiltà perfetta di Tiahuanaco, riflesso nel volto stesso dei colossi, ci spinge a immaginare che esse rappresentano uno dei punti di partenza dell’umanità. I colossi scolpiti sono stati eretti in comunità civilizzate, dove il lavoro si faceva in comune e in armonia, tra giganteschi e benevoli maestri e folle umane riconoscenti, così come sono state costruite le nostre cattedrali. Ma in queste comunità del Titicaca, le caste regali erano giganti e sembra che abbiano voluto anch’essi aiutare a fare il lavoro. Possiamo pensare che gli stessi Egiziani, allorché costruirono i loro colossi per i loro Dei-Re, si ricordarono dei tempi felici quando il gigante Osiride aveva loro insegnato la scultura, e pensarono che era necessario offrire al dio morto una statua delle sue dimensioni, in modo che egli potesse tornare senza trovarvisi impacciato. Ma prima di passare alle caratteristiche intellettuali e spirituali, insistiamo su un altro punto della strana civiltà dell’altipiano delle Ande. Tiahuanaco era un porto di mare, un porto d’acqua salata. Il lago Titicaca è salato e l’esplorazione geologica dei terreni circostanti non rivela sale che possa essersi accumulato nel lago. Il lago è salato perché è l’ultimo resto di un oceano scomparso, l’ultima pozza lasciata a seccare dal mare che scendeva. Le banchine del porto di Tiahuanaco esistono ancora e non sono a livello del lago, ma sulla linea di sedimenti che segnava la marea permanente del Terziario. Hoerbiger ha calcolato che la fascia che formava il sollevamento dell’acqua aveva sommerso cinque grandi isole: si tratta quindi di valutare i volumi di acqua, le altezze delle montagne e la forza di attrazione della Luna d’allora. Restavano al di sopra dell’oceano: le Ande del Titicaca, l’Alto Messico, la sommità della Nuova Guinea e il Tibet. Troveremo conferme quasi scientifiche nelle tradizioni dell’Antico Messico, con periodi suddivisi in un ordine pressoché geologico. Troveremo testimonianze tra i selvaggi della regione della Nuova Guinea. Avremo il diritto di pensare che i giganti mediterranei erano scesi dalle montagne dell’Abissinia, quinta isola. Possiamo legittimamente immaginare che gli uomini di Tiahuanaco, porto di mare, avessero navi che facevano il giro del mondo sul loro mare curvo. Una cultura che si stendeva a tutta la terra abitabile era unificata dai traffici marittimi. Come spiegare altrimenti le sorprendenti rassomiglianze? I cromlechs (1) del Morbihan e quelli di Malekula? I giganti dell’isola di Pasqua? Le leggende della Grecia e quelle del Messico? Frammenti degenerati di una alta civiltà probabilmente mondiale e che si può collocare circa trentamila anni or sono. Sul valore intellettuale di questa civiltà, abbiamo una preziosa testimonianza che sembra irrefutabile: un calendario scolpito sulla pietra. Mezzo conficcato nella melma disseccata, spezzato in due da una fessura in alto, ma tenuto insieme dal suo peso di dieci tonnellate, è stato trovato un portale scolpito, monolitico, alto e largo più di tre metri. Posnansky, il veterano degli studi archeologici boliviani, ha scoperto per primo che si trattava di un calendario e ha potuto determinare i segni dei solstizi e degli equinozi. Il tedesco Kiss, dopo studi sul posto nel 1928 e 1929 ha proposto nel 1937 il deciframento generale dei mesi e delle settimane. Infine, l’inglese Ashton nel 1949 ha interpretato e catalogato tutti i particolari del simbolismo che permettono la conoscenza precisa del funzionamento di questa „macchina scientifica“. Nel 1927, Hoerbiger, servendosi degli elementi che costituiscono le basi delle nostre conoscenze sulla rotazione della Terra, è arrivato alla conclusione che alla fine del Terziario la Terra girava intorno al Sole in 298 giorni, e ogni giorno aveva un po’ più di 29 ore nostre(2). Hoerbiger mori nel 1931 e i suoi calcoli sono negli archivi dell’Istituto Hoerbiger, a Vienna. Solamente nel 1937 Kiss è stato in grado di dichiarare che il calendario di pietra di Tiahuanaco contava 290 giorni. Siccome Tiahuanaco precede di forse cinquantamila o centomila anni la fine del Terziario, la differenza, in teoria, è .accettabile e diventa una prova di più. Fino ad oggi, nessun’altra interpretazione del calendario è stata prospettata, e l’analisi di Ashton, nel 1949, ha confermato interamente le scoperte di Posnansky e di Kiss. Si deve quindi ammettere, fino ,a nuove conclusioni, che i calcoli di Hoerbiger (fatti prima di qualunque interpretazione o anche prima della conoscenza approfondita del calendario), si sono dimostrati confermati dalle osservazioni fatte e registrate alla fine del Terziario. E, reciprocamente, i calcoli provano che è alla fine del Terziario che gli astronomi di Tiahuanaco hanno fatto le loro osservazioni. Ora, questo calendario è migliore del nostro. 1) Enormi pietre, monumenti megalitici, disposte in cerchio, talvolta attorno ad una più grande, che si trovano in Bretagna. I dolmens sono formati da tre massi, i cromlechs da uno.(N. d. T.) 2) Bellamy: op. cit., p. 105.
Non è migliore di quello che i nostri astronomi potrebbero fare se li si pregasse di farne uno. Ma è migliore di quello quotidianamente in uso. Non possiamo certo dire che gli astronomi di Tiahuanaco fossero superiori ai nostri: non ne sappiamo nulla. Ma possiamo dire che il pubblico, per il quale questo calendario era stato fatto, era intellettualmente superiore al nostro pubblico e possedeva una migliore cultura scientifica. Il solo dato “scientifico” — in corrispondenza con l’osservazione — che il nostro calendario fornisce, è il numero dei giorni dell’anno. Ma i nostri “mesi” sono pura convenzione, non corrispondono a nulla. Essi non concordano in nessun modo con il corso della Luna. Perché abbiamo dodici mesi? Enigma. Inoltre, le nostre settimane sono sfalsate e non spiegano niente. I solstizi e gli equinozi, momenti decisivi del volgere dell’anno, non sono indicati dal nostro calendario, sono sovrapposti alla loro data, apparentemente per caso, il 20, 21 oppure il 22 di un mese. Infine, il nostro anno non comincia con nessuna coincidenza astrale e potremmo spostare questo inizio a nostro beneplacito senza inconvenienti: cosa che abbiamo d’altronde già fatta. Le nostre feste mobili, Pasqua e le altre, navigano in una amabile indecisione. Il calendario di Tiahuanaco comincia logicamente dall’equinozio d’autunno dell’emisfero sud. È diviso in quattro parti separate dai solstizi e dagli equinozi, i quali segnano così le stagioni astronomiche dell’anno. Ognuna delle quattro stagioni è divisa in tre sezioni, da qui le 12 divisioni, e da qui forse sono venuti fuori i nostri 12 mesi. Ma le suddivisioni dell’anno di Tiahuanaco erano di 24 giorni, e il satellite terziario girava esattamente 37 volte intorno alla Terra in 24 giorni. In tal modo, lo schema fatto una volta in un mese deimovimenti della Luna d’allora era valevole per tutti gli altri mesi. E si sapeva, guardando il calendario, dov’era la Luna in qualunque ora del giorno. Se oggi noi avessimo un calendario razionale, dovremmo ritrovare anche la medesima fase della Luna il medesimo giorno di qualunque mese.
Ma qualcosa di ben più complicato si presenta a questo punto(1). Il satellite Terziario girava 37 volte il “mese” intorno alla Terra. Poiché anche la Terra gira, agli osservatori d’allora, sembrava che la Luna si alzasse e calasse solamente 13 volte. I due moti, quello apparente e quello reale, sono tutti e due indicati sul calendario di Tiahuanaco. A questo punto siamo obbligati a sentirci in stato di inferiorità. Da sempre o quasi, i nostri astronomi sanno bene che il movimento apparente della nostra Luna non è il suo movimento reale, poiché il nostro posto d’osservazione, la Terra, gira su se stesso. Ma la nostra civiltà si accontenta di stabilire il movimento apparente e di riportarlo, alla rinfusa, sui nostri calendari. Non siamo ancora arrivati a rendere le nostre masse sufficientemente colte per trasportare nel dominio di tutti questa distinzione tra il moto apparente e quello reale. Possiamo dedurre qualcosa di più sul valore morale e spirituale di questa civiltà? Il suo valore intellettuale non lascia dubbi, dopo l’analisi del calendario. Il valore artistico è ugualmente evidente. Non possiamo affermare che questi uomini, giganti od ordinari, fossero più sapienti di noi – (forse lo erano?) – ma, ad ogni modo essi ne sapevano di più di tutti gli uomini che ci hanno preceduti. Per quel che sappiamo, né gli Egiziani né i Greci né gli Indiani avrebbero potuto costruire questo calendario. L’orgoglio per le nostre scoperte del XIX e XX Secolo ci porta a crederci superiori agli uomini delle Ande del Terziario in fatto di conoscenze scientifiche. 1) Bellamy, op, cit., p.135
Ciò nonostante, non possiamo esserne certi. Come valore artistico, noi li giudichiamo superiori, così come giudichiamo superiori gli Egiziani. Credo che in nessun momento della civiltà europea, neppure al tempo del Rinascimento italiano, avremmo potuto produrre un capolavoro di scultura paragonabile al volto umano del colosso battezzato El jraite dagli Spagnoli e riprodotto in questo libro. Le linee del volto suscitano ai nostri occhi e al nostro cuore, un senso di sovrana bontà e di sovrana saggezza. Una armonia di tutto l’essere scaturisce dall’insieme del colosso, le cui mani e il corpo altamente stilizzati sono fissati in un equilibrio che è qualità morale. Riposo e pace emanano dal meraviglioso monolito. Se questo fu il ritratto di uno dei re-giganti che governarono quel popolo, si potrebbe pensare all’inizio della frase di Pascal: “Se dio ci desse dei governanti fatti di sua mano…”. E se pensiamo che l’arte non deve imitare la natura, troviamo questo volto composto di linee geometriche dove nulla della forma umana resta in ogni organo: gli occhi sono dei cerchi, il naso una piramide, la bocca un ovale, la fronte un rettangolo, e il profilo è un perfetto pezzo di ellisse con una linea dritta per nuca. Tuttavia, una espressione di straordinaria forza emana dall’insieme, ed è difficile trovare volto cubista o rappresentazione posteriore agli impressionisti di cosi grande sensibilità artistica. Sia sotto l’aspetto figurativo realista sia di arte astratta, quella gente aveva artisti superiori ai nostri. Bellamy scrive: “Le teste scolpite mostrano fronti alte, visi aperti, arditi profili. C’è una testa, in particolare – forse la testa di un dignitario perché porta un copricapo ufficiale – che è indimenticabile. Sembra uscire dalla pietra dalla quale è stata tratta, impaziente dello scalpello dello scultore e ben sapendo che non perirà mai”. Osserviamo qui una volta per sempre la differenza che c’è tra questi colossi e quelli che si trovano altrove, per esempio, nell’isola di Pasqua. A Tiahuanaco, l’intelletto europeo è superato. La stilizzazione è tale, l’elaborazione è cosi viva che non la comprendiamo perché il nostro spirito è abituato a un livello più basso. Questo si vede non soltanto nella maschera astratta che qui riproduciamo, ma, per esempio, nelle dita della statua. Invece, nei colossi pur cosi potenti dell’isola di Pasqua, il nostro spirito è abituato a un livello più alto: l’intelletto di questi scultori è inferiore al nostro, anche se sentiamo la loro anima più potente della nostra: il loro sentimento è più forte, il loro cervello più debole. Per contro, a Tiahuanaco siamo noi che risultiamo inferiori e per sentimento e per intelletto, ancora più che davanti alle statue dei primi Faraoni. Ma sul valore definitivo di questi esseri, di tutti quelli j della loro categoria, c’è un’altra testimonianza, ed è universale. In tutte le razze umane sono rimasti ricordi dell’età d’oro, durante la quale gli Dei potentissimi venivano a intrattenersi con gli uomini, insegnare loro l’agricoltura, la metallurgia, le scienze. E questa età d’oro è durata molto a lungo, e probabilmente gli uomini erano felici sotto la benevole dominazione dei super-uomini. I Greci ricordavano una età di Saturno che aveva preceduto le feroci guerre tra i giganti e gli Dei, e il nome di Ercole non era associato che a sentimenti di gratitudine, come quello del Titano Prometeo. Gli Egiziani e gli abitanti della Mesopotamia raccontavano anch’essi storie dei re-Dei che li avevano civilizzati. I selvaggi del Pacifico si attribuiscono per antenati i giganti buoni dell’inizio del mondo. Appare evidente in questa tradizione generale dell’età d’oro e degli Dei che regnavano, una confusa nozione residuo dei tempi felici delle origini. Le rovine di Tiahuanaco ci permettono anche di intravvedere la fine di questa età d’oro e di immaginare quello che avvenne in seguito, forse tra duecentocinquantamila anni e dieci o dodicimila anni prima della nostra epoca. Man mano che la Luna terziaria si riavvicinava troppo pericolosamente alla Terra, i mari erano sottoposti a una agitazione sempre più disordinata. Intorno a Titicaca si ritrovano tracce evidenti di tre diverse catastrofi: strati di cenere vulcanica, depositi di precedenti inondazioni e, infine, le prove della scomparsa definitiva del mare. C’è un luogo particolarmente impressionante(1) dove pietre semilavorate in grande quantità sono state abbandonate in disordine, utensili sono sparpagliati nella melma disseccata. Sembrerebbe che gli operai si siano dati precipitosamente alla fuga o siano stati sorpresi e annegassero mentre stavano lavorando. Poi il satellite girando intorno fini per sprofondarsi su tutto il contorno della Terra, distruggendo evidentemente tutto quello sul quale cadeva. Terminato questo bombardamento, il mare si ritirò press’a poco all’attuale livello, dato che l’attrazione del satellite era cessata. Anche l’aria si ritirò e andò a distribuirsi al di sopra di tutta la Terra. I sopravvissuti di Titicaca sentirono l’aria loro mancare, il calore abituale sparire: si trovavano adesso a più di 4000 metri al di sopra del livello del mare; non possedevano più mezzi di trasporto: le loro navi distrutte, spazzate via o diventate completamente inutili. Non avevano più di che nutrirsi: non arrivava più niente e non cresceva più niente. Certamente scesero dalle montagne, e si trovarono in pianure non ancora prosciugate nel continente immenso, appena liberato dalle acque. 1) Bellamy, op, cit., p.70
Prima che una terra adatta potesse trovarsi o crearsi e una vegetazione utile formarsi dovettero trascorrere secoli e millenni. Non soltanto tutta l’organizzazione sociale spari gradualmente, ma gli utensili non esistevano più, le macchine non potevano più essere costruite, gli scienziati stessi erano senza dubbio sperduti o scomparsi e le scienze dimenticate. Come narra Platone:”Essi e i loro discendenti si trovarono per molte generazioni privati delle più elementari necessità di vita e dovettero consacrare tutta la loro intelligenza all’unico scopo di procurarsi quello che soddisfava i loro materiali bisogni immediati”. Adesso, possiamo generalizzare un po’. Logicamente questi avvenimenti accaddero intorno ai cinque centri civilizzati.¨ E dall’Abissinia, dalla Nuova Guinea, dal Messico, dal Tibet come dalle Ande, discesero uomini diventati quasi selvaggi e giganti, in procinto di perdere la loro civiltà(1). Abbiamo già visto (e più innanzi diremo con maggiori particolari) le spaventose lotte tra giganti e uomini, e quelle dei giganti tra di loro, e quelle degli uomini tra di loro, con tutte le alleanze, sante o diaboliche, inevitabilmente sopravvenute. Tutte le mitologie conosciute sono piene di ricordi delle epoche terribili che fecero seguito all’età d’oro. Alla caduta fisica, alla degradazione materiale, corrispondeva la caduta morale. Gli uomini, pronti ad accusarsi, finirono per trovare nella caduta morale la causa delle catastrofi fisiche. Platone, alla fine del frammento che ci resta del suo racconto, dice che gli Dei, scandalizzati dai crimini degli uomini, decisero di punirli. Ma com’è possibile che la perversità umana abbia potuto causare la caduta della Luna terziaria, predisposta e inevitabile già da miliardi di anni?
1) Nel 1956, furono scoperte da Rogers Grosjean (della Recherche Scientifique, Parigi) nel Sud Ovest della Corsica numerose statue gigantesche la cui bellezza e importanza hanno portato la Corsica al livello dei principali centri d’arte preistorica. Il prof. Daniele Ruzo, di Lima, ci ha scritto: “Dopo trentanni di studi e ricerche ho acquisito la certezza che il Perù è pieno di enormi sculture ed altre opere intagliate nelle rocce fatte da preistorici uomini giganti”. V. pure: La Cultura Masma, Lima, 1954.
Questa idea è assurda e, tuttavia, ha provocato, moralmente e intellettualmente più bene dell’idea inversa. L’uomo ha fatto paura a se stesso con questa concezione che gli Dei lo avrebbero punito per i suoi crimini. E chi può dire quanto questo lo abbia aiutato a uscire dallo stato di selvatichezza del Quaternario? Filosoficamente, bisogna andare oltre il problema. Non è la catastrofe che ha provocato la degradazione: si può concepire che se gli uomini fossero stati adeguatamente evoluti, sarebbero discesi dalle loro montagne dietro ai loro giganti-re e avrebbero preso possesso metodicamente della nuova terra. È in questo modo che Milton rappresenta Adamo ed scacciati dal Paradiso: guardano con coraggio, e anche con fiducia in Dio, il mondo diventato più vasto e magnifico, consegnato per la loro impresa. È che l’uomo non era ancora all’altezza di questo compito. Tuttavia, in molti campi, è riuscito a spuntarla. Nulla ci vieta di pensare che anche civiltà organizzate siano esistite attraverso il Quaternario, da trecentomila a dodicimila anni or sono. Sembrerebbe anzi assai probabile che sia stato così, altrimenti sarebbe difficilissimo concepire che puri selvaggi abbiano potuto conservare durante più di duecentomila anni ricordi di cui parleremo più avanti. Si può molto meglio immaginare dei paleolitici viventi in un modo molto semplice, ma ancora bene organizzati, infatti i loro disegni e le loro sculture nelle caverne dànno di essi un elevato concetto. E in altri luoghi, città hanno potuto essere riedificate e aver conservato a lungo l’antica scienza. E altrove ancora, in favorevoli circostanze per clima e suolo, comunità hanno potuto durare lungamente, sotto la tenda per così dire, nutrirsi di datteri e succhi, conservando e anche intensificando una vita spirituale e intellettuale che ben s’addiceva alla semplicità della vita materiale.
(Capitolo estratto dal libro “L’Atlantide e il regno dei Giganti”, Edito da Le nuove edizioni d’Italia, Milano)



Ottimi spunti di riflessione su cui riflettere